Afferrai Anderlecht per un braccio e lo tirai a me.

«Cosa hai in mente?» gli chiesi sottovoce. «Hai un piano, vero?»

La sua espressione non mostrò alcuna emozione, ma la sua risposta non fu esattamente quella che avrei voluto sentire in quel momento.

«Non proprio» disse mentre osservava Tony che usciva dalla porta sul retro per caricare il furgone e avvisare il nostro autista.

«Non proprio?» ripetei incredulo. «Ti devo ricordare che Elis…»

«Lo so benissimo qual è la situazione di Elisabetta» reagì parlandomi sopra. «Non c’è bisogno che tu me lo ripeta ogni cinque minuti. Sono preoccupato per lei come te, ma al momento dobbiamo lavorare con quello che abbiamo. La situazione non è ideale, ma possiamo trovare una soluzione.»

«Quale? Se non diamo lo zai…»

«Se non diamo lo zaino a Jedan, Annamaria è morta ed Elisabetta è spacciata. So bene anche questo. Vuoi continuare a ripetermi cose di cui sono al corrente?»

Lo guardai per qualche secondo cercando di fare una faccia cattiva, anche se sapevo che non avevo la minima chance di intimorirlo.

«Ok, ok, mi fido di te.»

«Fai bene. Andiamo con Tony e vediamo che hanno in mente lui e Gaia.»

«Ok.»

Raggiungemmo il retro del bar dove il furgone era in moto. Tony stava caricando due borsoni.

«Siete pronti?» ci chiese.

«Sì» risposi. «Ma spero che chiamerai presto la tua amica per trovare un modo per fare contenti tutti.»

«Certo. Appena sarà sicuro farlo, organizzeremo un incontro.»

«Grazie.»

Tony diede una pacca sul braccio di Anderlecht per richiamarne l’attenzione e gli indicò un altro borsone per terra alle sue spalle.

«Puoi passarmelo?» gli chiese.

Il mio amico obbedì senza dire altro. Io gettai un’occhiata dentro il furgone e notai lo zaino per il quale avevamo tanto penato messo con cura tra altri due bagagli. Sospirai rassegnato e scossi la testa prima di iniziare a immaginare cosa potesse succedere se non lo avessimo riconsegnato a Jedan.

Un rumore sordo mi riportò immediatamente alla realtà. Alzai gli occhi e vidi Tony privo di sensi sull’asfalto. Anderlecht torreggiava su di lui impugnando la canna della sua pistola.

«Che cazzo hai fatto?» esclamai.

«Volevi un piano?» replicò il mio amico. «Ora ce l’abbiamo.»

«Non cap…» iniziai a dire. Per l’ennesima volta nel giro di qualche minuto, non mi fece finire la frase. Mi prese per un braccio e mi tirò dietro il fianco destro del furgone. Rifeci capolino per vedere che cosa avesse in mente. Si nascose dietro un’anta del portellone posteriore. L’autista venne a controllare cosa fosse stato quel rumore che aveva sentito qualche istante prima, ma non fece neanche in tempo a scorgere Tony riverso per terra. Anderlecht lo colpì in pieno volto con il portellone, gli diede un pugno sul naso, lo afferrò per il collo e lo tenne stretto in una morsa fino a quando non perse i sensi.

«Il tuo piano è mettere K.O. chiunque ti trovi davanti?» domandai.

Lui chiuse il retro del furgone e mi fece segno di salire. Sbuffai e mi accomodai sul lato del passeggero. Anderlecht si mise al volante e lasciò il vicolo a tutta velocità.

«Avevi ragione su una cosa» disse distendendosi sullo schienale del sedile.

«Una sola?» risposi sarcastico.

«Non possiamo permettere che succeda qualcosa ad Annamaria.»

«Finalmente l’hai capito.»

«Ma non possiamo neanche permettere che Jedan e Lamanna tornino in possesso del contenuto dello zaino.»

Aggrottai la fronte percependo che stava arrivando la parte che mi sarebbe piaciuta meno.

«Quindi?» chiesi.

Ad Anderlecht scappò un mezzo sorriso, ma capii subito che era più che altro un meccanismo per gestire la pressione del momento.

