Spostai la tenda e guardai in fondo alla strada con il mio binocolo. Ero arrivato in quel piccolo bed and breakfast quella stessa mattina ed era da ore che non mi spostavo dalla finestra. Giovanni stava camminando verso l’incrocio con le mani in tasca e il passo sostenuto.

Il furgone arrivò a tutta velocità e si fermò dietro di lui. I due tizi che Gaia aveva assunto lo bloccarono, gli misero un cappuccio in testa, lo caricarono a bordo del loro mezzo e ripartirono. Abbassai il binocolo e sospirai.

Dopo una decina di minuti, la porta della stanza si aprì. I tizi del furgone entrarono trascinandosi con sé Giovanni. Era ancora incappucciato e gli avevano legato le mani dietro la schiena. Presero una sedia, la sistemarono davanti al letto, lo fecero sedere e lo bloccarono immobilizzandolo con una corda di nylon.

«Chi siete? Cosa volete?» domandò Giovanni terrorizzato.

Feci cenno ai miei compari che andava bene e mi sedetti di fronte al nostro ostaggio. Quando il cappuccio venne tolto, i suoi occhi ci misero qualche secondo per abituarsi di nuovo alla luce.

«Scusa per i modi rudi dei miei amici» esordii. «Non c’era altro modo.»

Giovanni reagì come se avesse visto un fantasma.

«Alberto?» domandò incredulo.

«Proprio io» risposi guardando il pavimento.

«Cosa sta succedendo? Chi sono queste persone?»

«Amici di amici. Non preoccuparti, non siamo qui per farti del male.»

Giovanni aggrottò la fronte e scosse la testa.

«Non pensavo che ti avrei mai rivisto» disse.

«Immagino tu abbia seguito le notizie su di me» risposi guardandolo finalmente negli occhi.

«Sì. Che diavolo è successo? Dopo Amsterdam sei sparito.»

«Un sacco di cose, non tutte piacevoli.»

Nella stanza calò improvvisamente il silenzio. Mi massaggiai i palmi delle mani. Giovanni abbassò la testa. Aveva il respiro affannato.

«Ho sentito che hai fatto fuori quei poliziotti e quella dottoressa» disse piano piano, come se avesse paura delle sue stesse parole.

Alzai un dito.

«No, non ho sparato a nessun poliziotto. Questo te lo giuro su mia madre» spiegai. Mi presi un secondo per rifiatare. «E non ho rapito o ucciso la dottoressa. Solo che…»

«Solo che?» chiese Giovanni vedendo che stavo facendo fatica ad andare avanti.

«Solo che non so dove sia ed è molto probabile che sia effettivamente morta. Lei era l’unica speranza che avevamo per salvare Elisabetta. Senza di lei, non c’è nulla che possiamo fare, mi dispiace.»

Sentii una lacrima spuntare in un angolo dell’occhio, ma la asciugai subito. Stavo fissando di nuovo il pavimento. Non avevo il coraggio o la forza di affrontare lo sguardo dell’uomo di fronte a me.

«Non capisco» disse Giovanni.

«Lo so» risposi. «Ti sei fidato di me e ti ho deluso. Te lo avevo detto che non sarebbe stato facile, ma mi sento comunque una merda perché a un certo punto sembrava davvero che potessimo farcela e invece è andato tutto all’aria per motivi indipendenti dalla mia volontà. Sono stato tradito da persone su cui contavo molto.»

«No, non è questo» disse Giovanni. «Non capisco di cosa tu stia parlando. Elisabetta sta bene. È guarita.»

Alzai la testa di scatto.

«Cosa?»

«Sì, sta bene. Un paio di giorni fa i sintomi hanno iniziato a sparire e tutti i valori sono tornati normali. I dottori non hanno idea di cosa sia successo e l’hanno voluta tenere in osservazione ancora un po’, ma mi hanno assicurato che è fuori pericolo. Domani dovrebbe essere dimessa.»

Rimasi con la bocca spalancata come un tonno. Provai persino a guardare i due tizi del furgone che stavano ancora in piedi dietro a Giovanni, ma ovviamente mi ignorarono perché non avevano la minima idea di cosa stessimo parlando.

«Elisabetta sta bene?» chiesi ancora per essere sicuro.

«Sì» rispose Giovanni quasi divertito dalla mia reazione. «Non so che cosa tu abbia fatto, ma ce l’hai fatta. L’hai salvata.»

Mi alzai dal letto e corsi in bagno. Mi appoggiai sul lavandino e osservai la mia immagine riflessa nello specchio. Mi bagnai il viso per lavare via le lacrime e mi passai un asciugamano sulla faccia. Sferrai un pugno in aria in segno di vittoria, mi ricomposi e tornai in camera.

«Bene» dissi. «Direi che non c’è più nulla da dire, allora.»

