Aprii gli occhi di colpo. Avevo sentito un botto, ma ero ancora troppo intontito per capire se fosse successo nella realtà o in qualche sogno che facevo già fatica a ricordare.

Mi sollevai dal divano cercando di fare meno rumore possibile. A parte il mio respiro affannato, non sentii nulla per almeno tre minuti. Scossi la testa e mi tranquillizzai. Erano quasi le otto, avevo dormito poco meno di due ore. Il cielo fuori era ormai scuro.

Mi diressi in cucina e mi riempii un bicchiere d’acqua. Vedendo le confezioni di würstel, mi venne fame, ma la prospettiva di poterli mangiare solo scaldati al microonde mi mandò in crisi.

Un altro botto.

Più lieve del precedente, ma sicuramente avvenuto nel mondo reale e non nella mia psiche sonnolenta.

Aprii un cassetto e afferrai un coltello da cucina. Proprio in quel momento, il fascio di luce di una torcia attraversò la sala.

Due voci maschili.

Una più giovane e acuta, l’altra più baritonale e matura. Si scambiarono qualche parola, ma non capii nulla. Sperai che parlassero ancora per avere qualche altra informazione, ma dopo quel breve dialogo rimasero in silenzio.

La porta cigolò.

Imprecai in silenzio e mi accucciai dietro al muro in modo da non essere visto. Parlavano una lingua sconosciuta, probabilmente ungherese, ma era chiaro che non si aspettassero di trovare la luce accesa.

Il più anziano dei due era un uomo di mezza età, con una folta barba e dei lunghi capelli castani raccolti sotto un berretto con la visiera. Non era molto alto, ma era magro e sembrava decisamente in forma. Indossava dei jeans sgualciti e un giubbotto imbottito nero.

L’altro, il giovane, era più slanciato e robusto, completamente pelato e glabro in viso. Aveva addosso dei pantaloni simili a quelli del suo amico e una felpa grigia con alcune macchie scure. Non sembrava particolarmente minaccioso. O meglio, non lo sarebbe stato, se non avesse avuto in mano un cazzo di fucile.

Sono fregato, pensai.

Il barbuto disse qualcosa e fu solo in quel momento che mi resi conto che ero nascosto nell’unica altra stanza con la luce accesa. Sentii i passi del pelato avvicinarsi, strinsi il coltello e trattenni il fiato.

Uno stivale nero varcò la soglia della cucina e agii di istinto. Gli trafissi il piede facendolo urlare come un animale e riuscii in qualche modo a scappare passandogli in mezzo alle gambe.

L’altro mi venne incontro cercando di placcarmi, ma riuscii a saltare dietro il divano. Il pelato si tolse il coltello dal piede, fece un passo verso di noi, prese la mira e sparò, ma la postura incerta lo fece sbagliare. Il colpo mandò in frantumi una finestra.

Un’auto si fermò davanti alla casa. Klara!

Corsi verso l’ingresso per chiedere aiuto, ma non ce ne fu bisogno, aveva già capito tutto. Entrò, mi afferrò per la maglia e mi lanciò fuori. Caddi per terra come un sacco di patate, ma con la coda dell’occhio la vidi andare all’attacco degli aggressori.

Prese il barbuto a calci in faccia facendolo volare lungo disteso sul pavimento. Il pelato riprese la mira, ma lei gli ammollò una gomitata sullo sterno, facendo andare lo sparo contro la parete, tra la camera da letto e il bagno. Gli strappò il fucile dalle mani e lo colpì con il calcio dell’arma.

Klara era tre volte più veloce degli altri due e si muoveva con una coordinazione quasi sovrannaturale, ma era pur sempre in inferiorità numerica. Si distrasse per un secondo e venne bloccata alle spalle dal tizio barbuto. Il fucile cadde a terra, ma per fortuna non partì alcun colpo. Klara si liberò con una testata all’indietro, diede un calcio in testa al pelato e si accovacciò per preparare un’altra offensiva. Non ce ne fu bisogno. I due improvvisamente rinunciarono a ogni intento bellicoso e corsero verso l’uscita.

«Bloccali!» gridò Klara.

Provai a sbarrargli la strada, ma il pelato pesava almeno il doppio di me e mi travolse facendomi ruzzolare di nuovo per terra. La loro auto si avviò in retromarcia, si scontrò con quella di Klara e ripartì subito sparendo nel buio della notte.

***

Tornare a casa dai miei genitori dopo la rottura con Elisabetta non era stato affatto male.

Per due settimane.

Passato quel periodo, non c’era giorno che non pensassi che mancasse ancora troppo tempo al momento in cui avrei potuto metterli in una casa di riposo.

Mia madre mi trattava come se mi avessero diagnosticato qualcosa di brutto. Mi chiedeva ogni ora come stessi, continuava a portarmi in camera cibo non richiesto e mi abbracciava ogni volta che mi incrociava in corridoio. Mio padre infilava in ogni discorso battutine e riferimenti più o meno velati a quello che mi era successo. Non ne potevo davvero più.

Per avere un minimo di tregua, decisi di andare a correre. Cominciai a farlo ogni giorno: tanto ero disoccupato e ricco di tempo libero. Mi svegliavo presto, facevo una corsetta blanda di un’ora la mattina, tornavo a casa, facevo una doccia, passavo la giornata a guardare annunci immobiliari. Nel tardo pomeriggio, verso le cinque e mezza, indossavo nuovamente le scarpe da ginnastica e andavo di nuovo a correre per un’altra ora e mezza.

