L’auto avanzò lungo la strada in terra battuta alzando un gran polverone. Arrivammo in fondo e ci trovammo davanti a un grosso cancello di metallo. Era chiuso con un catenaccio bloccato da un lucchetto.
«Ok, dovremmo esserci» disse Klara. «Mi passi la busta che c’è sotto il tuo sedile?»
Allungai la mano e tastai il tappetino fino a quando toccai della carta. La busta era gialla, ovviamente, con uno strano rigonfiamento su un lato.
Era già stata aperta, ma Klara la maneggiò comunque con molta cautela. All’interno c’erano dei fogli e un anello di metallo a cui erano legate due chiavi, una rossa e una blu.
Lesse uno dei fogli, ma lo fece rapidamente, come se stesse solo cercando conferma di informazioni già note. Scese dall’auto, andò verso il cancello e aprì il lucchetto con una delle due chiavi. Quando tornò, mi rimise tutto in mano senza dire una parola.

«Tu hai una spiegazione per l’ossessione di Andy per le buste gialle?» chiesi mentre riprendevamo il cammino.
«È solo un metodo sicuro per comunicare. Non si fida molto dei telefoni» rispose lei osservando lo specchietto.
«Sì, ma perché sempre gialle?»
«Ma che ne so. Sarà per qualche squadra di calcio.»
Sorrisi.
«No, quello te lo posso assicurare.»
***
I sacchetti della spesa non sembravano così pesanti al supermercato, ma dopo tre rampe di scale mi sentivo come se stessi trasportando palle da bowling e ferri da stiro, invece di barattoli di fagioli e pizze surgelate.
Arrivai davanti alla porta, mi asciugai il sudore della fronte con la manica della felpa e cercai le chiavi in tasca. Mi caddero mentre cercavo di infilarle nella toppa. Bestemmiai a voce alta, mi chinai per riprenderle e dopo qualche altra esclamazione un po’ più blasfema del dovuto, riuscii finalmente a entrare in casa.
«Elisabetta, puoi venirmi a dare una mano?» chiesi subito.
Silenzio.
Posai i sacchetti sul tavolo, mi bevvi un bicchiere d’acqua e iniziai a mettere tutto al suo posto.
«Elisabetta? Sei in bagno?»
Nessuna risposta.
Andai in camera da letto, ma la trovai vuota. Era tutto in ordine; il letto era persino fatto, cosa estremamente rara a casa nostra. Forse è andata da qualche sua amica e si è dimenticata di avvisarmi, pensai. Era già successo in quelle settimane.
Presi una birra dal frigo, accesi la radio e aprii uno degli sportelli della cucina per decidere che cosa preparare per cena. Volevo fare della pasta col salmone, ma mi accorsi con disappunto che eravamo sprovvisti dell’ingrediente principale.
Andai verso il frigo e notai che il cellulare che avevo lasciato sul tavolo stava vibrando.
Era lei.
«Pronto? Dove sei?»
«Ciao, sono al bar. Non hai letto il messaggio?»
«Quale messaggio?»
«Ti ho mandato un messaggio dieci minuti fa.»
«Scusa, stavo sistemando la spesa e non mi sono accorto. Che ci fai al bar?»
«Puoi raggiungermi?»
«Ok. Dammi cinque minuti e arrivo.»
Non mi salutò. Mi accigliai e controllai i messaggi.
ELISABETTA
Ho bisogno di parlarti. Puoi venire al bar?
***
La porta si aprì cigolando. Tutte le tende erano chiuse e la luce era scarsa. Eravamo in una stanza spaziosa con in mezzo qualcosa che sembrava un divano. L’odore non era molto piacevole. Quel posto era stato chiuso per tanto tempo.
«Vediamo un po’» disse Klara allungando la mano verso una parete.
Dopo qualche secondo, sentii il clic di un interruttore e due plafoniere si accesero illuminando tutto quanto.
Come avevo immaginato, quello che avevo scorto in precedenza era effettivamente un divano. Il resto dell’arredamento era molto spartano. Due tavolini, una sedia, un armadio e una libreria con cinque scaffali, tre dei quali erano vuoti. Le pareti erano bianche e immacolate.
«Neanche una bandiera o una sciarpa dell’Anderlecht» dissi. «Sono deluso.»
«Mi aspettavo molta più confusione, se devo essere sincera» rispose Klara.
«Da dove iniziamo?»
«Dalle finestre. Aprine una, per piacere.»
Eseguii la richiesta e presi una bella boccata d’aria fresca.
«Quindi tu non sei mai venuta qui?» chiesi mentre tornavo da Klara.
«No. Su questo era irremovibile. Non che mi sia persa chissà cosa, ora che lo vedo.»
«Però ti ha lasciato le istruzioni su come trovarlo.»
