Tornammo al bar che avevamo preso in affitto come nostra base, quello dove avevo incontrato Annamaria qualche giorno prima. La prima cosa che feci fu sistemare con cura lo zaino che avevamo recuperato su un tavolo e sincerarmi che Anderlecht stesse bene.
«Dovresti vedere un dottore per quella» dissi.
Lui scosse la testa e iniziò a togliersi la fasciatura improvvisata che aveva applicato sopra la ferita.
«No, sto bene. Passami il kit e una bottiglia di grappa» disse con una smorfia sul volto, sedendosi sulla prima sedia che trovò.
«C’è già il disinfettante nel kit. Non hai bisogno della grappa.»

«La grappa non è per la ferita.»
«Ah…»
Anderlecht aprì la bottiglia con la bocca e si scolò un lungo sorso. Si pulì col dorso della mano e tirò fuori il disinfettante e del cotone sterile dal kit.
«Sei sicuro di non aver bisogno di una mano?» gli chiesi.
«Come se avessi accettato.»
Tony si fece avanti e sospirò.
«Per fortuna è andata bene» commentò sorridendo.
Anderlecht alzò la testa e lo fulminò con lo sguardo.
«Immagino che tu ti aspettassi un esito diverso, però» replicò a denti stretti.
«Come, scusa?» reagì l’altro sorpreso.
Guardai prima uno e poi l’altro, confuso dalla piega che stava prendendo quella conversazione.
«Dove diavolo eri finito?» chiese Andy.
«Ve l’ho già detto. Una delle guardie mi ha visto e ho dovuto nascondermi per far perdere le mie tracce.»
«E sei sparito giusto quando siamo arrivati alla stanza e abbiamo trovato lo scagnozzo di Jedan.»
«Andy, che ti prende?» intervenni.
«Gaia aveva detto che la stanza non sarebbe stata sorvegliata e invece abbiamo trovato quella bestia.»
Tony allargò le braccia sorpreso.
«Quello che dici non ha senso» rispose.
«Allora perché un’operazione che doveva essere relativamente tranquilla stava per farci ammazzare tutti?» chiese Anderlecht.
«Sei serio?» domandai.
«Sì, Alberto. Avevi ragione tu. Non dovevamo fidarci di quella troia.»
«È stata lei a darmi la combinazione della stanza» risposi.
Il mio amico iniziò a sbattere le palpebre in silenzio.
«Ah…» riuscì a dire.
«Eh!»
«Gaia non aveva nessun motivo per fregarvi» intervenne di nuovo Tony. «Vi ha spiegato che ha bisogno di voi.»
Anderlecht infilò un filo dentro un ago e alzò le spalle.
«Questo mi tranquillizza» disse. «Non ero pronto a un’eventualità del genere.»
«Neanch’io avrei sopportato di essere stato fregato un’altra volta» convenni con lui.
«No, mi riferivo al fatto di averti dovuto dare ragione.»
«Davvero un peccato che il pelato non sia stato più preciso con quel pugnale.»
«Quello che ti sei fatto fregare?»
Tony fermò quel battibecco prima che degenerasse.

