Uscimmo dal Grande Raccordo Anulare e imboccammo l’autostrada verso nord. Non fummo attaccati da nessun altro mezzo, ma onestamente non ero così sicuro che fosse una buona notizia. Nessuno disse nulla per circa mezz’ora. Sembrava davvero tutto troppo calmo.
Vidi Andy toccarsi ancora la ferita, ma stetti zitto perché sapevo che tanto avrebbe negato fino alla morte che fosse un problema.
«Va tutto bene?» chiesi ad Annamaria giusto per interrompere quella pace sinistra.
Fu colta di sorpresa, ma alla fine annuì e si sforzò di fare un sorriso.
«Sì, sì» si limitò a dire.

«Vorrei dire che mi dispiace per tutto questo, ma considerando che siamo in questo casino praticamente per colpa tua…»
«Non di nuovo, per favore» rispose seria.
«Lo so, lo so» dissi agitando una mano davanti a me. «Devo solo prendermela con qualcuno.»
«La tua amica starà bene. Ci vorrà del tempo, ma starà bene.»
«Sì, starà bene assieme a Giovanni» dissi.
Mi sorpresi delle mie stesse parole e mi maledissi per aver partorito un pensiero simile.
«L’importante è che stia bene» mi rincuorò Annamaria stringendomi una mano.
Gliela accarezzai e annuii.
Proprio in quel momento, iniziò a suonare il mio telefono. Numero sconosciuto.
«Ho paura che non sarà una conversazione piacevole» dissi guardando lo schermo.
«Chi è?» chiese Anderlecht.
«Un numero che non conosco, ma secondo te quante sono le probabilità di ricevere delle buone notizie in una giornata come questa?» risposi.
«Credo di non aver mai ricevuto belle notizie per telefono in tua compagnia.»
«Come al solito, è colpa mia, vero?»
«Dai, vedi chi è.»
Risposi alla chiamata e misi in vivavoce così che potessero sentire tutti.
«Pronto, chi parla?» domandai fingendo entusiasmo.
«Alberto, per amor del cielo, che cazzo vi siete messi in testa?» esordì Gaia praticamente urlando.
«Gaia, carissima, è un piacere risentirti» la canzonai.
«Smettila, santo dio. Non sono in vena di scherzare.»
«Ok, capisco benissimo che tu sia arrabbiata, ma devi capire la nostra posizione.»
«Avevamo un accordo.»
«L’accordo è ancora valido» intervenne Anderlecht. «Abbiamo solo bisogno di rinviare la consegna di quello che abbiamo recuperato.»
«Pensate davvero di riuscire ad avere la meglio su Jedan? Avete presente di cosa sia capace quell’uomo? Soprattutto ora che lo avete costretto ad andare a briglia sciolta.»
«Gaia, ascolta» dissi. «Devi solo avere pazienza.»
Fece una pausa e la sentimmo prendere un lungo respiro.
«Lo sapete che siete ricercati dalla polizia di mezza Italia, vero?» disse all’improvviso.
«La polizia?» reagii. «Che c’entrano gli sbirri, ora?»
«Perché avete rapito la dottoressa Garelli e avete mandato alla famiglia una richiesta di riscatto, ecco perché.»
Tutti e tre, dentro l’abitacolo del furgone, ci guardammo esterrefatti.
«Non abbiamo fatto nulla di tutto questo» protestai.
«Sì, ma Jedan ha fatto in modo che lo credesse la polizia» rispose Anderlecht avendo già capito tutto.
«Per fortuna tra di voi ce n’è uno sveglio» commentò Gaia.
«Non c’è bisogno di offendere, ok?» reagii.
«Sentite, mi sono già esposta troppo in questa storia e purtroppo non mi resta altro da fare che fidarmi di voi. Se riuscite a uscirne vivi da soli, fra tre giorni posso organizzare un incontro. Vi manderò tutte le coordinate. Mi aspetto di trovarvi lì con quello che mi spetta. Se non vi presentate, avrete un’altra cosa di cui preoccuparvi.»
«Cosa hai intenzione di fare? Ci mandi contro la mafia?» domandai.
«Non sto scherzando» rispose Gaia rimanendo seria.
«Manda la posizione» disse Andy. «Tra tre giorni saremo lì.»
La telefonata si chiuse senza saluti.
Avrei voluto iniziare subito a parlare delle nuove informazioni in nostro possesso, ma notai che il furgone aveva rallentato e si stava fermando in una piazzola di sosta.