«Sì, ma mi ha fatto giurare su…» Si bloccò, si leccò le labbra e riprese. «Mi ha fatto giurare su mia madre che le avrei usate solo in caso di emergenza» disse mentre gettava un’occhiata alla libreria.
Mi sedetti sul divano e mi dondolai per testarne la comodità.
«Ha un piano per tutto» dissi mentre facevo scorrere un dito sulla polvere che si era depositata sul tavolino davanti a me.
«Col suo lavoro è normale. Soprattutto dopo quello che è successo a Padova.»
«Lo dici come se fosse colpa mia.»
«Ma no, figurati. Toh, magari solo un pochino.»
Mi alzai e andai anch’io a controllare la libreria.
«Cosa abbiamo qui?» chiesi.
Klara prese un libro dagli scaffali. Era un volume bello spesso con un titolo in inglese.
«Un vecchio libro di storia e tante cassette senza etichetta» rispose.
«Buste gialle e videocassette. Credevo di essere venuto in Ungheria, non nel 1987.»
***
Elisabetta e io eravamo soliti andare al Bar Nocciola. Non era nulla di che, il classico locale di provincia, dove tutti si conoscono, l’età media degli avventori è molto alta e la Gazzetta dello Sport sopra il frigo dei gelati non manca mai.

Si trovava in fondo alla nostra via, tra un macellaio e lo studio di un avvocato. Avevamo cominciato ad andarci perché era la scelta più comoda per bere un caffè al volo quando non c’era tempo di farlo a casa. A poco a poco ci eravamo affezionati a quel posto. Era semplice e senza pretese. Inoltre, Umberto, il titolare, ci aveva preso a simpatia. Anche se ho sempre sospettato che in realtà avesse preso a simpatia il sedere di Elisabetta. Per noi due, quello era semplicemente “il bar”.
Quando entrai, vidi più gente del solito. Quella sera era in programma una partita di cui mi ero completamente dimenticato. Tutti gli avventori erano concentrati sullo schermo della televisione. Elisabetta era in un angolo, da sola, l’unica non interessata al calcio.
Quando mi vide, sorrise e mi salutò con una mano, ma non si alzò quando arrivai al tavolo.
«Come va?» chiesi subito. «È successo qualcosa?»
«Siediti» rispose indicando la sedia di fronte a lei.
Feci come richiesto e provai ad accarezzarle una mano. La tirò indietro.
«Sto iniziando a preoccuparmi» dissi.
«C’è qualcosa che ti devo dire.»
«Cioè?»
Si guardò attorno, chiuse gli occhi per qualche secondo e prese un lungo respiro.
«Ho fatto le valigie. Domani mattina vado via di casa.»
Mi chinai verso di lei e aggrottai la fronte.
«Cosa?» sussurrai.
Deglutì, guardò fuori dalla vetrina, verso il semaforo lampeggiante all’incrocio.
«È finita, Alberto. Non ce la faccio più.»
***
«Che senso ha avere delle videocassette, ma non un videoregistratore?» chiese Klara uscendo dalla camera da letto.
«Forse perché non è niente di importante» provai a indovinare.
«O forse è qualcosa di estremamente importante.»
«Ah, dici che siano tutte le partite della Champions vinta dall’Anderlecht?»
Klara fece una smorfia e scosse la testa.
«La smetti di fare riferimenti al calcio? Tanto non li capisco.»
«Ok, vado a controllare la cucina.»
«Bene, io provo a controllare meglio la camera.»
Chiamare quel loculo “cucina” era un’esagerazione. Era un vano stretto, lungo non più di tre metri, con una piccola finestra sul muro opposto alla porta. Vicino al lavandino c’erano un microonde e un bollitore. Mancavano i fornelli. Il frigorifero era piccolo, infilato dentro uno degli stipetti.
Lo aprii e contai cinque pacchi di würstel, tre limoni e due bottiglie d’acqua. Negli altri sportelli trovai cibo in scatola e due enormi barattoli di integratori in polvere.
«Ed Elisabetta diceva che io mangio male» sussurrai.
Controllai ogni angolo con perizia, spostai le scatole, tastai il fondo degli armadietti, ma non trovai nulla. Era solo il triste cucinino di una persona con abitudini alimentari molto discutibili.
Andai in camera e ci misi qualche secondo per notare le gambe di Klara che spuntavano da sotto il letto. Strisciò fuori da lì e si strofinò le mani per pulirsi dalla polvere.
«Trovato niente?» chiesi.
«Solo sporcizia.»
«L’armadio?»
«Solo vestiti.»
Sbuffai.
«Beh, ci manca il bagno.»
Klara si alzò e fece scrocchiare le spalle.
«Quello te lo lascio volentieri.»
***
«Non capisco» balbettai sottovoce. «Pensavo che le cose stessero migliorando.»
Elisabetta aveva lo sguardo basso. Una ciocca di capelli era scivolata davanti e le copriva mezzo volto.
