Il pelato sentì che qualcuno stava arrivando e si alzò subito. Andy arrivò a qualche metro di distanza da noi, ma si bloccò non appena vide che l’altro aveva in mano il mio pugnale.

Mise una mano sulla fondina, ma la tolse quasi immediatamente. Troppo rischioso mettersi a sparare in uno spazio così ristretto. Tirò fuori la sua lama e partì all’attacco.

Avrei voluto dargli una mano, ma sapevo che rischiavo di essere solo di intralcio e non avevo il coraggio di buttarmi in quel tornado di coltelli.

Mi alzai e andai verso la porta. Provai a spingerla, ma non si mosse di un millimetro. Mi passai una mano in faccia e mi inginocchiai per osservare meglio il tastierino.

Con la coda dell’occhio diedi un’occhiata allo scontro che stava avvenendo alle mie spalle. Anderlecht si era messo a difesa della porta per evitare che il pelato arrivasse a me. Dovevo agire in fretta.

Sperai che Lamanna fosse una persona con pochissima immaginazione e premetti più volte lo zero. Dopo la sesta volta, la serratura fece un rumore metallico, ma la porta non si aprì.

«Bene, è una combinazione di sei cifre» commentai a voce alta, deluso dal fatto che non fosse più corta.

Sentii Andy urlare e mi girai preoccupato. Aveva un ginocchio a terra e si stava tenendo una spalla, ma si rialzò subito e ripartì all’attacco. Tirai un sospiro di sollievo e tornai al tastierino.

Non potevo starmene lì a provare ogni possibile combinazione. Dovevo ricorrere a un metodo molto meno sofisticato.

«Andy, dammi la tua pistola!» urlai. Il mio amico mi ignorò. «Andy!» riprovai.

«Che diavolo vuoi?» rispose gridando mentre schivava l’ennesimo fendente del pelato.

«La pistola! Dammela!»

«Sono un po’ impegnato qua, non so se te ne sei reso conto.»

«Mi serve per aprire la porta.»

«Non…»

Il pelato gli afferrò il braccio e lo tirò a sé. I due finirono avvinghiati e rotolarono sul pavimento. Quando si risollevarono, il nostro avversario si ritrovò a un metro da me. Fece un sorriso sinistro e cercò di attaccarmi. Anderlecht gli saltò alle spalle e riuscì a bloccarlo prima che fosse troppo tardi.

Vidi uno dei pugnali sul pavimento. Lo raccolsi e tentai un attacco, ma il pelato ci prese entrambi di sorpresa. Prese fiato, piegò le ginocchia e fece un salto impressionante. Allungò le gambe e mi colpì in pieno petto con tutti e due i piedi. Nella caduta fece in modo che Anderlecht si schiantasse per terra sotto il suo peso.

Io finii di nuovo dolorante sul pavimento. Lui si alzò come se nulla fosse, sputò per terra e venne verso di me.

«Adesso ti faccio pentire di essere nato» minacciò.

Spalancai gli occhi spaventato, ma ripensai immediatamente a ciò che aveva appena detto e venni colto da un’epifania.

«Ma certo!» gridai.

Il pelato alzò un sopracciglio, scosse la testa e si piegò verso di me. Peccò di superficialità. Non si era accorto che avevo nascosto il pugnale dietro la schiena. Affondai il colpo, ma purtroppo lo vide partire e all’ultimo secondo si spostò di lato. Riuscii comunque a colpirlo a una spalla. Cacciò un urlo animalesco e indietreggiò con la lama ancora conficcata nella carne.

Anderlecht lo prese in consegna e lo attaccò con una scarica di pugni, anche se ebbi l’impressione che anche lui stesse iniziando a risentire della fatica dello scontro e che stesse rallentando.

Gattonai verso la porta, tirai fuori il cellulare e chiamai Gaia.

«Ehi, ciao! Avete fatto tutto?» chiese lei.

«Quando è nato Sergio?» le domandai a bruciapelo.

«Come, scusa?»

«Sergio. Quando è nato?»

«Nel 1987, mi pare. Perché lo vuoi sapere?»

«Ho bisogno della data di nascita precisa.»

«Boh, chi se la ricorda.»

Diedi un pugno alla porta per la frustrazione.

«Cristo santo, non sai la data di nascita del tuo fidanzato?» urlai.

«Stai calmo. Ho bisogno di pensarci» rispose Gaia alzando anche lei la voce.