Nessuno si aspettava quella reazione da me. I miei amici e i miei genitori erano convinti che avrei passato quelle settimane a bere, bestemmiare e mangiare. Invece no, ero diventato un maniaco del jogging.

Nel mio paese c’era un parco che finiva vicino a un ponte. Da quel punto, partiva un sentiero in terra battuta che costeggiava un piccolo fiume per chilometri. Non lo percorrevo mai tutto. Mi fermavo sempre molto prima, in prossimità di un piccolo boschetto dove prendevo fiato, facevo stretching e controllavo il cellulare.

Un giorno, dopo un pomeriggio di riposo a casa, mi preparai, uscii e attraversai il paese a piedi, come sempre. Il cielo d’un tratto si fece scuro, le nuvole coprirono il sole e la temperatura si abbassò. Cadde qualche goccia di pioggia e vidi persino spuntare qualche ombrello. Ero ormai troppo distante da casa e decisi di rischiare.

Arrivato al parco, iniziai a correre, lentamente, giusto per scaldarmi, e accelerai solo quando raggiunsi il sentiero sterrato. Il vento era aumentato di intensità, ma la pioggia era ancora limitata a poche gocce.

La riproduzione casuale della playlist che stavo ascoltando sul telefono propose diversi pezzi molto ritmati. Il mio organismo rispose inconsciamente adeguando l’andatura alla musica.

Incrociai due persone che provenivano dalla direzione opposta, un altro runner e una ragazza che stava portando a spasso un cane grosso quasi quanto lei.

Dal fiume proveniva un odore pungente che si mischiava a quello dell’erba. I miei polmoni si riempirono d’aria fredda e umida.

Non mi accorsi che stavo andando troppo forte; la milza prese a farmi male e a poco a poco rallentai, fino a fermarmi. Ripresi a camminare prendendo lunghi respiri.

Dopo una decina di minuti, ricominciai a correre, ma a un ritmo più lento. Raggiunsi il boschetto e mi fermai come sempre, evitando di inoltrarmi tra gli alberi perché sarebbe stato troppo rischioso con quelle nuvole in cielo.

Mi fermai sul ciglio della strada. All’orizzonte c’erano solo campi, gruppi di case, chiese e, più distanti, alcune montagne.

Tolsi il cellulare dalla tasca di plastica attaccata alla manica della maglietta. Avevo una chiamata persa. Era del Biondo, uno dei miei amici.

***

«Chi cazzo erano quelli?» chiesi gridando.

«Secondo te lo so?» replicò Klara massaggiandosi il polso.

Mi sedetti sul divano col respiro ancora pesante. Mi misi una mano sul petto e sentii il cuore battere forte.

«Cosa voleva quella gente?» chiesi.

Klara si venne a sedere di fianco a me.

«Fanculo» disse. «Non mi aspettavo di trovare subito una risposta, ma neanche di rischiare di essere presa a fucilate.»

«Sembravano sorpresi anche loro, se devo dire la verità.»

«Non ha senso. Come caspita sono arrivati fino a qui? Questa casa non è segnata da nessuna parte e c’è un’unica via di accesso che è impossibile da trovare se non sai dov’è. Io dovrei essere l’unica persona al mondo a sapere come arrivare qui.»

«Tu e Andy.»

Klara si voltò e mi guardò per qualche secondo senza dire niente.

«Non capisco» sussurrò. «Perché poi?»

«Per le cassette, no? Sono l’unica cosa che non abbiamo controllato. Ah, sei riuscita a trovare tutto?»

«Sì, sì.»

Mi alzai dal divano e indicai la porta.

«Bene. Andiamo a prendere il videoregistratore e vediamo cosa stavano cercando i nostri amici.»

Rimase seduta a mordersi le unghie. Aveva lo sguardo perso nel vuoto e stava pensando a qualcosa.

«Che gli avranno fatto?» chiese all’improvviso.

Mi ero già fatto quella domanda, ma avevo preferito non darmi una risposta.

Tornai a sedermi lasciandomi cadere sui cuscini.

«Non so cosa dirti, ma conosci Andy meglio di me. Lo sai che ha la pelle dura e la testa ancora più dura.» Le afferrai una mano e gliela strinsi. «Non pensiamoci, ok?»

Annuì.

Ci alzammo dal divano e lei, cogliendomi di sorpresa, mi abbracciò.

«Grazie» disse.

«Figurati.»

«Aspetta un secondo, non può essere…»

Ci misi qualche istante per rendermi conto che quella frase non si collegava con quella precedente, ma capii subito che il tono della sua voce era cambiato.

«Come, scusa?»

Non rispose. Si staccò da me e si diresse verso il muro, verso il tratto di parete che era stato colpito dalla fucilata. C’era un buco. Allungò la mano e riuscì a infilarci un dito. Provò a bussare e il rumore ebbe un rimbombo inequivocabile.

Fece due passi indietro.

«C’è qualcosa qua dietro.»

***

Richiamai subito il Biondo.

«Ciao, hai saputo?» chiese immediatamente.

«Saputo cosa?» domandai. «Cos’è successo?»

«La tua ex. Ha deciso di ritirarsi.»

«Come?»

«Sì, un mio collega mi ha girato il link della notizia. Dani La Croix ha deciso di smettere.» Una folata di vento mosse i rami degli alberi dietro di me. Delle gocce d’acqua mi colpirono sul volto. «Ehi, sei ancora lì?» domandò il Biondo non sentendomi rispondere.

«Sì, sì.»

Ci salutammo e ci accordammo per uscire assieme la sera dopo. Rimisi il cellulare nella tasca e tornai verso il parco. Di corsa.

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