«Un po’» ammise.
«E quindi? Tutto questo da dove salta fuori?»
Ci fu un gol e tutto il bar scoppiò in un boato, ma per noi fu come se stesse accadendo a migliaia di chilometri di distanza.
«È da qualche tempo che ci penso» rispose Elisabetta alzando la testa.
«Ah, grazie per avermi reso partecipe.»
«Ero confusa e non sapevo nemmeno io cosa stessi attraversando, ok? Puoi evitare di farmi passare per la cattiva, almeno questa volta?»
«Scusa? Sei tu che stai rompendo con me.»
Il tono della mia voce si era fatto più rauco e incerto e stavo provando a mascherare la cosa alzando il volume.
«Ecco, lo sapevo che sarebbe finita così.»
«Scusa, ma che ti aspettavi?»
«Un po’ di comprensione, per esempio.»
«Tu ne hai mai avuta per me?»
«Ho sempre avuto a cuore quello che provi. Sempre.»
«Ah, sì? Anche quando ti…»
Non riuscii a finire la frase, mi venne un groppo in gola e il petto si fece pesante. Chiusi gli occhi prima che lei notasse qualcosa.
«Stai bene?» mi chiese.
«Sì, sto bene.»
«Mi dispiace, davvero. In questi ultimi due mesi, ho cercato di mettere da parte questo pensiero che avevo in testa, ma non ce l’ho fatta. Mi piace la mia vita, ma non riesco a sopportare l’idea che una cosa che mi fa stare bene faccia stare così male la persona che amo.»
La mia gamba destra iniziò a tremare, sobbalzando sulla punta del piede come un pistone impazzito.
«Sei seria? Stai davvero usando il “ti lascio perché ti amo troppo”?» domandai.
Si chinò sul tavolo coprendosi il volto con le mani.
«No, no» rispose quasi come se stesse supplicando. «Il problema è che non sono più così sicura neanche di quello.»
Umberto arrivò in quel momento. I capelli grigi erano ingellati all’indietro come sempre. Aveva il fiatone ed era rosso in viso.
«Ciao, scusa, non ti avevo visto entrare» esordì. «Ti porto qualcosa?»
«No, grazie» risposi concedendogli uno sguardo veloce. «Tanto sto per andarmene.»
***
«A meno che non abbia nascosto qualcosa sotto le mattonelle, in bagno non c’è nulla di interessante» affermai buttandomi sul divano.

Klara si sciolse i capelli e li agitò con le mani per dare loro volume. Per un momento rividi la rossa in vestaglia di pizzo che avevo conosciuto tempo addietro.
«Dovremmo controllare quelle videocassette» disse indicando la libreria. «Sono l’unica cosa che può dirci qualcosa.»
«Come facciamo?»
«Posso recuperare un videoregistratore senza problemi.»
«Vuoi portare le cassette con noi in città?»
Klara ci pensò per qualche secondo mentre volgeva un altro sguardo alla libreria.
«No, meglio evitare. Non sappiamo cosa ci sia. Posso portare qua tutto quello che ci serve.»
«Ottimo. Vuoi andare adesso?»
«Sì, ci metteremo almeno un paio d’ore ad andare e tornare, ma meglio farlo subito.»
«Quasi quasi resterei qui. Che dici? Non ha senso andare assieme.»
«Va bene, hai ragione. Non fare nulla di stupido.»
«Ci proverò.»
Appena Klara chiuse la porta di casa, mi tolsi le scarpe e mi distesi sul divano. Presi il cellulare e cazzeggiai per qualche minuto. Alla fine, la stanchezza accumulata durante il giorno mi vinse e mi addormentai col telefono sul petto.
***
Entrai in casa e andai diretto in cucina. Recuperai una confezione di biscotti al cioccolato e una birra. Mi sedetti e iniziai a infilarmi tutto in bocca come se non mangiassi da mesi. Quando la mia mano toccò il fondo del sacchetto, lo lanciai con rabbia verso il muro.
Elisabetta mi aveva detto che potevo stare nell’appartamento per tutto il tempo che mi sarebbe servito a trovare una nuova sistemazione. Lei sarebbe stata da una delle sue amiche. Non l’avevo neanche ringraziata per quello. L’avevo insultata e mandata a quel paese.
Alla fine, decisi di stare solo un paio di notti, giusto il tempo di organizzarmi e andarmene da quel posto il più in fretta possibile.
Bevvi un’altra birra, poi aprii la bottiglia di whisky che mi aveva regalato per un compleanno. Mi fermai al quarto bicchiere.
Andai in camera, ma appena vidi il letto, mi assalì un’ondata di nausea, lacrime e rabbia e tornai in salotto. Mi distesi sul divano e iniziai a cercare gli orari dei treni sul cellulare. Dopo un po’, la stanchezza accumulata durante il giorno mi vinse e mi addormentai col telefono sul petto.