Gettai uno sguardo verso il portone per capire con chi stessimo avendo a che fare. Vidi un tizio fare capolino con in mano una pistola molto più grossa di quanto sperassi. Tornai immediatamente sotto l’altare e respirai a fondo.

«Resta qui e non muoverti» dissi ad Annamaria. Mi buttai per terra e strisciai dietro la panca che si trovava sul lato opposto rispetto a quella che Anderlecht stava usando come riparo. Mi appostai con la schiena appoggiata sul legno e sistemai la posizione delle dita sulla pistola. Alla mia destra notai un altro tizio riverso per terra in un lago di sangue.

Mi voltai dall’altra parte e incrociai lo sguardo con Anderlecht. Indicai il calcio della mia arma come a chiedergli come fosse messo a munizioni. Fece una smorfia e scosse la testa. Notai che il fucile era buttato per terra di fianco a lui e il borsone con i caricatori non era nei paraggi.

Il tizio appostato all’ingresso non mi aveva visto e non sapeva che mi trovassi lì. Dovevamo sfruttare la cosa a nostro vantaggio.

Un urlo risuonò dietro l’altare.

Annamaria aveva lasciato il suo nascondiglio ed era diventata un bersaglio facile. In qualche modo, il tizio che avevamo lasciato sotto la botola era riuscito a risalire in superficie e lei, d’istinto, era scattata in piedi.

Fu un secondo.

Anderlecht usò i suoi ultimi colpi per farlo fuori prima che le mettesse le mani addosso. Mi sollevai da terra, guardai verso il portone e vidi quello che temevo. Il tizio all’ingresso stava prendendo la mira per colpire Annamaria. Impugnai la pistola e gli scaricai contro mezzo caricatore. La maggior parte dei colpi probabilmente mancò il bersaglio e neanche di poco, ma almeno due finirono dove dovevano finire. Il nemico cacciò un urlo e cadde all’indietro.

Improvvisamente la chiesa divenne silenziosissima.

Anderlecht lasciò il nascondiglio e andò a sincerarsi che Annamaria stesse bene. Dopo qualche secondo, notò che io ero ancora con la pistola puntata e stavo respirando a fatica.

«Va tutto bene?» mi chiese da dietro l’altare.

Deglutii e sospirai.

«Sì» risposi abbassando finalmente la pistola. «Andiamocene da qui.»

Recuperammo lo zaino di Lamanna e la borsa di Annamaria e uscimmo dalla chiesa di corsa. Dopo neanche dieci metri, una macchina della polizia, probabilmente la stessa che avevamo visto circa mezz’ora prima, arrivò in velocità e frenò in derapata davanti a noi. Due agenti scesero dalla vettura, ci videro, ebbero un momento di sorpresa ed estrassero le loro pistole puntandocele contro. Uno era alto e muscoloso, l’altro più tarchiato e col pizzetto.

«Fermi tutti!» urlò quest’ultimo.

Sia io sia Anderlecht alzammo le nostre armi.

«Sentite, non abbiamo brutte intenzioni» iniziò a spiegare il mio amico.

«Mani in alto e non fate scherzi» ordinò il poliziotto muscoloso.

Annamaria fece un passo indietro.

«Signorina, stia ferma. Andrà tutto bene» disse l’agente col pizzetto.

«Non capite» provai a dire. «Lei è con noi. È venuta con noi di sua spontanea volontà. Non c’è stato nessun rapimento.»

«Silenzio e mani in alto» ripeté l’altro poliziotto.

Sentimmo arrivare un’altra volante a sirene spiegate. Mi voltai verso destra per controllare e improvvisamente ci fu un’altra sequenza di eventi di cui capii poco.

Due spari. Uno dietro l’altro. I due agenti caddero a terra.

Non ero stato io e di sicuro non era stato Anderlecht perché sapevo che la sua pistola era scarica e l’aveva puntata contro gli agenti solo per fare scena.

Io e lui ci guardammo confusi per un secondo, ma la volante che si stava avvicinando divenne subito la nostra preoccupazione principale.

«Salite in macchina!» ordinò Andy.

