Un raggio di sole passò attraverso una fessura tra le tende e mi illuminò il viso. La sensazione di calore mi fece svegliare dal mio sonno. Non ricordavo già più cosa avessi sognato, ma mi era rimasta addosso una sgradevole sensazione di angoscia.

Aprii gli occhi e vidi un soffitto bianco. Mi passai una mano sulla faccia e mi sollevai appoggiandomi alla testiera del letto. Notai subito che le lenzuola e la fodera del cuscino erano lisce e morbidissime.

Mi stropicciai gli occhi e mi guardai intorno. Di fronte a me c’era una televisione a schermo piatto, nell’angolo a sinistra una piccola scrivania e una sedia bianca con sopra i miei vestiti. Sulla destra vidi un armadio a due ante. Tutti i mobili erano semplici ed essenziali, molto moderni.

Mi leccai le labbra e capii di avere molta sete. Con mia grande sorpresa, notai sul comodino alla mia sinistra un bicchiere d’acqua con una fetta di limone.

«Dove diavolo…» mi chiesi sussurrando.

Mi tirai su e mi misi seduto sul letto. I miei piedi vennero a contatto con un tappetino molto soffice. Li feci scorrere su quella superficie un paio di volte, mentre cercavo di razionalizzare quello strano risveglio.

Appoggiai la testa tra le mani e toccai il bernoccolo che avevo in fronte. Mi ritornò in mente quello che era successo prima che perdessi i sensi. La sensazione di angoscia con cui mi ero svegliato aveva una motivazione.

Andai verso la finestra e aprii la tenda. Di fronte a me comparve una vista incantevole, una distesa d’acqua azzurra, calma e luccicante. La giornata era perfetta: il sole alto e luminoso.

«Ok, devo essere morto e questo è il paradiso» dissi.

Aprii l’armadio e vi trovai dentro dei vestiti puliti. Mi resi conto che oltre alla porta di ingresso, ce n’era un’altra che portava a un piccolo bagno. Mi feci una doccia veloce, mi asciugai e indossai una camicia bianca, un paio di short beige e dei mocassini blu che trovai nel guardaroba.

Uscii dalla stanza e mi trovai in un corridoio sulle cui pareti erano stati appesi dei dipinti astratti. In fondo vidi una scala a chiocciola con un parapetto di vetro e un corrimano di metallo. Si sentivano delle voci al piano di sotto. Scesi e arrivai in un enorme salone con un angolo cucina e una vetrata che dava su un giardino con una piscina.

Quando la aprii, venni immediatamente accolto da una voce femminile.

«Oh, ben svegliato!» esordì Gaia. «Dormito bene?»

Era stesa su una sdraio galleggiante che oscillava placidamente sull’acqua. Indossava solo un bikini giallo. La pelle era abbronzata e lucida, i capelli bagnati erano sistemati all’indietro. In mano teneva un bicchiere contenente un non meglio identificato liquido rosso.

Alla mia sinistra c’era un tavolino di metallo coperto da un ombrellone. Era apparecchiato per tre persone, ma in quel momento c’era solo Tony seduto. Stava controllando il suo telefono, ma lo ripose subito quando mi vide.

Sospirai e mi passai una mano tra i capelli.

«Dove sono?» chiesi. «Cos’è questo posto?»

«Una delle ville di Sergio Lamanna» rispose Gaia prima di bere un generoso sorso del suo drink da una cannuccia nera.

«Perché mi trovo qui?»

La ragazza appoggiò il bicchiere in un buco del bracciolo della sdraio e si buttò in acqua. Nuotò fino alla scaletta di metallo e uscì dalla piscina. Tony le portò un asciugamano verde e un pareo rosa. Quando finì di sistemarsi, mi rivolse un gran sorriso e mi pregò di sedere a tavola con lei. Arrivò un cameriere che ci servì una brocca di caffè, un cestino di fette biscottate, un barattolo di marmellata alle fragole e un piccolo vassoio con un panetto di burro.

Mi versai una tazza di caffè, la bevvi in un sorso scottandomi la lingua e la riempii di nuovo.

Tony prese posto alla mia sinistra, Gaia alla mia destra. Nessuno dei due toccò il cibo.

«No, davvero, dove caspita siamo?» chiesi di nuovo.

«Costiera amalfitana. Mai stato?» rispose Gaia mettendosi comoda sulla sedia.

