Uscii dall’ascensore e mi diressi subito verso il parcheggio. Urtai persino un infermiere senza quasi accorgermene.

Giovanni stava osservando l’orizzonte appoggiato a una balaustra. Lo colsi di sorpresa. Lo afferrai per il bavero della giacca e lo affrontai faccia a faccia.

«Perché?» gli chiesi cercando di non alzare troppo la voce.

Vidi il suo sguardo perdersi per un secondo, ma si ricompose quasi subito.

«Di cosa stai parlando?» domandò tendendo i muscoli del collo.

Lo strattonai verso di me.

«Mi avevi detto che era stata lei a chiedere di me.»

«È vero.»

«Fanculo. Mi ha appena detto che non si aspettava di vedermi.»

Corrugò la fronte e annuì.

«Dobbiamo parlare» disse.

«Che diavolo stai facendo?»

«Posso offrirti un caffè?»

***

Presi lo scolapasta arancione, lo misi nel lavandino e vi scolai il contenuto della pentola che avevo appena tolto dal fuoco. Si creò una nuvola di vapore che sparì nel giro di qualche secondo.

Per sbaglio toccai il metallo ancora caldo della pentola e bestemmiai sottovoce. In qualche modo riuscii a non far cadere nulla. Spostai lo scolapasta pieno di penne e misi l’indice scottato sotto un getto d’acqua fredda.

Sentii la porta di ingresso aprirsi.

«Ciao! Sono a casa!» esordì subito Elisabetta. Dopo un paio di minuti, la vidi comparire in cucina con la giacca su un braccio e delle buste nell’altra mano. «Ti sei fatto male?» chiese appena capì cosa stessi facendo.

«No, no, tranquilla. Mi sono solo scottato mentre scolavo la pasta» risposi.

Appoggiò la giacca su una sedia e le buste sul tavolo e venne ad abbracciarmi.

«Mi sei mancato» disse dopo avermi baciato.

Mi asciugai le mani, le cinsi i fianchi e ricambiai il bacio.

«Anche tu. Com’è andata?» chiesi.

«Come al solito. Una faticaccia.»

Mi sforzai di sorridere, cercando di non pensare al possibile significato di quell’espressione quando a dirla era un’attrice di film per adulti come lei.

«Bene.»

«Cosa stavi cucinando?»

«Un po’ di pasta con tonno e piselli. Hai fame?»

«Sto morendo di fame! Lascia fare. Finisco io.»

Andai a controllare le buste lasciate sul tavolo. Ne presi una che sembrava una bolletta. Stavo per aprirla, ma un’altra gialla catturò la mia attenzione. C’era scritto il mio indirizzo con un pennarello blu. Non era indicato il destinatario, ma il francobollo usato era ungherese.

«Eli, scusa» dissi sollevando la busta. «Hai idea di cosa sia questa?»

Elisabetta si voltò mentre stava mescolando la pasta.

«No, ho preso tutto senza controllare. Che ha di strano?» rispose.

«Non c’è il destinatario e sembra venire dall’Ungheria.»

«Aprila.»

Ispezionai la busta da entrambi i lati per cercare qualche altro particolare, ma non notai nulla di strano. Strappai la parte superiore lentamente, facendo attenzione a non rovinare il contenuto.

«Cos’è?» chiese Elisabetta disinteressandosi della cena.

«Sembra un biglietto.»

«Un biglietto?»

«Sì, guarda.»

Lo tirai fuori e glielo porsi.

«È un volo. Milano-Budapest. Per il 7» disse.

«Il 7? È questo venerdì.»

«Sì, c’è anche il ritorno per domenica sera. Entrambi a nome tuo.»

Ripresi il biglietto dalle mani di Elisabetta e lo rilessi per essere sicuro. Nel frattempo, lei ricontrollò la busta.

«Chi è che mi manda dei biglietti per Budapest?» chiesi a voce alta grattandomi la testa.

Elisabetta si mise a ridere e mi porse un altro foglio. Era un A4 piegato in tre.

«Dai, potevamo immaginarcelo» commentò divertita.

Era un altro biglietto: per una partita di calcio.

Ferencváros-Anderlecht.

***

Il bar dell’ospedale era un enorme salone con delle vetrate che davano sul giardino interno della struttura. Presi posto a un tavolino di metallo vicino a un frigorifero e aspettai Giovanni. Tornò dopo cinque minuti con due tazzine di caffè e dello zucchero.