In condizioni normali avrei avuto qualcosa da eccepire e avrei fatto qualche commento scemo riguardo al fatto che non fosse esattamente un’idea geniale rubare un’auto della polizia, ma la concitazione del momento riuscì persino a inibire il mio senso dell’umorismo.

Anderlecht si mise alla guida e, nella fretta, Annamaria salì sul sedile anteriore, sopra di me. Partimmo con gli sportelli ancora aperti.

Andy ingranò la marcia e affondò il piede sull’acceleratore.

«Che vuoi fare?» urlai mentre cercavo di togliermi i capelli di Annamaria dalla faccia.

«Tenetevi forte» rispose.

Vidi i fari dell’altra volante avvicinarsi rapidamente davanti a noi. Si spostarono solo all’ultimo istante, poco prima del frontale, lasciandoci la strada libera.

***

Raggiungemmo un paesino e ne approfittammo per cambiare il nostro mezzo di locomozione. Non era il caso di andare in giro con una volante della polizia. La lasciammo in una strada senza uscita e rubammo un’auto parcheggiata a qualche centinaio di metri di distanza. Era una vecchia station wagon che Anderlecht riuscì ad aprire e far partire senza troppi problemi.

L’adrenalina per i fatti della chiesa era andata scemando e aveva lasciato il posto a una grande stanchezza e a un minimo di lucidità.

«Non sei stato tu a sparare ai poliziotti?» domandai ad Andy.

Lui scosse la testa.

«La mia pistola era scarica» rispose.

«Lo so, per questo non capisco cosa sia successo. Non sono stato io.»

Annamaria fece capolino tra i due sedili.

«Ho avuto l’impressione che quei colpi provenissero dalla chiesa» disse.

«Anch’io» rispose Anderlecht.

Scivolai contro lo schienale e mi lasciai andare in un verso di esasperazione, un incrocio tra un urlo e un gemito. Non avevo più le forze per dire o fare altro. Volevo solo arrivare il prima possibile da Elisabetta e il tutto stava diventando incredibilmente complicato e difficile.

Senza neanche pensarci troppo, allungai una mano e accesi l’autoradio.

«Che fai?» chiese Annamaria.

«Ho bisogno di non pensare per almeno cinque minuti alla merda in cui ci siamo cacciati» risposi alzando una mano come se volessi prevenire un’ulteriore domanda. «Fammi cercare della musica.»

Girai la manopola per cambiare stazione. Si susseguirono pezzi di canzoni e voci impostate.

«Fermati!» mi interruppe Anderlecht. «Torna un attimo indietro.»

«Perché?» chiesi.

«Fallo e basta, ok?»

«Va bene» obbedii per mancanza di energie mentali necessarie a protestare.

«Lascia qua» disse lui non appena sentì una voce femminile.

Era un notiziario. La giornalista stava parlando del rapimento della dottoressa Garelli. Si trattava di un servizio registrato. Quando la linea passò di nuovo allo studio in diretta, un altro giornalista lesse un aggiornamento dell’ultima ora sul caso di cui si era appena parlato. I due rapitori erano rimasti coinvolti in una sparatoria con due agenti di polizia. Uno era morto sul colpo, l’altro era ricoverato in ospedale in condizioni critiche.

«Pensano che siate stati voi due a sparare ai poliziotti?» chiese Annamaria per essere sicura di aver capito bene.

«Sì» le rispose Anderlecht. «Ora siamo fottuti per davvero.»

Spensi la radio.

«Ok, ho capito. Non posso staccare neanche due minuti» commentai scuotendo la testa. Guardai fuori dal finestrino. Stavamo percorrendo una strada di campagna stretta e poco illuminata. Mi voltai verso Anderlecht. Era silenzioso e sembrava concentrato solo sulla guida, ma intuii che gli stessero passando diversi pensieri per la mente. «Di questo passo non arriveremo mai da Elisabetta, non è vero?» gli chiesi.

Continuò a fissare la strada.

«Al momento è molto improbabile» rispose con tono sommesso. «Non abbiamo le risorse per fronteggiare un’altra imboscata di Jedan e ora dobbiamo preoccuparci pure della polizia.»

«Quali alternative abbiamo?»

«Ho una mezza idea, ma non ti piacerà.»

