Cinque anni prima
«Fa male» disse Elisabetta. «Mi prendi in braccio?»
Le sorrisi, le misi un braccio intorno al collo e la aiutai a uscire dall’auto. Era ancora sudata, con i capelli raccolti in una coda e una smorfia di dolore sul volto. Indossava una canottiera rossa, un paio di short attillati neri e una sola scarpa da ginnastica. La caviglia del piede scalzo era gonfia.
«Non se ne parla» le risposi mentre chiudevo la macchina.
«Ho paura di essermi rotta qualcosa» mugugnò mentre provava goffamente ad avanzare usandomi come sostegno.

«È solo una brutta storta.»
«Lo spero. È tutta colpa tua. Ahi…»
«Piano… e non è vero. Ho urlato “mia”.»
«Non ti ha sentito nessuno.»
«Mi hanno sentito tutti.»
Senza pensare, provò ad appoggiare il piede per terra e per poco non cadde trascinandomi con lei. Riuscii a tenerla su.
«Ti odio» mormorò imbronciata.
La strinsi ancora più forte e le diedi un bacio sulla fronte.
«Ok, facciamo così» dissi. «Appena usciamo di qua, ti riporto a casa, ti preparo la cena e rimango tutto il weekend a prendermi cura di te. Va bene?»
Aggrottò la fronte, respirò profondamente e abbozzò finalmente un mezzo sorriso.
«Ok, ma non voglio più essere in squadra con te a pallavolo per il resto della mia vita.»
«Ah, va benissimo. Finalmente potrò giocare con qualcuno davvero bravo.»
Mi diede uno schiaffo sul petto e le tornò il broncio. Le diedi un altro bacio in fronte.
***
Il parcheggio di quell’ospedale era più piccolo di quanto mi ricordassi, ma forse si trattava solo di uno scherzo della prospettiva. Non lo avevo mai visto da quella finestra. Non ero mai stato in quel reparto e non avrei mai voluto starci.
Vidi Giovanni avvicinarsi nel riflesso del vetro. Mi mise una mano sulla spalla e strinse forte.
«Grazie per essere venuto» disse quasi sottovoce.
«Non sono qua per te» risposi liberandomi della presa. Andai a sedermi su una delle sedie bianche che costeggiavano il muro del corridoio. Appoggiai i gomiti sulle ginocchia e nascosi il volto tra le mani. Giovanni rimase dov’era, a contemplare il parcheggio.
Dopo circa dieci minuti, un infermiere uscì dalla stanza e si diresse verso di noi.
«Potete vederla. Un quarto d’ora, non di più.»
«Ok, ok» dissi facendo un passo in avanti. Con la coda dell’occhio notai che Giovanni non si mosse.
«Tu non vieni?» domandai.
«No, sarebbe strano e l’ho già vista stamattina.»
«Sicuro?»
«Sì, tranquillo. Ti aspetto giù all’entrata.»
«Va bene» dissi annuendo.
Entrai nella stanza mentre lui si allontanava a passo veloce.
Aprii la porta piano, cercando di fare meno rumore possibile. C’erano quattro letti, due sul muro di sinistra, due su quello di destra. Erano tutti vuoti, tranne uno. Elisabetta aveva gli occhi chiusi.
***
La feci sedere sul divano e presi una sedia dalla cucina in modo che potesse avere qualcosa dove appoggiare la gamba infortunata. Mi sedetti di fianco a lei.