«Quindi il nostro piano è questo: prendiamo in prestito lo zaino, recuperiamo Annamaria, le facciamo curare Elisabetta e quando siamo sicuri che sia fuori pericolo, riconsegniamo lo zaino a Gaia e al suo amico speciale.»

«Pensi che sia fattibile?» domandai.

«Penso che sia un mezzo suicidio, ma è l’unica opzione che abbiamo per salvare Elisabetta ed evitare di avere in Italia uno dei governi più corrotti di tutti i tempi.»

«Beh, Lamanna dovrebbe impegnarsi molto per raggiungere un obiettivo del genere.»

Anderlecht tornò improvvisamente serio.

«Non hai idea di cosa possa fare chi si ritrova tra le mani i segreti dell’organizzazione.»

«Non credo di volerlo sapere» risposi laconico.

«Mettiti in contatto con Annamaria. Dobbiamo raggiungerla il prima possibile.»

Non me lo feci ripetere due volte. Tirai fuori il cellulare e feci partire la chiamata. Per circa quindici lunghissimi secondi, squillò a vuoto.

«Speriamo che non sia già troppo tardi» dissi per esorcizzare la paura che quella mia osservazione fosse vera.

«Metti in vivavoce» rispose Anderlecht continuando a guardare la strada.

«Pronto?» disse all’improvviso una voce femminile dall’altra parte del telefono.

«Annamaria? Sei tu?» chiesi subito.

«Alberto? Che succede?» rispose lei preoccupata per il tono agitato della mia voce.

«Dove sei?» domandai.

«A casa. Va tutto bene?»

«No, per nulla. Ci sono stati degli sviluppi. Abbiamo bisogno di metterti al sicuro.»

«Che genere di sviluppi?» domandò sempre più preoccupata.

«Non posso spiegarti tutto per telefono» dissi. «Fatti trovare pronta e prepara tutto quello che ti serve per curare la mia amica.»

«Un momento!» iniziò a protestare. «Mia sorella? Lei è al sicuro?»

Aprii la bocca per dirle che in qualche modo ci saremmo occupati anche di lei, ma Anderlecht mi anticipò.

«Non preoccuparti di lei. È al sicuro» disse.

«Sul serio?» gli chiesi sorpreso.

«Sì. Mari è con lei.»

«Mari? Quando avevi intenzione di dirmelo?»

«Quando sarebbe stato opportuno. Tipo adesso.»

«Ti sembra il caso di nasconderci le cose tra di noi?»

«Ragazzi!» intervenne Annamaria con un tono abbastanza irritato. «Mia sorella è al sicuro, quindi?»

«Sì, lo è» rispose Anderlecht. «Ho mandato una persona di fiducia a prendersi cura di lei. Preparati, non muoverti di casa e non aprire a nessuno fino a quando non arriviamo.»

***

Annamaria non ci aveva mai portato a casa sua, ma per ogni evenienza ci aveva comunicato l’indirizzo subito dopo l’accordo che avevamo stretto qualche giorno prima. Si trattava di un’abitazione bifamiliare nel quartiere di Tor di Quinto. Quando parcheggiammo il furgone davanti al piccolo cancello di metallo, notammo che tutte le luci erano spente.

Mi voltai verso Anderlecht per chiedergli cosa ne pensasse, ma lo vidi con la testa sollevata, gli occhi chiusi e una mano sul fianco, sul punto dove aveva preso una coltellata qualche ora prima.

«Tutto ok?» gli chiesi.

«Sì» disse scuotendo la testa nel tentativo di scrollarsi di dosso il dolore. «Passerà.»

Presi il cellulare e richiamai Annamaria. Questa volta rispose dopo uno squillo.

«Dove siete?» domandò.

«Qua fuori. È tutto ok?» risposi.

«Sì, sì. Tutto tranquillo.»

«Ok, vengo a prenderti.»

Recuperai una pistola dal cruscotto, controllai che fosse carica e la infilai nella fondina.

«Guardati» commentò Anderlecht con un sorriso. «Sembri quasi un professionista.»

Ignorai il suo umorismo e fu una piacevole sensazione non essere per una volta l’idiota che se ne esce con battute a sproposito nei momenti meno opportuni.

