«Che succede?» mi domandò subito Anderlecht senza neanche darmi il tempo di staccare il telefono dall’orecchio.

«Sa che siamo qua» risposi.

«Che siamo in questa zona?»

«No, sa che siamo dentro questa cappella.»

Il mio amico strabuzzò gli occhi.

«Non è possibile» provò a protestare.

«È quello che mi ha fatto intendere» spiegai.

«Fatto intendere? Ascolta, ti ha detto esplicitamente che sa che siamo qua dentro?»

«No, ma non mi sembra il tipo che dice cose a caso.»

«È sicuro stare qua?» intervenne Annamaria. La sua voce si era fatta incerta e debole.

Anderlecht sbuffò e si passò una mano tra i capelli.

«Non saprei» rispose. «Volevo nascondermi un po’, tirare il fiato e buttare giù un piano, ma forse è il caso di continuare a muoverci.»

«Sono d’accordo, sbrighiamoci» convenni.

Riaprimmo il portone e uscimmo. Un proiettile volò vicino al mio orecchio destro e si andò a infrangere sul muro esterno della cappella alzando una nuvola di polvere e detriti.

Anderlecht spinse Annamaria dentro, mi afferrò un braccio, mi tirò a sé e cercò di nuovo riparo all’interno della chiesa. Richiuse il portone e ci ordinò di stare ai lati dell’entrata.

«Te lo avevo detto che sapeva che eravamo qua» dissi estraendo la pistola.

«Non ora, Alberto, per amor del cielo!» protestò lui.

Annamaria si rannicchiò in un angolo tenendo la borsa stretta a sé.

Corsi lungo il muro laterale e andai a controllare dietro l’altare. Come temevo, non c’era nessuna uscita secondaria, solo un muro di mattoni molto spesso.

«Si entra e si esce solo da qua» spiegai tornando alla mia postazione di fianco al portone.

Anderlecht alzò gli occhi e mi indicò con un cenno della testa la finestra a forma di semicerchio.

«Dobbiamo capire com’è la situazione all’esterno» disse.

«Sai saltare così in alto?» chiesi.

«La smetti di fare battute del cazzo?»

«È il modo in cui gestisco lo stress! Dovresti averlo capito ormai, no?»

Anche se stavo praticamente urlando, mi ignorò e si diresse verso le panche.

«Dammi una mano» disse.

Ne sollevammo una e la spostammo di fronte al portone. Facemmo la stessa cosa con un’altra e la posizionammo sopra la prima, in modo da avere un rialzo di poco più di un metro.

Anderlecht fece una smorfia toccandosi il fianco e poi ci salì sopra. Alzò le braccia, tastò la parte inferiore della finestra e si rese conto che c’era una piccola rientranza. Appoggiò un piede sul muro e si tirò su tenendosi sollevato con la punta delle dita. Diede un’occhiata fuori e tornò giù.

«Allora?» gli chiesi.

«Quattro uomini. Tutti armati» rispose passandosi una mano sul collo.

«Pensavo avesse mandato più gente» commentai.

«Siamo comunque in minoranza.»

«Quattro contro tre» provai a farmi coraggio.

«Quattro contro uno e mezzo, forse» rispose Anderlecht guardando Annamaria ancora seduta a terra.

«Io sarei il mezzo?»

«Di sicuro non sei l’uno.»

Andy si leccò le labbra. Aveva lo sguardo concentrato.

«Dobbiamo agire, non possiamo stare qua in eterno. Dimmi che hai già in mente qualcosa, ti prego» lo incalzai.

«Ho una mezza idea, ma non vorrei arrivare a tanto» disse evitando il contatto visivo.

«Di che cosa stai parlando?»

«Chiamare rinforzi.»

«Mari?»

«No, non riuscirebbe mai ad arrivare qua in tempo.»

«Allora chi?»

Prima che mi rispondesse, la voce di Annamaria rimbombò nella chiesa.

«Ragazzi, venite qua!»

Mi voltai d’istinto verso l’angolo dove si era seduta e lo trovai vuoto. Vidi Anderlecht correre verso la Madonna e gli andai dietro.

Annamaria era in piedi vicino all’altare e stava indicando il pavimento sotto di esso.

«Che hai trovato?» le domandai.

«Sono venuta qui per cercare un posto più riparato e mi sono accorta che c’era qualcosa di strano sotto l’altare» spiegò.

Anderlecht si accucciò, allungò una mano e tirò.

«Che mi venisse un colpo…» sussurrò.

Sollevò una botola e scoprì un buco che scendeva a un livello inferiore. Si alzò di scatto, andò a recuperare il fucile con la torcia e lo puntò verso il basso per controllare. La luce mostrò un vano, una stanza di piccole dimensioni. Non c’era una scala o altro appiglio per scendere, ma l’altezza non era eccessiva e ci si poteva calare senza troppi problemi.

Si sentì una botta provenire dal portone.

«Ok, hanno perso la pazienza, mi sa» dissi.

«Le panche non resisteranno a lungo, dobbiamo sbrigarci» replicò Anderlecht. «Recuperate le nostre cose e nascondetevi qua sotto» ordinò subito dopo.

«Non sappiamo cosa ci sia» protestò Annamaria.

«Qualsiasi cosa ci sia, non può essere peggio della merda che arriverà qua sopra tra qualche minuto.»

«Quindi è questo il piano? Nascondersi?» domandai.

Un’altra botta colpì il portone.

«Ne hai uno migliore?»

