Il mozzicone volò per circa un metro e finì sul pavimento, senza fare rumore. Dal punto in cui era atterrato partì una scia di fuoco che si dipanò velocemente in diverse direzioni, anche sui muri. Dopo qualche secondo, arrivò la prima esplosione. Alcuni detriti iniziarono a piovere dal soffitto.
Mi girai verso Annamaria.
«Via, scappa!» le urlai.
Anderlecht fu colto di sorpresa e non si rese conto del pugno che Jedan gli sferrò sul fianco, proprio nel punto in cui era stato ferito. Finì in ginocchio sul pavimento.
Si sentì un’altra esplosione e vidi un grosso pezzo del soffitto crollare poco dietro il SUV nero.

Feci un passo in avanti, ma Jedan strappò la pistola dalle mani di Anderlecht e me la puntò contro. Alzai le braccia e mi bloccai, proprio mentre una terza esplosione scoppiava alle mie spalle.
«Lo zaino» ordinò Jedan.
Feci un passo indietro e lo sollevai da terra.
«Non c’era bisogno di arrivare a questo» dissi.
«Non avrei fatto nulla se il tuo amico non si fosse rimangiato l’accordo tre secondi dopo esserci stretti la mano.»
«Chi è la gente di Mosca?»
«Non mi sembra il momento adatto per discuterne, che dici?»
Anderlecht si riprese dal dolore e si rimise in piedi a fatica. Sentii un urlo dietro di me. Annamaria era per terra circondata da fiamme e detriti. Senza neanche pensarci, corsi in suo aiuto.
Era paralizzata dalla paura e aveva gli occhi fissi sul fuoco. Si sentì un’altra esplosione alla mia sinistra. Mi voltai verso Anderlecht e lo vidi discutere con Jedan senza ovviamente riuscire a capire cosa si stessero dicendo.
Non sapevo cosa fare e non sarei mai stato in grado di aiutare Annamaria da solo. Corsi di nuovo verso di loro, ma purtroppo il mio tempismo fu pessimo. Il pelato si stava rialzando proprio in quel momento. Un rivolo di sangue gli stava scendendo dal lato destro del petto.
Quando notai che stava per attaccare Anderlecht, accelerai e lo travolsi sfruttando l’inerzia della mia corsa. Rotolammo assieme per qualche metro, fino a quando non ci schiantammo entrambi sul paraurti del SUV.
Mi ripresi prima di lui, gli afferrai la testa e la sbattei con forza sulla carrozzeria del mezzo. Il rumore mi mise i brividi, ma non riuscii a tramortirlo come speravo. Scosse la testa, cacciò un urlo e mi saltò addosso afferrandomi per il collo. Gli strinsi i polsi e provai ad allentare la sua presa, ma era troppo forte per me.
Basta, è finita, pensai.
Per mia fortuna, mi arrivò un aiuto dal cielo. Letteralmente.