«Sentiamo.»

«Voglio farlo ragionare.»

«Chi?»

«Jedan.»

«Cosa?» reagì Annamaria. «Come avresti intenzione di fare?»

Andy la guardò attraverso lo specchietto retrovisore e abbozzò un sorriso.

«Jedan aveva organizzato tutto molto bene, ma dopo che il piano iniziale non è andato come aveva previsto, ha commesso qualche errore. Non è così infallibile come sembra. In più, non dimenticate che abbiamo qualcosa di cui lui ha bisogno.»

«Non credo di seguirti» dissi.

«Quando si metterà di nuovo in contatto con noi, capirai.»

***

La telefonata arrivò dopo poco più di dieci minuti. Tirai fuori il cellulare e misi in vivavoce, come mi aveva chiesto Anderlecht.

«Ok, ora sono davvero arrabbiato, ma allo stesso tempo devo dire che sono rimasto particolarmente sbalordito dalle vostre capacità» esordì Jedan.

«Grazie, molto gentile» risposi.

«Eliminare tre dei miei uomini in quelle condizioni non è da tutti.»

«Tre? Non erano quattro?»

«Uno è sopravvissuto. Ha avuto giorni migliori, ma è ancora tra noi. Chi pensi abbia sparato ai due poliziotti?»

«Bene, questo mistero lo abbiamo risolto.»

Anderlecht si sistemò sul sedile e prese la parola.

«Senti, pezzo di merda, dobbiamo trovare una soluzione a questa situazione» disse.

«C’era bisogno di insultarlo?» chiesi allargando le braccia.

Jedan però non sembrò essersi offeso.

«Sapete bene come andrà a finire.»

«Lo so, lo so. Tu ci fai fuori e ti riprendi quello che abbiamo rubato.»

«Esatto.»

«Ma c’è davvero bisogno di arrivare a tanto?»

La linea divenne muta per qualche secondo. Pensai perfino che la connessione fosse caduta.

«Ti ascolto» disse Jedan interrompendo il silenzio.

«Il tuo coinvolgimento in questa storia non è personale» iniziò a spiegare Anderlecht. «Sei stato pagato per fare quello che hai fatto. Perché non troviamo un accordo?»

Non sapevo dove Andy volesse andare a parare, ma ero talmente curioso di scoprirlo che rimasi in assoluto silenzio per paura di compromettere quella conversazione.

«Che termini proponi?» domandò Jedan.

Annamaria mi guardò con occhi interrogativi, ma non potei fare altro che alzare le spalle. Anderlecht aprì il finestrino, fece entrare un po’ d’aria fresca e poi si piegò leggermente verso il telefono per essere sicuro che le sue parole fossero comprensibili.

«Noi ti riportiamo indietro quello che abbiamo rubato a Lamanna e tu ci lasci andare. Poi possiamo trovare un modo per far credere a chi ti paga che hai effettivamente portato a termine il tuo compito.»

«Perché mai dovrei accettare una cosa del genere?» chiese Jedan. Il tono della sua voce tradiva una certa curiosità.

Andy si fece scappare una risata.

«Diciamoci la verità, questa missione si sta rivelando una montagna di merda anche per te. Doveva finire tutto in modo elegante e pulito ad Amsterdam e ora ti ritrovi a dover raccattare cadaveri, sparare a dei poliziotti e darci la caccia per mezza Italia.»

«L’uccisione dei due sbirri è stata un’iniziativa personale del mio uomo.»

«Non importa, hai capito il mio punto. Prima finisce questa storia, meglio è anche per te e per la tua reputazione.»

Anderlecht mi guardò e annuì con fare sicuro e spavaldo.

«Quanto tempo vi serve per raggiungere lo studio della dottoressa? Quello finto dove siete venuti qualche giorno fa» chiese Jedan all’improvviso.

«Dacci un paio d’ore e siamo lì.»

«Perfetto. A dopo.»

La telefonata si interruppe, ma io rimasi col cellulare in mano e la bocca aperta.

«Ok, sei stato bravo» attaccai. «Ma ora sei pregato di dirmi anche il resto del piano.»

Anderlecht sorrise, fermò la macchina e fece un’inversione a U.

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