Gettammo le nostre cose nel buco e poi mi calai anch’io. Annamaria mi raggiunse subito dopo, mentre l’ingresso rimbombava per la terza volta.

Alzai lo sguardo verso l’apertura aspettandomi che arrivasse anche Andy, ma non vidi nessuno. Dopo un paio di secondi riapparve.

«State buoni lì e non fatevi beccare» disse mentre richiudeva la botola.

«Ehi, un attimo!» gridai. «Che diavolo vuoi fare?»

Fui avvolto completamente dal buio senza sapere cosa fare. Quel posto era freddo e umido, ma per quanto fosse inospitale e insalubre, in quel momento era comunque preferibile al piano di sopra. Sentii Annamaria singhiozzare alla mia destra e allungai un braccio. Agitai una mano e alla fine riuscii a toccarla. Sul momento sussultò, ma capì subito che ero io. La strinsi a me, la abbracciai forte e le misi una mano sulla bocca.

«Andrà tutto bene» le sussurrai in un orecchio. «Non dire nulla. Qualsiasi cosa succeda, qualsiasi cosa sentiremo da qui a qualche secondo, non fare nulla, non fare rumore. Stai in silenzio. Te lo chiedo per favore.»

Annuì e strinse l’abbraccio ancora più forte.

Un’altra botta. Capii immediatamente che era stata quella decisiva. Mi aspettavo spari e urla ma, con mia grossa sorpresa, non ci fu nulla di tutto ciò. Qualcuno disse qualcosa, ma non riuscii a capire. Per almeno un minuto ci furono solo passi e chiacchiericcio.

Il respiro di Annamaria era affannoso e cadenzato. Sentivo il battito del suo cuore sul mio petto. Per un istante mi sorpresi persino a pensare che i suoi capelli avessero un buon odore. Stava tremando e per qualche momento mi parve nuovamente la donna confusa e spaventata che avevo conosciuto ad Amsterdam, non la disperata calcolatrice che stava per uccidere Elisabetta.

Per quanto mi stessi sforzando di essere quello calmo, ero sul punto di impazzire. L’attesa era lacerante.

Ma nel giro di un secondo rimpiansi il silenzio.

Un tonfo tremendo risuonò sopra le nostre teste. Annamaria affondò il viso nel mio petto per reprimere l’impulso di urlare. Un altro botto, uno sparo, due spari, tre spari. Persi il conto.

«Ti prego, Andy. Non fare cazzate» sussurrai.

I rumori più sinistri si allontanarono dalla nostra posizione, ma a poco a poco sentii avvicinarsi dei passi.

«Figlio di puttana» disse una voce sopra di noi.

Dopo qualche secondo, accadde quello che temevo più di ogni altra cosa: la botola si aprì. Spinsi via Annamaria e tirai fuori la pistola. Trattenni il fiato tenendo lo sguardo fisso su quel triangolo di luce che proveniva dal piano superiore.

Vidi calare una corda e subito dopo un uomo la usò per scendere nel nostro nascondiglio.

Successe tutto molto velocemente.

Mi arrivò un fascio di luce in faccia e la mia prima reazione fu quella di sparare. Fu una cosa molto stupida, perché in quell’ambiente buio e ristretto il rimbalzo del proiettile poteva essere letale, ma fortunatamente colpii l’uomo all’altezza della spalla.

Cacciò un urlo e fece cadere per terra il suo fucile, ma la sua reazione fu immediata. Usò il braccio ancora sano per estrarre una pistola e la puntò contro di me. Scivolai all’indietro per la paura e caddi col sedere per terra.

Ok, basta, sono morto.

Grazie alla luce del fucile ancora per terra, vidi muoversi un’ombra alla sua sinistra. Quella figura fece un movimento rapido e secco, come un pugno sferrato lateralmente. Quel gesto non mi parve particolarmente potente, ma l’uomo cadde all’indietro urlando persino più forte di quanto non avesse fatto poco prima.

Afferrai il fucile e lo puntai verso di lui per cercare di capire. Era riverso sulla schiena, con le mani sul volto e una siringa conficcata nell’occhio. Spostai la torcia e vidi Annamaria in ginocchio con l’espressione sconvolta. La sua borsa era aperta.

«Presto! Andiamo!» ordinai dopo essermi ripreso dallo shock.

Usammo la corda e tornammo in superficie, rimanendo nascosti sotto l’altare. Tirammo su la fune e chiudemmo la botola. Trovai un masso bianco e un cumulo di pietre e li misi sopra l’apertura per nasconderla e rendere più difficile uscire da lì. Solo dopo qualche secondo, mi resi conto che la presenza di detriti di quel tipo era sospetta. La statua della Madonna si era schiantata per terra andando in mille pezzi. Un tizio vestito come quello che avevamo lasciato sotto la botola era riverso a terra privo di sensi.

«Vedi? Jedan aveva torto. Alla fine, la Madonna ci ha salvato sul serio» commentai.

Annamaria mi guardò male.

«Davvero? Adesso?» commentò.

«Non ti ci mettere anche tu, ok?»

Le ostilità non erano finite. Una serie di spari esplose dietro di noi. Mi affacciai con cautela nel primo momento di silenzio. Anderlecht si stava proteggendo dietro una panca e stava ricaricando la sua pistola.

«Com’è la situazione?» gli chiesi.

Fu colto di sorpresa, ma appena mi vide, gli scappò un sorriso.

«Adesso meglio» rispose. «Uno e mezzo contro uno.»

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