«No. Ripeto anche l’altra domanda: perché mi trovo qui?»

L’espressione della ragazza divenne finalmente seria. Guardò Tony e questi iniziò a spiegare.

«Ieri notte abbiamo ricevuto una chiamata anonima che ci ha informato che ti avremmo trovato in un punto fuori Roma. Ci sono state mandate delle coordinate e quando siamo arrivati lì, ti abbiamo trovato senza sensi nascosto tra le sterpaglie di una zona di campagna.»

«Come, scusa?» reagii.

«Quello che ho detto. Poco distante da quel punto c’è stata una serie di esplosioni in un capannone. Ne sai nulla?»

Sorseggiai il caffè e mi pulii la bocca con un tovagliolo che era quasi più morbido del tappeto della camera dove mi ero svegliato.

«Jedan» dissi. «C’eravamo trovati con lui per fare uno scambio. Lo zaino che abbiamo sottratto a Lamanna, in cambio delle nostre vite.»

Gaia inclinò la testa.

«Stavate facendo un accordo con Jedan alle mie spalle?» domandò irritata.

«È stata un’idea di Andy» mi difesi. «Io ero contrario. O meglio, non ero molto convinto perché immaginavo non l’avresti presa bene.»

«No, per nulla.»

«Le cose non sono andate comunque come previsto. Quando sembrava che avessimo trovato un accordo, Andy lo ha attaccato ed è successo un casino.»

«Che ne è stato di Jedan?» chiese Tony.

«Morto, molto probabilmente» risposi.

«Probabilmente?»

«Lo abbiamo investito con un SUV e lo abbiamo lasciato senza sensi in un capannone che stava crollando. Non credo sia sopravvissuto.»

Gaia appoggiò i gomiti sul tavolo. L’odore della sua crema solare era molto intenso, ma piacevole. Era un aroma di cocco e mandorle.

«Dov’è Anderlecht ora? Dov’era quando ti hanno attaccato?» domandò.

Scoppiai in una risata.

«Ah, non lo avete capito?» replicai. «È lui che mi ha attaccato e credo che sia stato lui a lasciarmi in quella campagna e a mettersi in contatto con voi.»

«Non eravate amici?» chiese Tony aggrottando la fronte.

Guardai il mio caffè rammaricandomi del fatto che non fosse alcolico.

«Non so cosa gli sia passato per la mente» dissi sospirando. «Ha attaccato Jedan perché voleva sapere qualcosa da lui e poi ha provato a scappare senza dare una mano ad Annamaria che rischiava di morire carbonizzata.» Mi bloccai e pensai che molto probabilmente anche lei era rimasta sotto le macerie. «È per questo che mi ha steso. Volevo aiutare Annamaria, ma ha provato a impedirmelo» aggiunsi subito dopo.

«Capisco» rispose Gaia annuendo. «Ha preso lo zaino con sé?» chiese quasi immediatamente.

La guardai male per la sua assenza di tatto, ma non dissi nulla.

«Prima che perdessi i sensi, lo aveva lui» risposi.

Tony guardò Gaia e alzò le spalle.

«Non lo abbiamo noi, ma non è neanche tornato in mano a Sergio» disse. «Non era quello che volevamo, ma è pur sempre una vittoria, no?»

La ragazza rifletté per qualche secondo accarezzandosi il naso.

«Avrei preferito averlo io, ma non possiamo lamentarci.»

«A proposito» intervenni. «Dov’è il tuo fidanzatino?» chiesi.

Gaia si mise a ridere.

«Viaggio d’affari negli Stati Uniti. L’ho sentito stamattina. Mi è parso molto nervoso. Probabilmente ha capito che dopo tutto il trambusto di questi giorni, la sua carriera politica sarà un po’ meno fulminante di quanto avesse previsto.»

«Oh, povero.»

«In un modo o nell’altro devo ringraziare te e Anderlecht.»

«Non c’è di che.»

Bevvi un altro sorso di caffè e mi resi conto di colpo che le mie disavventure erano finite. Annamaria era morta nel crollo e non c’era più speranza per Elisabetta. Sentii un peso all’altezza dello stomaco, il sole mi parve troppo caldo, l’aria irrespirabile. Mi appoggiai sul tavolo con la faccia tra le mani. Sarei dovuto tornare a casa e dire a Giovanni che non c’era più nulla da fare.