Scesi dal furgone, aprii il cancelletto e corsi fino alla porta di casa. Bussai e Annamaria mi venne ad aprire dopo qualche secondo. Era in tuta, coi capelli legati e una grossa borsa a tracolla.

«Andiamo. Non allontanarti da me» le ordinai.

La feci salire sul furgone in modo che fosse seduta tra me e Anderlecht. Il mio amico fece ripartire il mezzo senza neanche salutarla.

Proprio in quel momento, notai nello specchietto retrovisore destro un paio di fanali.

«Fanculo» sussurrò Anderlecht avendo notato la stessa cosa.

«Siamo arrivati giusto in tempo» commentai.

«Ok, tenetevi forte.»

Il mio amico inserì la marcia e diede gas. Le ruote del furgone gridarono squarciando il silenzio notturno di quel tranquillo quartiere romano e il furgone partì a tutta velocità.

Nonostante ciò, i nostri inseguitori ci furono addosso nel giro di qualche secondo. Stavano guidando una berlina nera. Dallo specchietto riuscii a riconoscere la testa pelata dello scagnozzo di Jedan. Era sul sedile del passeggero e aveva in mano una pistola.

«È il tuo amico» dissi ad Anderlecht.

«Quale dei tanti?» rispose lui.

«Quello che ti ha fatto un buco nella pancia.»

«Quel maledetto…»

Lo specchietto alla mia destra andò in frantumi colpito da una pallottola. Annamaria cacciò un urlo per lo spavento.

«Ok, mi sa che non hanno voglia di discutere civilmente» commentai.

«Rispondi al fuoco» mi ordinò Anderlecht.

Mi girai verso di lui con gli occhi spalancati.

«Sei impazzito?» domandai gridando.

«Non possiamo scappare e basta. Dobbiamo contrattaccare» rispose lui mentre girava lo sterzo all’improvviso verso destra, nel vano tentativo di seminare i nostri inseguitori imboccando una traversa.

«Secondo te sono in grado di colpire un bersaglio in movimento mentre sono a bordo di un furgone?»

«Io sto guidando, quindi o spari tu o spara Annamaria. Annamaria, sai sparare?»

La donna scosse la testa tenendo stretta la borsa a sé.

«No…» sussurrò spaventata.

«Visto?» commentò Anderlecht. «Rimani solo tu.»

«Ti odio» mormorai.

Sbuffai e mi feci coraggio.

Abbassai il finestrino, mi voltai sul sedile in modo da avere lo schienale davanti al viso, tirai fuori solo un braccio e sparai due colpi alla cieca.

«Guarda dove spari» commentò Anderlecht mentre osservava la scena dal suo specchietto.

«Non metto la testa lì fuori rischiando di prendermi una pallottola in fronte!» replicai.

«Ok, devo fare tutto da solo. Annamaria, prendi il volante.»

La donna rimase immobile, quasi catatonica.

«Come, scusa?» chiese.

«Prendi il volante» rispose Andy. «Sai guidare, vero? Almeno questo lo sai fare?»

«Sì, ma…»

«Perfetto. Segui la strada e cerca di non farci sbandare.»

Andy prese la pistola e abbassò il finestrino. Il furgone virò all’improvviso verso destra e Annamaria afferrò il volante d’istinto raddrizzando la nostra traiettoria prima che fosse troppo tardi.

Il mio amico si sporse fuori e sparò un paio di colpi che, pur più precisi dei miei, non andarono a segno. Tornò dentro l’abitacolo e riprese il controllo del volante. Il suo esempio mi diede coraggio e lo imitai. Mancai ovviamente il bersaglio, ma almeno il mio attacco li fece rallentare. Guadagnammo un po’ di vantaggio e ciò permise ad Anderlecht di avere del margine di manovra per riprovare la mossa della sterzata improvvisa. Girò a sinistra e la forza centrifuga schiacciò me sul finestrino e Annamaria su di me. I tizi dietro di noi capirono la nostra mossa, ma nel tentativo di venirci dietro persero il controllo del posteriore e andarono a sbattere la fiancata contro un lampione. Prima che riuscissero a ricominciare l’inseguimento, eravamo già spariti dal loro campo visivo.

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