«Avrei bisogno di farmi una doccia» si lamentò.
«Non riesci a stare in piedi e non hai una vasca da bagno. Per stasera ti tocca puzzare» risposi ridendo.
«Non è divertente.»
«Scusa. Se può consolarti sei bellissima anche così.»
«Ruffiano.»
«Sto solo cercando di farmi perdonare.»
«Quindi ammetti che era colpa tua?»
«Ho urlato “mia”.»
«Rispondi alla domanda.»
Sorrisi e le strinsi una mano.
«Ho urlato “mia”, ma non mi sono reso conto che ti stavo venendo addosso.»
Si leccò le labbra e socchiuse gli occhi.
«È forse senso di colpa quello che percepisco?»
«Smettila» risposi voltandomi dall’altra parte. Dopo un secondo tornai a guardarla negli occhi. «Mi dispiace» aggiunsi.
Mi accarezzò una guancia e mi diede un bacio.
«Ti amo» sussurrò.
«Anch’io.»
«Bravo, ma ora sbrigati, vai a preparami quella cena di cui stavi parlando prima.»
***
Mi bloccai a metà strada, tra il letto e la porta. Non si era ancora resa conto della mia presenza.
Era pallida, il volto scavato, i capelli secchi, fini, sbiaditi. Mi passai una mano sulla fronte e deglutii a fatica.
Non posso farcela, pensai.
Mi voltai e mi diressi verso la porta.
«Alberto?»
La sua voce mi sorprese quando stavo già impugnando la maniglia. Respirai a fondo, strinsi gli occhi per un paio di secondi e tornai verso di lei.
«Ehi, ciao» la salutai.
Cercò di sollevarsi sul cuscino e la aiutai a mettersi comoda.
«Non mi aspettavo di vederti qui» disse passandosi una mano tra i capelli. L’altro braccio era disteso lungo il fianco, con un tubicino che dalla flebo arrivava all’avambraccio.
«Giovanni mi ha detto che ti trovavi qua e…»
«Come stai?» chiese senza farmi finire la spiegazione.
«Bene.»
Abbassai lo sguardo e iniziai a fissarmi le punte delle scarpe. Aveva il respiro lento, pesante.
«Tutto ok?» chiese vedendomi in difficoltà.
Strinsi i denti e asciugai con la punta delle dita una lacrima prima che fosse visibile.
«Scusa» sospirai.
Mi sorrise e indicò uno spazio sul letto.
«Dai, siediti.»
Presi posto facendo molta attenzione.
«Che cosa hai?» le domandai. In quell’istante, la fissai per la prima volta negli occhi.
«Di preciso, non lo hanno ancora capito. È cominciato tutto qualche settimana fa. Ho iniziato a sentirmi più stanca del solito, ma ho pensato fosse normale. Era un periodo in cui stavo lavorando tanto.»
«Fai ancora…» iniziai a chiedere pentendomi quasi subito.
«No» rispose lei. «Faccio altro. Ballo in discoteca, qualche lavoro da modella, cose così.»
«Sempre lavori in cui non sei minimamente in mostra.»
Sorrise di nuovo.
«Già.»
«Che altro hai avuto?»
«Dopo una decina di giorni, era diventato difficile persino alzarmi dal letto. Mi è venuta la febbre molto alta. Ho perso l’appetito e sono iniziate le vertigini.»
«E nessun dottore ha capito cosa fosse?»
«No. Ne ho sentito più di uno, ma hanno detto tutti che probabilmente era solo un malanno, dello stress, niente di particolare.» Senza neanche pensarci, le strinsi la mano. Ebbe un momento di titubanza, ma riprese subito a parlare. «Tutto è peggiorato davvero la settimana scorsa. Un giorno mi sono sentita stranamente meglio del solito e sono riuscita finalmente a mangiare un pasto normale. E dopo è stato come morire.»
«Che è successo?»
«Ho iniziato a vomitare fino a sputare sangue e ho perso i sensi. Giovanni mi ha portato qua e da allora non sono più uscita. Mi hanno fatto tutti gli esami possibili senza riuscire a capire cosa caspita abbia.»
Le accarezzai il dorso della mano con il pollice.
«Mi dispiace.»
***
Presi un piatto, lo riempii di pasta e lo misi in tavola. Andai verso il divano e recuperai la degente. La sorressi fino alla sedia.

«Linguine con panna e salmone» annunciai. «Come piacciono a te. Con poca panna e un quarto del PIL della Norvegia in salmone.»
«Mi vuoi proprio viziare» disse lei riempiendosi il bicchiere d’acqua.
«Come sempre.»
«Non è vero, ma ok. Tu non mangi?» chiese notando che era apparecchiato solo per lei.
«No, non ho fame» risposi sedendomi.
Arrotolò un po’ di pasta sulla forchetta e assaggiò. Sorrise e si leccò le labbra.
«È buonissimo!» disse con la bocca ancora mezza piena.
«Grazie.»
«Sei diventato bravo.»
«Non era così difficile migliorare. Fino a qualche tempo fa, andavo avanti a pizza, gelato e birra.»
«Come se adesso avessi smesso con tutte e tre.»
«Il consumo di gelato e pizza è diminuito sensibilmente.»
Continuò a mangiare senza dire altro. Poi si fermò, si pulì la bocca e bevve un sorso.
«Resti tutto il weekend, quindi?» chiese.
«Sì, non posso lasciarti da sola in queste condizioni» risposi.
Annuì.
«È bello quando sei qua.»
«Lo dici solo perché ti preparo da mangiare.»
«Non è vero. Cioè, non solo.»
«Grazie.»
«Non c’è di che.»
«Posso farlo tutti i giorni?»
«Se vuoi venire qua tutti i giorni solo per farmi da mangiare, va benissimo. È tanta strada, però.»
«Mi sa che non hai capito.»
«Sono cinquanta chilometri ogni giorno, andata e ritorno.»
Le misi una mano sulla coscia.
«Vuoi vivere con me?»
Spalancò gli occhi, rimanendo con la forchetta in mano come se stesse impugnando uno scettro.
«Intendi, vivere con te nel senso di convivere?»
«Sì.»
«Cioè, io e te?»
«Sì.»
«Nella stessa casa?»
«Lo vuoi, sì o no?»
Allargò le braccia. I suoi occhi divennero lucidi.
«Oddio, certo che lo voglio!»
L’abbracciai fortissimo.
***
«È meglio che vada» dissi dopo alcuni minuti di silenzio in cui non riuscii a formulare una frase che non suonasse stupida.
«Ok» acconsentì lei.
Mi alzai e per poco non mi abbassai d’istinto per darle un bacio sulla fronte. Riuscii a fermarmi in tempo.
«Tienimi aggiornato, ok?»
«Certo.»
Rimasi fermo per un secondo cercando di scacciare dalla mente alcune immagini del passato.
«Mi dispiace che le cose siano andate in quel modo» disse lei all’improvviso.
Mi grattai il mento e scossi la testa.
«Non è il momento di parlarne.»
«Io…»
«Riposa. Sei stanca.»
Lasciai la stanza senza dire altro.