Feci segno ai due tizi di liberare l’ostaggio. Giovanni si alzò e mi venne ad abbracciare. Mi colse di sorpresa e rimasi con le braccia lungo il corpo.

«Grazie» sussurrò. «Grazie, grazie, grazie.»

Lo afferrai per le spalle e mi staccai da lui.

«Ho fatto quello che dovevo fare» minimizzai.

«Sarò eternamente in debito con te. Qualsiasi cosa di cui tu abbia bisogno, non esitare a chiedermela.»

Una nuova identità e una nuova vita in cui passo le mie giornate a non fare nulla su qualche spiaggia, pensai.

«C’è solo una cosa che puoi fare per me» risposi. «Sai bene quale sia la mia situazione con la polizia. Per il bene di tutti, anche per il tuo e per quello di Elisabetta, non parlare mai a nessuno di tutta questa storia e di questo ultimo incontro. L’ultima volta che mi hai visto è stato quando sono venuto all’ospedale col mio amico. Dopodiché hai perso del tutto i contatti con me. Siamo intesi?»

Giovanni annuì e mi abbracciò di nuovo.

«Certo. Non dirò una parola a nessuno» disse quasi piangendo.

Rimase in quella posizione per qualche secondo imbarazzante. Guardai i due tizi ancora lì impalati ed entrambi alzarono le spalle.

Mi feci coraggio e gli diedi una pacca sulla schiena.

«Siamo a posto, dai. Ora vai.»

***

Non lasciai immediatamente il paese. Dopo aver saputo che Elisabetta sarebbe stata rilasciata il giorno dopo, decisi di restare per osservare la scena, ovviamente da lontano e in sicurezza. Quando lo comunicai a Gaia, protestò un poco, ma alla fine acconsentì a farmi contento. Il bed and breakfast era considerato abbastanza sicuro e alla fine si sarebbe trattato di posticipare la partenza solo di qualche ora.

Non riuscii a dormire. Avevo troppi pensieri. Nella mia testa continuavo a rivivere i fatti del capannone e la discussione con Anderlecht. Sapere della guarigione di Elisabetta aveva fatto scemare la mia rabbia nei suoi confronti, ma il modo in cui aveva agito era stato troppo improvviso e meschino.

Controllai il telefono. Erano le tre e mezza e ormai mi stavo rassegnando al fatto di passare una notte insonne.

Qualcuno bussò alla porta.

In un primo momento, non ci feci caso perché pensai di essermelo immaginato. Dopo qualche minuto, accadde di nuovo. Scattai in piedi, recuperai una pistola dalla mia borsa e montai un silenziatore sulla canna.

Mi avvicinai alla porta e appoggiai l’orecchio per sentire qualcosa. Nulla. Non c’era uno spioncino e il buco della serratura era troppo piccolo per vedere cosa ci fosse dall’altra parte.

Altra bussata.

Ok, basta.

Feci un passo indietro, allungai la mano verso la maniglia, aprii e puntai subito la pistola davanti a me. Il dito sul grilletto si fermò appena in tempo.

Annamaria entrò di corsa e mi venne ad abbracciare. Indossava una tuta nera e un foulard che le copriva la testa e le guance. La accarezzai e, senza accorgermene, le scoprii il capo. Rispetto all’ultima volta che l’avevo vista, aveva i capelli tagliati molto corti e tinti di nero. Su un lato del volto c’era una cicatrice da ustione di circa cinque centimetri. Non portava gli occhiali e le iridi mi sembrarono di un altro colore.

«Ero convinto che fossi morta» dissi mentre andavo a richiudere la porta.

«Ci sono andata molto vicino, se è per questo» rispose indicando il grosso segno sulla guancia.

«Come hai fatto a uscire da quel posto?»

«Andy. È stato lui.»

«È tornato indietro a salvarti?»

«Sì, giusto in tempo.»

Mi sedetti sul letto con le mani tra i capelli.

«Sei stata tu a far guarire Elisabetta?» chiesi.

«Secondo te perché sono qui?» replicò sorridendo.

«Come hai fatto? Ti sei presentata all’ingresso e ti hanno lasciato entrare?»

«Ah, no. Diciamo che intrufolarsi in un ospedale di notte non è così complicato, soprattutto se sei una vera dottoressa e sai come muoverti.»

«Ti ha aiutato Andy?»

Annamaria si fece seria e si appoggiò al mobile di fronte a me.

«No» rispose incrociando le braccia sul petto. «Dopo avermi salvata, è sparito senza dire una parola. Mi ha letteralmente lasciata lì e se ne è andato. Sono dovuta tornare a casa da sola. Casa in cui non sono potuta entrare perché l’ho trovata piena di parenti e amici convinti che fossi morta.»

«Cavolo, mi dispiace» dissi facendo una smorfia.