Un pezzo di tetto gli cadde proprio sul cranio. Il suo corpo finì su di me, togliendomi quasi il respiro da quanto era pesante. Me lo tolsi di dosso e mi rimisi in piedi.
Le prime cose che vidi furono la faccia preoccupata di Jedan e un pugno fortissimo di Anderlecht sulla suddetta. Il nostro avversario cadde sul pavimento come un sacco di patate.
Anderlecht recuperò lo zaino, lo gettò nel SUV e salì a bordo. Lo seguii.
«Ti chiedo solo una cosa» dissi richiudendo lo sportello. «Perché?»
«Non ora, Alberto» gridò lui in risposta. «Non ora!»
Mise la retromarcia e fece indietreggiare il veicolo di una cinquantina di metri cogliendomi di sorpresa. Volai in avanti sbattendo la fronte contro il cruscotto. Anche la frenata successiva non fu particolarmente morbida.
Anderlecht mise la prima e diede gas. Jedan si sollevò e ci vide arrivare a tutta velocità senza avere il tempo di fare nulla. Rimbalzò sul cofano come una pallina di gomma, volò sopra il tettuccio, si schiantò sul pavimento dietro di noi e rotolò per qualche metro.
«Direi che l’hai preso» commentai.
«Bene» rispose Anderlecht.
Ebbi l’ardire di lasciarmi scappare un sorriso, ma fu un altro momento di soddisfazione molto breve.
Il SUV sfrecciò di fianco ad Annamaria senza fermarsi. Era ancora intrappolata tra le fiamme. Per un secondo, riuscii a incrociare il suo sguardo spaventato.
«Ehi, fermati!» urlai.
«Mi spiace» disse Anderlecht. «Non abbiamo tempo per lei.»
«Sei impazzito?»
«È troppo pericoloso. Questo posto sta per crollare.»
Mi misi le mani nei capelli e diedi un pugno sullo stesso cruscotto che mi aveva provocato un bernoccolo pochi secondi prima.
«Vaffanculo!» gridai. «Si può sapere che cazzo stai facendo?»
Anderlecht non si voltò.
«Mi dispiace» si limitò a dire.
«Mi dispiace? È tutto quello che riesci a dire? Vaffanculo, Andy. Ti rendi conto che così stai ammazzando Elisabetta, vero?»
«Mi dispiace, davvero.»
«Chi sono i tizi di Mosca?»
«Non è il momento.»
«Vaffanculo. Non può finire così.»
Afferrai il freno a mano e tirai fortissimo. Le ruote del SUV si piantarono e scivolarono per qualche metro sul terreno fuori dal capannone.
Scesi e provai a tornare dentro di corsa. Sentii una portiera aprirsi alle mie spalle e dopo qualche secondo mi ritrovai per terra con Anderlecht addosso.

«Ti vuoi dare una calmata?» mi chiese mentre cercava di parare i calci che gli stavo ammollando nel tentativo di liberarmi.
Uno andò a segno e lo presi dritto sul mento.
«Ammazzati» dissi sprezzante. «Io e te non abbiamo più nulla da dirci.»
«Alberto, stammi a sentire, per piacere» mi pregò. «Neanch’io volevo che le cose andassero in questo modo.»
«Per chi stai lavorando?» gli domandai. Prima che potesse rispondermi, alzai una mano per bloccarlo. «Anzi, lascia perdere, non lo voglio neanche sapere.»
«Ti spiegherò tutto, ma adesso non c’è tempo» provò a dire. «Dobbiamo andarcene.»
Un boato all’interno del capannone ci fece girare entrambi. Si sentì anche un’altra esplosione, anche se di entità minore rispetto alle precedenti.
«Non me ne vado senza Annamaria» dissi.
Anderlecht mi afferrò un braccio e mi tirò a sé. Mi liberai dandogli una gomitata sul volto, ma lui mi attaccò subito con un pugno sullo stomaco. Caddi in ginocchio, ma trovai la forza di alzarmi e lo colpii con una testata sul mento che lo colse del tutto impreparato. L’impatto fu estremamente doloroso, anche per me.
Ci ritrovammo entrambi a terra a massaggiarci le ferite. Mi girava la testa, ma scattai di nuovo in piedi. Lui mi raggiunse con uno scatto, mi buttò a terra e mi diede un pugno in faccia.
Provai a rispondere, ma schivò facilmente tutti i miei colpi. A un certo punto, sollevò il busto e per un secondo credetti che mi stesse lasciando andare. Con un movimento rapido, mi infilò un braccio dietro il collo, mi sollevò e scivolò sotto di me.
Incrociò le sue gambe davanti alle mie per immobilizzarmi, mi avvolse il braccio sinistro attorno alla gola e mi bloccò la testa. Era la stessa presa che gli avevo visto eseguire sull’autista del furgone subito dopo la nostra avventura nella villa di Lamanna.
Sentii le forze venire meno, ma non sarei comunque mai stato in grado di rompere quella morsa. Provai a dimenarmi e scalciare, ma fu tutto inutile.
«Mi dispiace, scusa» sussurrò.
Cadde un altro pezzo di soffitto. In pratica, era rimasta in piedi solo la parte vicina all’entrata, ma non sarebbe resistita a lungo. Vidi un’enorme nuvola di polvere alzarsi, fiamme, fumo. Sentii delle sirene in lontananza, ma forse me le stavo solo immaginando.
Le palpebre si fecero sempre più pesanti.
«Scusa.»