Anderlecht parcheggiò l’auto davanti al cancello, spense il motore e allungò il collo verso il parabrezza per vedere se ci fosse qualcuno.

Durante il tragitto mi aveva spiegato il suo piano e non ero per nulla contento. Lui si accorse che ero ancora scuro in volto e provò a mostrarmi un sorriso.

«Lo so che non è un piano perfetto, ma così otterrai quello che vuoi» disse mettendomi una mano sulla spalla.

«Odio proprio il fatto che tu mi abbia messo in questa posizione» risposi. «Voglio solo che Elisabetta guarisca, ma avevamo un accordo con Gaia. Non voglio sapere cosa succederà se non riportiamo indietro lo zaino.»

«Possiamo provare a parlarle.»

Mi voltai lentamente verso il mio amico con un’espressione stupefatta.

«Stai forse suggerendo di fare affidamento sulla comprensione di Gaia? La stessa Gaia che è stata capace di mandarmi contro un’intera mafia solo perché non voleva sposare un russo sovrappeso?» chiesi gridando.

«Perché continui a sottolineare il fatto che fosse sovrappeso quando parli di lui?» mi chiese Andy cercando di stemperare la tensione. «Non è molto carino.»

Strinsi forte l’imbottitura del sedile per cercare di controllare il nervosismo.

Annamaria allungò una mano e mi accarezzò un braccio.

«Non so se la mia opinione possa contare in questa situazione, ma ha ragione lui» mi disse con voce sommessa.

«Lo so» risposi guardando fuori dal finestrino.

Anderlecht si piegò verso di me per guardare fuori dallo stesso finestrino.

«Il piano è semplice» iniziò a spiegare. «Entriamo, trattiamo, gli diamo lo zaino e ci rimettiamo in viaggio. Ci metteremo molto più tempo del dovuto, ma se Jedan si dimostra collaborativo, magari possiamo anche convincerlo a fare in modo che la polizia non ci dia più la caccia.»

Sbuffai infastidito.

«Il tuo piano dipende dalla benevolenza e dalla comprensione di un po’ troppe persone» mi lamentai.

Anderlecht non disse nulla, ma la mia attenzione fu immediatamente catturata da un rumore che proveniva dalla nostra destra. A una trentina di metri di distanza da noi, comparve la figura di un uomo alto e robusto. Era lo scagnozzo pelato. Ci vide e ci fece cenno con la mano di muoverci nella sua direzione.

Scendemmo dalla macchina, recuperammo lo zaino dal baule e ci incamminammo verso di lui.

Senza dire una parola, ci indicò l’ingresso del capannone ed entrò. Era uno spazio molto ampio e buio. Era praticamente vuoto e il rumore dei nostri passi rimbombava come se fossimo ancora nella cappella dalla quale eravamo scappati qualche ora prima.

Davanti a noi vedemmo un uomo su una sedia che stava fumando una sigaretta. Dietro di lui, un SUV nero. Di fronte, un’altra sedia vuota. Anche se durante il nostro primo incontro non ero stato in grado di vederlo chiaramente in faccia, capii subito che si trattava di Jedan. Era vestito allo stesso modo: jeans, camicia bianca, smanicato nero con le spalle gialle.

Aveva il volto perfettamente rasato, gli occhi stanchi e una piccola gobba sul naso. Portava degli occhiali con una montatura nera, un dettaglio che mi ero perso la prima volta che lo avevo visto.

Stava fumando con gesti molto lenti e compassati, come se si stesse davvero gustando quella nicotina. Portava la sigaretta alla bocca mettendo tutta la mano sulla parte inferiore della faccia e soffiava via il fumo di lato, alla sua sinistra.

Alzò lo sguardo verso di noi solo all’ultimo. Gettò il mozzicone in un bicchiere di plastica pieno d’acqua, si alzò e si avvicinò a noi con le mani infilate nelle tasche dello smanicato.

Era poco più basso di me, aveva un accenno di pancia e le spalle strette tipiche di chi non faceva attività fisica da decenni, ma la noia e la stanchezza del suo sguardo avevano un che di inquietante. Emanava un’aura pericolosa, anche se dava l’impressione che potessi menarlo persino io.

«Avete lo zaino, bene» disse subito.

Si girò verso il pelato e gli fece un gesto con la testa. L’altro allungò un braccio, afferrò Annamaria, la tirò a sé e le puntò un coltello alla gola. Fu un gesto così rapido che lei non ebbe neanche il tempo di urlare per la paura.

Anderlecht fece un passo in avanti, ma si bloccò non appena vide la lama. Io estrassi la pistola e gliela puntai contro.

«Iniziamo male» commentai. «Iniziamo molto male.»

Jedan alzò entrambe le mani e ci fece segno di stare calmi.

«Solo una misura precauzionale» disse.

«Bene, ne possiamo prendere una anche noi» dissi.

Mi sfilai lo zaino dalle spalle, lo gettai a terra e spostai la canna della mia pistola verso il basso.

«Vuoi sparare a uno zaino?» mi chiese Anderlecht a denti stretti.

Alzai le spalle e feci una smorfia come a dire che non ero riuscito a pensare a nulla di meglio. Nonostante avessi agito completamente d’istinto e fossi consapevole di non aver preso una gran decisione, notai dell’apprensione sul volto di Jedan.

