«Da dove si entra?» domandai mentre toccavo la parete.
«Spostati» urlò Klara all’improvviso.
Mi voltai e la vidi arrivare di corsa con un grosso martello. Mi tolsi giusto in tempo.
Iniziò a tirare dei colpi fortissimi e creò un buco di circa mezzo metro di diametro. La parete era praticamente solo una lastra di compensato dipinta di bianco.
Klara gettò il martello per terra e iniziò a prendere a calci il legno.

«Dopo di te» disse mentre mi indicava il varco che era riuscita a creare.
«Grazie» dissi entrando.
Mi ritrovai in un piccolo stanzino buio. Grazie alla luce proveniente da fuori notai una lampada su un tavolino e l’accesi.
«Che diavolo è questo posto?» chiese Klara alle mie spalle.
«Una sala giochi?» chiesi indicando con un gesto del capo il monitor vicino alla lampada.
«È un computer?»
«Sembrerebbe di sì.»
«Perché nascondere un computer in questo modo?»
«Perché c’è dentro roba che è meglio che stia nascosta?»
«Dici che i due buzzurri fossero qui per questo?»
«Non lo escluderei. Ha più senso rispetto a venire qua per le cassette.»
«Ah, c’è un armadietto sotto il tavolo.»
Mi chinai e aprii il primo cassetto. C’erano circa una dozzina di hard disk e memorie esterne.
«Guarda qua» dissi indicando la scoperta a Klara.
«Cavolo…» sussurrò lei.
Presi la sedia, mi sedetti e accesi l’apparecchio.
«Vediamo cosa possiamo scoprire.»
«Vuoi controllare tutto?»
«Potrebbero volerci giorni, ma diamo comunque un’occhiata.»
«Ok, proviamo.»
Mi comparve davanti una schermata blu con uno spazio bianco e una scritta che mi invitava a inserire una password.
«Questa è facile» dissi sorridendo. Digitai “Anderlecht”, ma spuntò un messaggio di errore. «Non ci credo» esclamai sorpreso.
«Lascia fare a me» disse Klara spostandomi di lato. Scrisse qualcosa molto velocemente e premette il tasto di invio. Funzionò.
«Vorrei chiedere come hai fatto a indovinare, ma immagino che la risposta sia che non sono affari miei, giusto?»
«Giusto.»
Lasciai cadere l’argomento e iniziai a ispezionare il computer. Sul desktop c’era una serie di cartelle, almeno una quindicina. Erano tutte numerate e senza nome, e ognuna di esse aveva al suo interno altre cartelle numerate protette da un altro sistema di password.
«Mi sa che qua scopriamo gran poco» commentai sbuffando.
Klara provò a controllare gli altri cassetti dell’armadietto, ma li trovò vuoti.
«Vuoi provare a collegare una delle memorie esterne?» chiese.
«Possiamo provare, ma temo siano protette anche loro.»
«Non c’è altro in questo computer? Solo cartelle?»
«Fammi ricontrollare.»
Diedi un’altra occhiata al desktop, ma non vi trovai nulla di utile. Accedetti alla lista dei programmi. Sembrava tutto in ordine, ma tra le varie icone ne scorsi una strana.
«Quella cos’è?» chiese Klara.
«Questa dici?» domandai indicando lo schermo.
«Sì, cliccaci sopra.»
Si aprì una schermata e dopo qualche secondo ci ritrovammo davanti all’immagine di uno spiazzo con una macchina parcheggiata.
«Un momento…» sussurrai.
«Quella è la mia auto» fece notare Klara.
«È una ripresa di qua fuori.»
L’altra non rispose e corse via. Dopo pochi secondi, la vidi spuntare sullo schermo. Volse lo sguardo verso la telecamera, strabuzzò gli occhi, scosse la testa e tornò indietro.
«C’è una webcam nascosta sotto il tetto. Assurdo che non me ne sia accorta» disse rientrando nello stanzino.
«Non è l’unica, guarda qua.»
Avevo trovato un menù attraverso il quale era possibile accedere ad altre riprese da punti diversi della casa.
«Questo posto è molto più interessante di quanto pensassimo. Vedi se trovi l’archivio.»
«Archivio?»
«Anderlecht non passa molto tempo qua. Se ci sono le telecamere, ci devono essere le registrazioni.»
«Giusto.»
Iniziai a controllare tutti i menù di quel programma. Dopo qualche minuto, riuscii ad accedere a una cartella con diversi file video.
«Prova a vedere il più recente» suggerì Klara.
Cliccai due volte sulla prima icona a forma di telecamera e feci partire il filmato. In basso a destra era riportato l’orario dell’inizio delle riprese, più di un’ora prima.
«Se tiriamo avanti dovremmo vedere l’arrivo dei nostri amici» commentai.
Spostai il cursore del player fino a quando non apparve l’auto degli assalitori.
«Stoppa qua» ordinò Klara.
«Perché?» chiesi. Non rispose. Si chinò sullo schermo e indicò la targa della vettura. «Ma certo…» sussurrai.
«Sappiamo da dove possiamo iniziare a cercare.»
***
Klara parcheggiò in una piazza e controllò il navigatore sul suo cellulare.