«Cosa abbiamo recuperato alla fine?» domandò.
Presi lo zaino e glielo porsi.
«È tutto qua.»
«Un po’ poco» commentò controllandone il contenuto.
«Per come si sono messe le cose, direi che possiamo ritenerci soddisfatti.»
«Vediamo che cosa abbiamo pescato.»
Tony mi ridiede lo zaino e recuperò una borsa che aveva lasciato dietro il bancone prima che partissimo per la villa. Tirò fuori un portatile e si sedette a un tavolo. Presi posto vicino a lui mentre Anderlecht iniziava a ricucirsi da solo in silenzio.
Tony attaccò la memoria esterna al computer ma, come temevamo, era impossibile accedervi senza una password.
«Ah, non di nuovo» commentai esasperato.
«Prova a controllare l’agenda» mi suggerì lui.
La sfogliai, ma era praticamente impossibile capirci qualcosa. Vi era segnata una miriade di numeri e lettere, scritti a penna uno vicino all’altro, senza spazi.
«Sono ufficialmente confuso» commentai.
«La password magari è scritta qua in mezzo.»
«Come facciamo a riconoscerla? Ci sono pagine e pagine di caratteri. Senza considerare il fatto che potrebbe pure essere altro.»
Tony si grattò la testa e fece una smorfia.
«Potrei avere una soluzione, ma ci vorrà del tempo.»
«Di che stai parlando?» chiesi.
«Conosco un tizio che si occupa di queste cose e che potrebbe aiutarci. Il problema è che non sta in Italia e potrebbero volerci alcune settimane prima che riesca a contattarlo.»
«Non abbiamo tutto questo tempo.»
«Lo so, ma non vedo alternative. Se provassimo ad accedere da soli potremmo perdere ancora più tempo.»
«Ha ragione» si intromise Anderlecht senza distogliere gli occhi dalla ferita.
Mi alzai di scatto e mi misi a passeggiare avanti e indietro.
«Abbiamo bisogno adesso di tutte le informazioni che riusciamo a ottenere. Tra qualche settimana, Elisabetta potrebbe essere già morta.»
«Lo so, ma cosa vuoi fare?»
Diedi un calcio di frustrazione a una sedia e imprecai.
«Mi metto subito in contatto col mio amico. Magari siamo fortunati» disse Tony.
«Fallo, per piacere» lo pregai.
Proprio in quel momento, si sentì la suoneria di un cellulare. Tutti e tre ci guardammo in faccia aspettandoci che uno degli altri rispondesse.
«Non è il mio» commentò Anderlecht.
«Neanche il mio» gli risposi.
«Idem» disse Tony.
«Non sarà mica il telefono del bar?» si chiese Andy.
«No, il padrone l’ha staccato prima di darci le chiavi» spiegai.
La musichetta andò avanti ancora per qualche secondo senza che nessuno di noi capisse da dove provenisse. A un certo punto, a Tony cadde l’occhio sullo zaino che era rimasto appeso allo schienale di una sedia. Vi infilò una mano e recuperò il vecchio cellulare.
«Trovato» disse alzandolo sopra la testa.
Feci un salto verso di lui e glielo strappai dalle mani. Lo schermo riportava solo la scritta “Numero Privato”. Premetti il tasto con la cornetta verde e risposi.
«Pronto?» dissi con una punta di eccitazione.
«Buonasera» rispose una voce maschile.
«Chi sta parlando?» domandai.
«Puoi chiamarmi Jedan.»
Persi quasi l’equilibrio per la sorpresa.
«Jedan? Quel Jedan?» dissi per essere sicuro di aver capito bene. Sia Anderlecht sia Tony raddrizzarono la schiena e strabuzzarono gli occhi.
«Sì, quello.»
Deglutii e mi passai una mano tra i capelli.
«A cosa devo l’onore di questa telefonata?» chiesi cercando di ostentare calma e risolutezza.
«Oh, questa chiamata la puoi davvero considerare un onore. In tanti anni che faccio questo mestiere, nessuno mi aveva mai spinto fino a questo punto. Non so come ci siate riusciti.»
«Abbiamo avuto un po’ di fortuna» risposi.
«Fortuna o meno, vorrei farvi i miei complimenti.»
«Grazie, molto carino da parte tua.»
Anderlecht aggrottò la fronte e mi guardò in modo inquisitorio, curioso di sapere perché mi stessi perdendo in cortesi convenevoli col tizio che stava cercando di farci fare una brutta fine da settimane. Gli risposi alzando le spalle.
«Non vi ho chiamato solo per questo. C’è una faccenda molto seria di cui dovremmo parlare» riprese Jedan.
«Dimmi. Sono tutto orecchie.»
Altro sguardo inquisitorio e altra alzata di spalle.
«Ho bisogno dello zaino che avete sottratto dalla villa di Sergio Lamanna.»
«Mi spiace, ma ne abbiamo bisogno anche noi.»
«Lo immagino, ma vedi, non hai ben presente cosa ci sia in quello zaino.»
«Diciamo che ne ho una vaga idea.»
Jedan si fermò per un secondo, come se non si aspettasse quella risposta.
«Ok, mettiamola in questo modo» disse subito dopo. «Voi avete qualcosa che interessa a me; io ho qualcosa che interessa a voi.»
«Cioè?» domandai.

«La vostra unica possibilità di salvare la vostra amica malata.»
Mi corse un brivido lungo la schiena.
«Di cosa stai parlando?»
«La dottoressa.»
«Che le hai fatto?»
«Ancora nulla, ma se non ricevo quello zaino il prima possibile, potrebbe succederle qualcosa di spiacevole. E non solo a lei.»
«Mi stai proponendo uno scambio?»
«Possiamo trovare un accordo.»
«Cosa hai in mente?»
«Tu mi dai lo zaino, io non faccio del male alla dottoressa.»
Mi presi un momento per trovare del coraggio.
«E di sua sorella cosa mi dici?»
Jedan scoppiò in una risata. Sommessa e controllata, ma molto divertita.
«Sei molto più informato di quanto pensassi. Forse troppo.»
«Decisamente, se lo chiedi a me. So fin troppe cose che avrei preferito continuare a ignorare.»
La voce di Jedan improvvisamente cambiò tono. Divenne cupa e minacciosa.
«Non vorrei che l’andamento di questa telefonata ti avesse confuso. Non ho chiamato per fare una richiesta. Riportate lo zaino alla villa o la dottoressa, sua sorella e la vostra amica in ospedale sono morte. Ci siamo intesi?»
Mi mancò il respiro, ma cercai di non darlo a vedere.
«Per capire, ti ho capito.»
«Bene.»
La conversazione si concluse senza saluti.
Anderlecht notò che la mia espressione era cambiata.
«Brutte notizie?» chiese.
«Rivuole indietro lo zaino, altrimenti ucciderà Annamaria, sua sorella ed Elisabetta.»
«Beh, almeno adesso sappiamo di sicuro che quella roba è importante.»
Tony si alzò di scatto.
«Fermi, Gaia ha bisogno del contenuto di quella memoria. Non possiamo riportare indietro lo zaino» disse.
Dovetti reprimere l’impulso di mandarlo a quel paese.
«Hai sentito quello che ho detto?» domandai.
«Sì e mi dispiace per la vostra amica, ma quella borsa resta con noi.»
Feci un passo verso di lui, deciso a fargli capire il mio punto con le cattive, ma sentii qualcosa bloccarmi un braccio. Anderlecht si era alzato e mi aveva fermato appena in tempo.
«Possiamo trovare una soluzione che accontenti tutti» spiegò rimanendo molto più calmo di quanto mi sarebbe piaciuto.
«Che cazzo dici?» replicai.
«Possiamo trovare una soluzione che accontenti tutti.»