«Tutto ok?» chiese Tony notando la mia espressione afflitta.

«Sì, sì» risposi. «Stavo solo pensando che dovrò avere una conversazione per nulla simpatica appena torno a casa.»

Gaia allungò una mano e la mise sulla mia. Mi rivolse uno sguardo compassionevole.

«Alberto, mi sa che non hai capito la situazione» disse. «Non puoi tornare a casa.»

Tirai indietro il braccio.

«Di che diavolo stai parlando?» domandai.

«Sei su tutti i giornali. Hai ammazzato due poliziotti e stanno iniziando a dire che molto probabilmente hai fatto fuori la dottoressa dopo averla rapita.»

«Ma non è vero! Uno scagnozzo di Jedan ha sparato a quegli sbirri e vi ho detto cos’è successo ad Annamaria.»

«Hai delle prove?» domandò Tony.

Non riuscii a fare altro che guardarlo con la bocca aperta. Dopo qualche secondo, sprofondai sulla sedia con le mani tra i capelli.

«No, cazzo…» sussurrai.

Tony ricevette una telefonata, si scusò, rispose e si allontanò entrando in casa.

All’improvviso, sentii qualcosa sulla mia gamba. Abbassai lo sguardo e vidi il piede di Gaia che mi accarezzava. Mi sorrise e si aggiustò una ciocca bagnata dietro l’orecchio.

«Potrei darti una mano» disse mordendosi le labbra.

Strinsi i braccioli della sedia e mi tirai indietro.

«Cioè?» chiesi preoccupato.

«Sei anni fa mi hai lasciato andare e hai fatto in modo che non finissi in galera come la maggior parte della mia famiglia. Ora, anche se non come avrei voluto, mi hai dato una mano a risolvere un grosso problema. Sono disposta ad aiutarti.»

«In che modo?»

«Protezione. Sei ricercato dalla polizia ed è estremamente probabile che ci siano molte altre persone che ti stanno dando la caccia.»

«Chi?»

«L’organizzazione, per esempio. Quelli che erano d’accordo con Sergio, almeno. Sergio stesso sarebbe molto felice di fare due chiacchiere con te. E mi spiace dirtelo, ma finché non vedi un cadavere, non darei per certa la morte di Jedan.»

Fissai il vuoto davanti a me.

«La mia vita è finita, insomma…» sussurrai.

Il piede di Gaia ricominciò ad accarezzarmi la gamba.

«Posso offrirti una soluzione» disse. «Aiutami e farò in modo che non ti succeda nulla.»

«Aiutarti? A fare cosa?»

«Ho sempre bisogno di una mano per sbrigare le mie faccende e ho le conoscenze giuste per offrirti la protezione di cui hai bisogno.»

«Per conoscenze intendi la tua famiglia?»

«Anche, sì.»

Sentii un brivido lungo la schiena, ma non fu nulla in confronto a quello che avvenne subito dopo. Gaia si alzò, gettò uno sguardo furtivo dentro la casa e si sedette sulle mie gambe. Rimasi paralizzato.

«Che stai facendo?» chiesi con un filo di voce.

Mi afferrò il mento, mi diede un bacio sulla bocca e mi accarezzò il viso.

«Nel frattempo, possiamo anche divertirci un po’. In onore dei vecchi tempi.»

Per tutti e cinque i miei sensi, quell’interazione fu il momento migliore degli ultimi mesi, forse anni.

«I vecchi tempi in cui hai provato a farmi ammazzare?» provai a stuzzicarla imbarazzato.

Si sollevò di colpo e tornò a sedersi al suo posto. Tony riapparve poco dopo.

«Stavo spiegando ad Alberto che se lavorerà con noi, possiamo aiutarlo con i suoi problemi» disse Gaia.

«Certo, saremo felici di darti una mano» commentò Tony riaccomodandosi di fianco a lei.

Avevo la schiena completamente sudata e le dita che formicolavano.

«Cosa dovrò fare di preciso?» chiesi sperando che non si notasse nulla.

«Ah, c’è tempo per parlare di lavoro» rispose Gaia agitando una mano davanti a sé. «Vai in camera, recupera un costume e vieni a farti un bagno.»

Sbuffai e ripensai ancora a Giovanni ed Elisabetta.

«Prima avrei bisogno di fare una cosa» dissi. «E vista la mia situazione, avrei già bisogno del vostro aiuto.»

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