«Sei sicura che sia qua?» le chiesi osservandola.
«L’amico a cui ho chiesto dice che la targa è registrata a un indirizzo nei paraggi.»
«È affidabile?»
«Sì, non preoccuparti.»
Mi guardai intorno grattandomi la testa. Eravamo finiti in una piccola cittadina a mezz’ora di macchina da Budapest e a quasi quarantacinque minuti dal rifugio di Anderlecht. Qualche negozio, qualche bar, una scuola e una grossa chiesa. Non mi sarei mai aspettato di finire in un posto simile.
L’indirizzo che l’amico di Klara ci aveva fornito era quello di una piccola villetta alla fine di una strada senza uscita.
Era un’abitazione a un piano, nascosta dietro un cancello di legno e circondata da un piccolo giardino. Le finestre erano chiuse e sembrava tutto molto silenzioso.
«Mi sa che non c’è nessuno» notai.
«Aspettiamo un po’» rispose Klara. «Questa è l’unica pista che abbiamo. Non sembra una casa abbandonata. Prima o poi, qualcuno arriverà.»
«Speriamo.»
«Ah, sei riuscito a controllare le videocassette mentre parlavo col mio amico?»
«Certo. Partite di calcio, come sospettavamo.»
Klara scosse la testa e sorrise.
«Stupida io, che ancora mi sorprendo.»
Rimanemmo appostati per più di mezz’ora. Parlammo poco. Continuavo a pensare a Elisabetta e alle condizioni in cui l’avevo trovata. Sapere di essere l’unico che poteva salvarla mi angosciava e quel viaggio ungherese si stava dimostrando molto più complicato del previsto.
Neanche Klara sembrava avere voglia di parlare. Si era appoggiata sul volante e continuava a controllare gli specchietti. Ogni tanto provavo a farle qualche domanda tanto per fare conversazione, ma mi liquidava sempre in poche battute.
Dopo un po’, mi arresi, chiusi gli occhi e iniziai a fare dei respiri profondi.
All’improvviso, sentii la macchina accendersi. Klara fece retromarcia e parcheggiò dietro una vecchia station wagon, a qualche decina di metri dalla casa che stavamo sorvegliando.
«Che succede?» domandai.
«Stai giù. Sono loro» rispose abbassandosi sul sedile.
Obbedii senza dire niente.
Una macchina ci passò di fianco e si fermò proprio davanti al cancello di legno. Uno dei due assalitori, quello più anziano, scese ed entrò nella villetta.
Ricomparve dopo qualche minuto con uno zaino, risalì in macchina e ripartì. Klara gli diede un po’ di vantaggio e poi gli andò dietro.
***
«Tutto questo casino per tornare a Budapest» dissi scocciato mentre aspettavamo che il tram passasse prima di attraversare la strada. Klara decise saggiamente di ignorarmi.

Il nostro inseguimento ci aveva riportato in città. Il tizio aveva lasciato la macchina in un piccolo parcheggio e aveva proseguito a piedi. Rischiammo di perderlo di vista, ma in qualche modo riuscimmo a tenerlo sempre d’occhio. Camminò fino a un viale dove passava un tram e proseguì in una traversa che portava in una piazza con una chiesa. Girò a destra e si fermò davanti a un portone, di fianco a una libreria.
Ci nascondemmo dietro l’angolo. Lui digitò qualcosa su un tastierino ed entrò nel palazzo.
«Tutto questo non ha molto senso» dissi preso dallo sconforto.
Klara scosse la testa e si passò una mano davanti alla bocca.
«Mi sa che abbiamo perso un sacco di tempo per nulla.»
«Dici?»
«Non lo so. Non capisco. Questi due stanno qua, ma hanno anche una casa in quel paesino dimenticato da Dio?»
«O viceversa.»
«Sì, ma cosa stavano cercando e come facevano a sapere del rifugio di Anderlecht?»
«Mi sono sembrati comunque abbastanza sorpresi della mia presenza e tu li hai presi a calci troppo facilmente.»
«Esatto, sembrano dei principianti, ma dei principianti non possono aver scoperto il rifugio ed è difficile che abbiano un appartamento nel centro di Budapest.»
Mi appoggiai sul muro del palazzo, sospirai e cercai di ricacciare per l’ennesima volta l’immagine di Elisabetta sul suo letto di ospedale.
«Possiamo provare a tenerli d’occhio per un po’» suggerii.
«Mi aiuteresti a farlo?» chiese Klara.
Alzai le spalle.
«Non mi sembra di avere molta scelta.»
Lei annuì e si sforzò di fare un sorriso.
«Grazie.»