«Non sapevo se lo preferissi dolce o no» spiegò.

Gli strappai una bustina dalle mani senza dire una parola. Rimase in silenzio anche lui per qualche minuto.

«Allora?» domandai. «Perché siamo qui?»

Prese fiato e bevve un sorso di caffè.

«Ho bisogno del tuo aiuto» rispose appoggiando la tazzina di fronte a lui.

«Per Elisabetta?»

«Sì.»

Feci una smorfia e alzai le sopracciglia.

«Non ti seguo. Non sono un dottore.»

«Lo so. Ma conosci delle persone.»

Bevvi il mio caffè e mi pulii la bocca con un tovagliolo.

«Un cappuccino e una spremuta!» gridò un cameriere al bancone.

Scossi la testa.

«Non so di cosa tu stia parlando» risposi voltandomi verso la vetrata.

Giovanni si piegò in avanti e iniziò a parlare a bassa voce.

«Ascolta, so quello che ti è successo sei anni fa. Elisabetta mi ha raccontato tutto.»

Mi appoggiai sullo schienale della sedia e incrociai le braccia sul petto.

«Ripeto. Non so di cosa tu stia parlando» ribadii.

«So tutto. So dei Parise, so della Zoratti, so dell’organizzazione.»

L’erba del prato fuori dalla vetrata era verde e tagliata da poco. Sembrava quasi di sentirne l’odore.

«Giovanni, che cosa vuoi da me?» domandai.

«Sono sicuro che tra le persone che conosci c’è qualcuno che può aiutarci» rispose. Si fermò per aspettare una mia replica, ma non dissi niente, per cui attaccò di nuovo. «Ti prego, lo so che sto sparando nel buio e che mi disprezzi, ma sono disperato. Non so più cosa fare. I dottori non ci stanno capendo nulla. Lei continua a peggiorare. Ho paura, Alberto. Ti prego, dimmi che puoi fare qualcosa. Sei la mia unica speranza.»

Aveva gli occhi lucidi e gli tremavano le mani. Avevo passato mesi a sperare di vederlo in quelle condizioni. Certo, non per quel motivo.

«Perché mi hai raccontato una bugia?» chiesi.

«Era l’unico modo per farti venire qua. Volevo che la vedessi. Per me non faresti nulla, ma per lei forse sì.»

Il cameriere gridò un’altra ordinazione. Un bicchiere cadde per terra. Qualcuno imprecò.

Mi alzai dal tavolo, presi una moneta da un euro che avevo in tasca e la appoggiai sul tavolo davanti a lui.

«Ti chiamo io» dissi.

***

Salii gli scalini della tribuna fino alla fila 14, mi fermai e controllai di nuovo il biglietto. Posto numero 9. Per arrivarci, fui costretto a fare alzare una coppia di turisti sovrappeso e un gruppo di tre ragazzi che indossavano delle maglie da calcio bianche e verdi.

Mi sedetti e rimasi stupito dalla bellezza di quello stadio. I seggiolini verdi si stavano riempiendo a poco a poco. Il terreno di gioco era perfetto. L’erba, tagliata da poco, sembrava quasi luccicare. Il cielo era completamente azzurro.

I giocatori erano già in campo per il riscaldamento. Era solo un’amichevole estiva, ma si trattava comunque di due squadre con una certa tradizione.

Il seggiolino numero 8 rimase libero per circa una ventina di minuti. Quando mancava ormai poco al fischio d’inizio, vidi spuntare una testa bionda tra la folla.

Anderlecht indossava una camicia bianca con le maniche arrotolate fino al gomito, dei jeans scuri e un paio di stivali di cuoio marrone. Su un polso portava un bracciale di gomma color malva. La barba era un po’ più lunga di quanto la ricordassi, ma aveva i capelli molto più corti.

Lo scrutai mentre si avvicinava, ma lui non mi rivolse mai lo sguardo. Salì le scale e venne a sedersi di fianco a me, continuando a fissare il campo.

Controllò l’ora sul suo cellulare e finalmente si voltò.

«Fra quanto comincia?» domandò serio.

Mi morsi le labbra e scossi la testa.

«Vai a quel paese.»

Scoppiò a ridere.

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