«Io sono disarmato» disse Anderlecht. «Ma se vuoi, puoi controllare» aggiunse alzando le braccia.

Jedan iniziò a perquisirlo e non trovò nulla. Subito dopo, lasciò che fosse il mio amico a effettuare la stessa operazione su di lui. Quando fu chiaro che nessuno dei due era armato, indicò le sedie e invitò Anderlecht ad accomodarsi.

Incrociai lo sguardo di Annamaria ed ebbi un déjà-vu di quello che era successo ad Amsterdam. Solo che questa volta il pericolo che stava correndo era reale, non si trattava di una pantomima. Durante i fatti dell’albergo, era stata una bravissima attrice, ma in quel momento capii definitivamente che in Olanda si era trattato di una finta. Tremava e aveva il fiato corto. Sembrava quasi stesse per avere un infarto da un momento all’altro.

«Spiace se fumo?» chiese Jedan tirando fuori dallo smanicato un pacchetto di sigarette.

«Fai pure» concesse Anderlecht.

«Cosa volete?» chiese l’altro a bruciapelo.

Il mio amico non si scompose per la domanda così improvvisa.

«Beh, per prima cosa, vogliamo uscire vivi da questa storia. Mi sembra il minimo.»

«In cambio dello zaino e del suo contenuto?»

«Certo.»

Jedan aspirò una lunga tirata e soffiò di nuovo il fumo alla sua sinistra.

«Ok, ma avrò bisogno di alcune garanzie» disse.

Dal vivo la sua voce era molto più cavernosa e rauca che al telefono.

«Di che tipo?» chiese Anderlecht piegandosi in avanti.

«Niente polizia. Questa storia finisce stasera ed è come se non fosse successo nulla» rispose Jedan.

«Mi duole ricordarti che sei stato tu il primo a mettere in mezzo la polizia.»

«Questo cosa vuol dire?»

«Vuol dire che per colpa tua al momento gli sbirri ci danno la caccia per un rapimento e un omicidio che non abbiamo mai commesso.»

Altro tiro e altra nuvola di fumo. Jedan non ebbe bisogno di altro per capire cosa Andy stesse chiedendo.

«Va bene. Farò in modo che non sia più un problema.»

«Ottimo» commentò il mio amico appoggiandosi di nuovo allo schienale.

Cercai di concentrarmi sulla trattativa, ma continuavo a controllare la distanza tra il coltello e la gola di Annamaria. Ogni volta mi sembrava un millimetro più vicino e, a giudicare dalla faccia della dottoressa, anche lei doveva avere la stessa impressione.

Sentii formicolare le mani e allentai la presa sulla pistola. Improvvisamente mi venne il terrore di far partire per sbaglio un colpo che avrebbe potuto avere conseguenze disastrose. Provai a mostrare un sorriso ad Annamaria, ma la sua espressione sconvolta non cambiò minimamente.

«C’è un’altra cosa importante» disse Jedan mentre gettava della cenere nel bicchiere di plastica. «Dobbiamo trovare un modo per simulare la vostra morte.»

Anderlecht sorrise e si passò una mano tra i capelli.

«Immagino che un professionista come te abbia già pensato alla soluzione più adatta» disse.

«Stavo pensando a un’esplosione. Semplice, elegante, non avremmo il problema dei corpi.»

Mi venne un groppo allo stomaco e scossi la testa.

«Ok, va bene» annuì Andy. «Riesci a organizzare tutto da solo?» chiese.

«Ovviamente, non dovete preoccuparvi. Ho già tutto quello che mi serve.»

Fu solo in quel momento che mi concessi un lungo sospiro di sollievo. La trattativa sembrava essere andata per il meglio. I due si alzarono e si strinsero la mano. Jedan si voltò verso il suo scagnozzo e gli fece cenno di lasciare andare Annamaria.

Dai, è fatta, pensai.

Come al solito, mi stavo sbagliando.

Abbassai la pistola, ma all’improvviso la mano di Anderlecht afferrò la mia e la indirizzò verso il pelato. Partì un colpo e il tizio cadde sul pavimento.

Annamaria finì a terra per lo spavento e si allontanò strisciando all’indietro. Andy mi spinse via, afferrò Jedan per il colletto dello smanicato e gli puntò la pistola in testa.

«Che cazzo stai facendo?» urlai.

«Prendi lo zaino e andate via» ordinò il mio amico.

Il volto di Jedan rimase imperturbabile e sereno. Riuscì persino a mantenere la sigaretta tra le labbra.

«Che intenzioni hai?» chiese.

«Lo sai cosa voglio da te» gli rispose Andy quasi ringhiando.

Jedan socchiuse gli occhi e poi li aprì, come se avesse capito qualcosa proprio in quel momento. Alzò un angolo della bocca.

«Ah, ti mandano da Mosca» disse. «Dovevo immaginarmelo.»

«Mosca?» balbettai tra me e me. «Ehi, di cosa sta parlando?» chiesi poi a voce alta al mio amico. Mi ignorò.

«Non ho tempo da perdere, su» disse Anderlecht premendo la pistola contro di lui.

Jedan scosse la testa e prese quel che rimaneva della sua sigaretta tra l’indice e il pollice della mano sinistra.

«Avrei un’idea riguardo a quella esplosione di cui parlavamo prima» disse gettando il mozzicone alle sue spalle. «Perché non ora?»

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