«Pensa in fretta» replicai mentre qualcosa alle mie spalle stava sbattendo con forza contro un muro.

«Ok, l’ultima volta che abbiamo festeggiato il suo compleanno era inverno. Quindi direi dicembre o gennaio.»

«Il giorno, mi serve anche il giorno.»

Gaia sospirò e ci pensò un secondo.

«Uno dei primi del mese» rispose.

Provai con zero, uno, uno, due, otto, sette, ma non funzionò.

«Ho bisogno che ti sforzi un po’ di più» dissi mentre riprovavo a sostituire il primo uno con un due.

«No, un attimo» esclamò Gaia. «Cade durante le feste, per cui deve essere gennaio.»

Imprecai sottovoce, mentre anche la seconda combinazione si rivelava sbagliata. Dietro di me continuavo a sentire rumori sinistri.

«Gaia, il giorno, ho bisogno del giorno» urlai.

«Il sette!» gridò all’improvviso.

«Il sette non è sotto le feste.»

«Vabbè, quasi. È il sette, fidati.»

Digitai velocemente zero, sette, zero, uno, otto, sette. Non funzionò.

«Gaia, non va» dissi stringendo il telefono sempre più forte. «Sei sicura che sia il sette? Il sette non è sotto le feste.»

«Sì, è il sette!»

«Sicura?»

«Sì!»

Diedi un altro pugno sulla porta, ma sottovalutai lo spessore del legno e mi feci un male cane. Bestemmiai a voce alta agitando la mano. Mentre ero lì che provavo a soffiare sul mio arto infortunato, ebbi l’illuminazione.

«Dimmi la tua data di nascita» dissi.

«No!» protestò Gaia. «Non si chiedono certe cose a una signora.»

«Appunto, non è questo il caso.»

«Cafone.»

«Quando cazzo sei nata?»

«No, non te lo dico. A cosa ti serve?»

«Gaia, stammi a sentire, dimmi quando sei nata o la prossima volta che ci ved…»

«A cosa ti serve?» mi urlò sopra.

«Sto cercando il codice per entrare nella stanza di Sergio! Penso possa essere la tua data di nascita.»

«Ah, in quel caso va bene» rispose tornando subito tranquilla. «27 maggio 1997.»

Digitai due, sette, zero, cinque, nove, sette. La porta finalmente si aprì.

«Se questa è la tua vera data di nascita, io sono il re di Danimarca» commentai.

«Ha funzionato, sua maestà?» replicò lei.

«Sì, grazie.»

Misi giù ed entrai. Era un piccolo studio, con una scrivania, una libreria e un armadio. Mi voltai per verificare a che punto fosse lo scontro tra Anderlecht e il pelato.

«Andy!» urlai. «Da questa parte!»

Il mio amico rifilò un pugno al suo avversario e si tuffò nella stanza. Io chiusi immediatamente la porta e tirai un sospiro di sollievo. Il pelato iniziò a strattonare la maniglia per cercare di aprirla, ma senza sapere il codice era del tutto inutile.

«Ci hai messo troppo tempo» disse Anderlecht rotolandosi sul pavimento con entrambe le mani strette sul lato destro dell’addome.

«Ho fatto il possibile» protestai. Dopo qualche secondo, mi resi conto che il mio amico sembrava troppo dolorante per quel semplice atterraggio sul pavimento. «Stai bene?» gli chiesi subito preoccupato.

Si sollevò il maglione nero e mi mostrò una ferita a pochi millimetri dal bordo del giubbotto antiproiettile che indossava sotto il primo strato di vestiti.

«Pelato di merda» biascicò rabbioso.

«Cazzo» dissi inginocchiandomi vicino a lui. «Cosa posso fare?» gli chiesi.

Mi spinse via con una mano e indicò la scrivania.

«Sto bene, non preoccuparti! Pensa a trovare qualcosa» rispose.

Il tizio fuori dalla stanza stava continuando a dare pugni sulla porta. Sbuffai e iniziai a ispezionare i cassetti della scrivania.

«Che fine ha fatto Tony?» domandai mentre tiravo fuori un faldone.

Anderlecht fece spallucce e portò una mano sull’auricolare.

«Tony, dove diavolo sei?» chiese.

Lessi velocemente le carte che avevo tirato fuori, ma sembravano dei contratti per l’acquisto di una barca. Mi guardai intorno e fui assalito dalla stessa sensazione di confusione e apprensione che mi aveva preso poco prima quando cercavo la combinazione per aprire la porta.