«Che succede?» chiesi.
Andy spense il motore e si passò una mano tra i capelli.
«Hai sentito Gaia, no?» rispose. «Siamo ricercati dalla polizia. Non possiamo più stare in autostrada, siamo troppo esposti. Sicuramente tutti i caselli sono monitorati. Dobbiamo cercare una via alternativa.»
«Ma siamo nel bel mezzo del nulla!» provai a ribattere.
«Non abbiamo scelta» concluse mentre scendeva dal furgone.
«Non ha tutti i torti» cercò di rincuorarmi Annamaria.
«Lo so, il fatto che abbia quasi sempre ragione è la cosa che meno sopporto di lui.»
Recuperammo lo zaino e uno dei borsoni. Conteneva un fucile d’assalto, delle pistole e alcune munizioni. Scavalcammo il guardrail e ci facemmo strada tra la vegetazione.
***
L’aria si fece fredda e qualche goccia di pioggia iniziò a cadere dal cielo. Camminammo in fila indiana, con Anderlecht in testa e io dietro. C’erano delle luci in lontananza, ma eravamo ancora ben distanti da qualsiasi segno di civiltà.

Annamaria era di fronte a me e non aveva proferito parola da quando avevamo lasciato l’autostrada. Non potevo vedere la sua espressione, ma percepivo la sua preoccupazione.
«Cosa c’è nella borsa?» le chiesi quando non ne potei più dell’atmosfera funerea di quella processione.
Annamaria ci mise qualche secondo per rendersi conto che stavo parlando con lei.
«Quello che serve per salvare la tua amica» rispose voltandosi verso di me.
«L’antidoto per il veleno che le hai dato?»
«È una descrizione un po’ semplicistica, ma sì, è quello.»
Annuii e mi passai una mano sulla fronte bagnata. Stavamo camminando in un campo con l’erba molto alta. Se il tempo fosse peggiorato, avremmo rischiato di trovarci col fango fino alle ginocchia.
«Quanto tempo le rimane?» domandai.
Annamaria si aggiustò la tracolla della borsa e sospirò.
«Senza la cura, non più di una settimana» rispose evitando il mio sguardo.
«Cazzo» sussurrai.
«Mi disp…»
Alzai una mano e la fermai prima che completasse la frase.
«Lascia stare. Ti sei già spiegata. È inutile tornare a parlarne.»
Anderlecht si fermò all’improvviso, alzò la testa e si guardò intorno.
«Che succede?» chiese Annamaria preoccupata.
Il mio amico controllò una bussola sullo schermo del suo telefono e poi riprese a camminare girando leggermente verso sinistra.
«Dobbiamo trovare un altro mezzo» disse.
«Per “trovare” intendi “rubare”?» chiesi.
«Cosa vorresti fare? Comprarlo?»
«No, è che non volevo aggiungere altri capi d’accusa al mio processo per rapimento.»
«Preoccupiamoci di un problema alla volta.»
Arrivammo all’inizio di un piccolo bosco. Il terreno diventava molto più scosceso e il sentiero molto più scuro. Anderlecht tirò fuori il fucile dal borsone e vi montò una torcia. Ci disse di fare attenzione e di stare vicini.
Ogni passo andava studiato bene per evitare di finire per terra e questo troncò sul nascere ogni tentativo di conversazione. Dopo quasi mezz’ora di silenzio, il bosco iniziò a diradarsi e ci trovammo sul ciglio di una piccola strada, nei pressi di un bivio. Un cartello segnalava la presenza di un paese a una decina di chilometri di distanza.
«Grazie per aver protetto mia sorella» disse Annamaria mentre procedevamo in quella direzione camminando sul bordo della strada.
«Abbiamo fatto quello che andava fatto» risposi.
«Ho fatto quello che andava fatto» commentò Anderlecht leggermente piccato.
«Andy ha fatto quello che andava fatto» mi corressi facendo roteare gli occhi.
«Non fare quella faccia» replicò lui senza neanche voltarsi.
«Quale faccia?»
Non rispose.
Ad Annamaria scappò il primo sorriso della serata.
***
Dopo circa tre quarti d’ora, riuscimmo a vedere in lontananza il paese verso cui ci stavamo incamminando. Era solo un piccolo villaggio, ma l’unica cosa che ci interessava era che ci fosse almeno un mezzo che valesse la pena rubare.