«No, è meglio così. Quello che stavo facendo era diventato troppo pericoloso. Avevo già una mezza idea di sparire dalla circolazione per un po’. È meglio che stia fuori dai radar. Finché la gente rimane convinta che io sia morta, è più probabile che nessuno scopra la mia attività e quello che ho fatto negli ultimi anni.»

«Siamo in due nella stessa situazione.»

Annamaria abbozzò un sorriso e continuò.

«Ho deciso di darci un taglio con tutto. Avevo un posto segreto dove tenevo un po’ di scorte. Le ho mandate a tutte le persone che avevo in cura e sono venuta a occuparmi personalmente di Elisabetta. Te lo dovevo.»

«Grazie» risposi senza sapere cos’altro dire.

«Non devi ringraziarmi. Era il minimo.»

«Vero» dissi alzandomi.

Annamaria annuì e si rimise il foulard attorno al volto.

«Devo andare. Meglio approfittare del buio prima che sorga il sole.»

«Dove sei diretta?» domandai accompagnandola alla porta.

«Non ne ho la minima idea» rispose. «All’estero di sicuro. Ho un contatto nell’Europa dell’Est. Forse andrò lì. Tu?»

«Non lo so neanch’io. Non dipende completamente da me, a dirla tutta, ma è una storia lunga.»

Annamaria sorrise, mi abbracciò e lasciò la stanza.

Mi buttai di nuovo a letto e incrociai le mani dietro la testa.

«Andy» sussurrai. «Brutto figlio di buona donna.»

***

Il furgone si fermò nella fila più esterna, la più lontana dall’entrata del parcheggio dell’ospedale. I due tizi che mi avevano aiutato con Giovanni scesero e si allontanarono lasciandomi solo col mio binocolo.

I portelloni avevano dei vetri ai quali era stata applicata una speciale pellicola che permetteva di vedere all’esterno, ma impediva a chi era fuori di curiosare all’interno.

Controllai l’orologio e mi resi conto che era ancora un po’ presto. Mi sedetti su un lato e iniziai a giochicchiare col cellulare che mi era stato fornito da Tony. Ovviamente, dopo quello che era successo, avevo dovuto far sparire quello vecchio. Aveva avuto una vita davvero breve. Quello nuovo era un modello che non avevo mai visto. Di sicuro non era tra quelli che vendeva Floriano nel suo negozio.

Dopo una decina di minuti, mi alzai, presi il binocolo e lo puntai verso l’entrata dell’ospedale. Giovanni era già lì ad aspettare. Elisabetta comparve poco dopo. La lunga degenza l’aveva segnata, ma le guance avevano ripreso il loro colorito, i capelli erano tornati brillanti, gli occhi vivi.

Corse verso Giovanni e lo abbracciò forte. Si baciarono e fu un bacio molto lungo che, con un’elevata dose di autolesionismo, osservai dall’inizio alla fine.

Si presero per mano e si incamminarono verso la macchina. Giovanni disse qualcosa ed Elisabetta scoppiò a ridere. Mi parve quasi di sentirla, pur essendo a metri di distanza e dentro il furgone.

Li osservai fino a quando la loro auto non lasciò il parcheggio. Gettai il binocolo per terra, mi sedetti e feci sparire la testa tra le gambe.

I due tizi che mi stavano aiutando ricomparvero dopo qualche minuto.

«Possiamo andare?» chiese uno dei due.

Annuii senza dire altro. Guidammo per circa un’ora e per tutto il tragitto non feci altro che ripensare a quell’abbraccio, a quel bacio e a quella risata.

Quando ci fermammo, scesi e vidi una macchina parcheggiata dietro di noi. Tony era al volante. Ringraziai i tizi che mi avevano portato fino a lì e salii a bordo dell’auto mentre il furgone faceva manovra e si allontanava alle nostre spalle.

«Tutto ok?» chiese Tony mentre prendevo posto.

Mi misi la cintura di sicurezza e sbuffai.

«Tutto ok» risposi.

Mise in moto e partimmo.

«Gaia ci aspetta domani mattina a Milano. Vuole parlarti di una cosa» spiegò Tony.

«Ti ha detto cosa?» domandai.

«Lo scoprirai quando saremo lì.»

Sentii il telefono vibrare in tasca. Lo tirai fuori e controllai il messaggio che avevo appena ricevuto. Era di Gaia.

GAIA

Non vedo l’ora di vederti.

Era accompagnato da un suo selfie in cui indossava solo un bikini azzurro e un rossetto molto carico.

Per poco non mi cadde il cellulare dalle mani. Lo rimisi in tasca mentre con la coda dell’occhio controllavo che Tony non avesse visto nulla.

«Chi è?» chiese.

«Gaia» risposi. «Voleva sapere se siamo già per strada.»

«Dille che saremo a Milano tra qualche ora.»

«Certo.»

Cominciamo bene, pensai. Cominciamo davvero bene.

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