«Non abbiamo tempo di controllare tutto» dissi.

Andy fece una smorfia e respirò profondamente.

«Lascia perdere le carte» disse mentre cercava di applicare una fasciatura di emergenza sulla ferita con una manica del maglione e un pezzo della stoffa dei pantaloni. «Per una cosa del genere non lasci tracce di quel tipo.»

«Hai ragione» risposi sentendomi un deficiente. «Tony ha risposto?»

«No.»

Aprii il resto dei cassetti, ma trovai ancora scartoffie e cartelline. Controllai l’armadio e la mia attenzione fu catturata da un piccolo zaino verde. Guardai cosa ci fosse all’interno e vi trovai solo una memoria esterna, un’agendina e un vecchio telefono cellulare.

«Questo viene con noi» dissi mettendomelo sulle spalle.

«Dobbiamo trovare un modo per andarcene da qui» disse Anderlecht rimettendosi in piedi.

I pugni sulla porta erano cessati, ma questo non fece che aumentare la mia preoccupazione. Il pelato era probabilmente andato a cercare rinforzi.

Scorsi una finestra dietro una tenda. Andai a vedere a quale altezza fossimo, ma mi resi conto che sarebbe stato un suicidio buttarsi da lì.

«La finestra è fuori discussione» dissi.

Anderlecht si avvicinò, strappò la tenda dal suo sostegno e guardò fuori.

«Di che diavolo stai parlando?» mi rispose come se avessi detto la più grande fesseria mai sentita.

«Non vorrai mica buttarti da qui?» chiesi.

«Tra pochi minuti il corridoio qua fuori sarà pieno di gente armata e se non ci sbrighiamo, lo sarà anche il giardino qua sotto.»

«È troppo alto e tu sei ferito. Non ce la faremo mai.»

Lui aprì la finestra e guardò fuori. Quando tornò dentro, mi afferrò per il colletto e mi fece sporgere.

«Non hai visto l’albero?» domandò.

«Non vorrai mica gettarti su quel coso?»

«Hai un piano migliore?»

«Sì. Cercare di non ammazzarci.»

Scosse la testa con aria di disapprovazione, mi fece allontanare e si arrampicò sulla struttura della finestra. Si fermò, fece una smorfia, chiuse gli occhi per qualche secondo, inspirò ed espirò lentamente.

Dondolò sul posto un paio di volte per darsi slancio e saltò in direzione dell’albero. Afferrò l’estremità di un ramo, ma questo si piegò e divenne come una liana che lo fece oscillare a grande velocità verso il tronco. Fermò la sua corsa usando i piedi e abbracciò l’albero per evitare di precipitare al suolo. Scivolò giù a poco a poco e raggiunse il prato sottostante. Si toccò la parte dell’addome ferita, ma non si lamentò del dolore.

«Tirami lo zaino e salta» mi ordinò.

Eseguii la prima parte senza problemi, ma ebbi qualche esitazione sulla seconda.

«Cerca di prendermi se dovessi precipitare» dissi.

«Datti una mossa! Sento che stanno arrivando!» mi rispose.

Sbuffai e iniziai a dondolarmi come aveva fatto lui poco prima, ma mi bloccai quando vidi qualcuno arrivare da dietro l’angolo. Ebbi un secondo di panico, ma mi accorsi che si trattava di Tony.

«Dove diavolo eri finito?» chiesi cogliendo anche Andy di sorpresa.

«Non ora» rispose l’altro. «Stanno arrivando!»

Mi feci il primo segno della croce dopo anni e saltai. Cercai di ripetere quanto aveva fatto Anderlecht, ma ovviamente il risultato finale fu molto più goffo. Riuscii ad afferrare il ramo, ma mi schiantai sul tronco e caddi come un peso morto. Fortunatamente, i miei due compari riuscirono in qualche modo ad afferrarmi e ad attutire il botto contro il terreno.

Mi feci un gran male alla spalla, ma non c’era tempo di lamentarsi. Ci rialzammo di corsa e scappammo verso il furgone che ci aveva portato alla villa. Ci stava aspettando fuori dalla recinzione, sul lato posteriore della proprietà, con il motore acceso.

Quando salimmo a bordo, il tizio alla guida non ebbe bisogno che gli dicessimo nulla. Ingranò la prima e partì a tutta velocità.

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