Sorrisi soddisfatto, ma quel momento di contentezza durò giusto qualche secondo. Due fari si avvicinarono alle nostre spalle. Anderlecht ci afferrò entrambi e ci fece saltare nel piccolo fossato vicino alla strada. Alzò la testa per controllare e si riabbassò subito dopo imprecando.
«Cosa hai visto?» chiesi.
«Sbirri» rispose lui mentre le luci ci superavano e proseguivano verso il paese.
«Non possono sapere che siamo qua, no?»
«Jedan può fare molte cose» si intromise Annamaria.
Anderlecht scosse la testa.
«Questa non è neanche così difficile. Sanno quale mezzo stavamo usando e un veicolo lasciato sull’autostrada è una cosa che attira l’attenzione. Sapevo che non avevamo molto tempo, ma sono stati più veloci di quanto sperassi.»
«Cosa facciamo? Può anche darsi che quella volante passasse di qui» dissi provando a convincermi che quell’osservazione fosse sensata.
«Hai visto dove caspita siamo?» reagì Anderlecht. «Sono qua per noi e comunque è meglio non rischiare.»
«Vuoi stare nascosto qui?»
«No, ovviamente.» Il mio amico rialzò la testa e controllò i paraggi. «Seguitemi e fate attenzione» ordinò subito dopo.
Lasciammo il fossato e capii subito dove eravamo diretti. Alla nostra destra, in una posizione abbastanza isolata, c’era una piccola chiesa, una cappelletta in mattoni circondata da un prato. Sulla facciata, poco sopra il portone in legno scuro, c’era una finestra a forma di semicerchio. Sul tetto, sul lato sinistro, spuntava quello che nel buio della notte mi parve una specie di comignolo. Solo quando eravamo a qualche metro di distanza, mi resi conto che si trattava di una struttura con una campana circondata da quattro piccole colonne.
Anderlecht provò a spingere il portone, ma lo trovò chiuso. Fece un passo indietro e lo colpì con la suola della scarpa. La vecchia serratura resistette al primo colpo, ma cedette al secondo. Entrammo di corsa e richiudemmo l’entrata.
L’interno era buio e freddo. C’erano quattro panche, due per lato. In fondo alla struttura c’era un altare sovrastato da una statua della Madonna con un rosario nella mano destra.

«Beh, almeno non siamo soli» dissi.
La mia voce rimbombò come se fossimo dentro una caverna.
Anderlecht si appoggiò sulla porta e scivolò per terra con le mani tra i capelli.
«Va tutto bene?» gli chiese Annamaria.
«Sì, sì» rispose lui. «Ho solo bisogno di qualche minuto» aggiunse toccandosi il fianco.
«Cosa facciamo, ora?» domandai pur avendo già una mezza idea della risposta che avrei avuto.
Anderlecht non fece in tempo a rispondere. Il cellulare nello zaino prese a suonare.
Annamaria mi guardò confusa, ma Andy sapeva cosa volesse dire e scattò di colpo in piedi. Tirai fuori il telefono e risposi. Jedan iniziò a parlare senza neanche darmi il tempo di salutarlo.
«Vi do una buona notizia» annunciò. «Ho deciso di lasciare stare la sorella della dottoressa.»
«Troppo buono, grazie» commentai.
«Non è bontà, fidati. Nel mio lavoro, per ottenere risultati, è fondamentale sapere dove e quando concentrare le proprie risorse.»
«Mi hai chiamato per darmi lezioni di ingegneria gestionale o ti mancavo e volevi sentire la mia voce?»
Jedan scoppiò a ridere.
«Mi piace questa cosa che hai sempre voglia di scherzare.»
«Non è un’opinione molto diffusa, purtroppo. Cosa vuoi?»
Lo sentii prendere fiato e mi immaginai la sua espressione trasformarsi in un ghigno malefico.
«Non voglio più perdere troppo tempo con voi. Tutti e tre, tu, il tuo amico e la dottoressa sarete morti prima dell’alba.»
Un brivido mi corse lungo la schiena.
«Prima ci devi trovare» lo stuzzicai.
Ci furono tre eterni secondi di silenzio.
«Questa volta, non vi salverà neanche la Madonna» disse alla fine.
Alzai gli occhi verso il fondo della cappella e incrociai lo sguardo sereno e misericordioso della statua di Maria.
«Come diavolo…» farfugliai.
Mi chiuse il telefono in faccia.