Buttai lo zaino in un angolo e mi diressi in cucina. Presi una bottiglia di birra dal frigo e andai a stendermi sul divano.

Volevo guardare un po’ di TV, ma non trovai il telecomando. Per un secondo pensai di alzarmi e cercarlo, ma una fitta alla gamba mi fece cambiare idea.

Bevvi un sorso di birra e per poco non la sputai subito. Era sgasata e quasi insapore. La mia ricerca della sottomarca sempre più economica era arrivata a un punto di non ritorno.

Rimasi lì a gustarmela, se così si può dire, osservando uno schermo spento. Dopo dieci ore di lavoro, non avevo nessuna voglia di sprecare le poche energie che mi erano rimaste.

Finii la birra in silenzio, appoggiai la bottiglia sul tavolino di fronte a me e mi coricai. Mi addormentai con addosso ancora la camicia e la cravatta.

Mi svegliai dopo un paio d’ore con una gran sete e la testa che pulsava. Riuscii finalmente ad alzarmi e andai di nuovo in cucina. Presi la moka dal lavandino, la lavai e la misi su un piattino. Recuperai il barattolo verde del caffè, ma scoprii che era completamente vuoto. Imprecai, cercai un altro pacco nella credenza, non lo trovai e imprecai di nuovo.

Mi appoggiai sul lavandino e mi guardai intorno. Sentivo la testa pesante e gli occhi che bruciavano. Presi un’altra birra dal frigo e tornai in salotto. Riuscii a recuperare il telecomando e mi misi a fare zapping. Non trovai nulla che valesse la pena di essere guardato per più di venti secondi. L’unico programma che catturò il mio interesse fu un dibattito politico in cui un paio di parlamentari stavano discutendo in vista delle elezioni che si sarebbero svolte qualche mese dopo.

Squillò il cellulare.

«Pronto?» chiesi senza neanche guardare il display per capire chi fosse.

«Ehi, Alberto!» esordì Floriano. Al telefono la sua voce sembrava ancora più stridula di quanto non fosse dal vivo.

«Che c’è?»

«Avrei da chiederti un favore.»

«Sentiamo…»

«Venerdì prossimo potresti fare mezza giornata da solo?»

«Da solo? Di venerdì? Perché?»

«Alice mi ha appena telefonato per chiedermi il pomeriggio libero. Deve portare la figlia dal medico. Sai, è un’emergenza. Ho già chiesto agli altri, ma non può nessuno.»

Certo, pensai, quella bambina si ammala sempre quando fa comodo a sua madre.

«Va bene, va bene» risposi per troncare la conversazione. «Non ti preoccupare.»

«Grazie» disse. «Ti devo un favore.»

«Certo. Ciao.»

Gettai il telefono sul divano e cambiai canale.

«Mi dovete un favore tu e quella troia con la figlia moribonda» esclamai ad alta voce mentre in TV partiva la pubblicità di un detersivo per i piatti.

Andai a controllare il tempo fuori dalla finestra. Pioveva ed era già buio. Provai a mandare qualche messaggio ai miei amici, ma sapevo che con quel clima trovare qualcuno disposto a uscire sarebbe stato molto difficile.

Dopo un’ora avevo ricevuto solo rifiuti e visualizzazioni senza risposta.

Poco male, pensai. Tanto domani mi aspetta un’altra giornata di cellulari venduti a un’orda di ritardati.

Indossai una tuta del Werder Brema per stare più comodo e andai a vedere cosa avessi in frigo per cenare.

Suonò il campanello di casa.

Rimasi con un barattolo di sugo in mano chiedendomi chi diavolo potesse essere a quell’ora. La seconda scampanellata mi fece capire che forse era il caso di andare a vedere.

«Chi è?» chiesi alla cornetta del citofono.

«Ciao, sono Giovanni. Posso venire su?»

Non può essere, pensai. Quel Giovanni? Che cosa ci fa qui?

«Certo. Ti apro» risposi ancora confuso.

Dopo qualche minuto, lo vidi venire su dalle scale e mi resi conto che era davvero lui. Era proprio Giovanni. Il fidanzato di Elisabetta.

Lo avevo visto solo un paio di volte, ma avevo la sua faccia stampata in testa da anni. Aveva in mano un ombrello rosso e indossava una giacca di pelle nera imperlata di gocce di pioggia. I capelli castani erano un po’ bagnati, con un ciuffo che cadeva sulla fronte. Era più alto di me di almeno dieci centimetri. Sotto la giacca indossava una maglietta aderente che metteva in risalto il petto largo e allenato. Aveva le mani grandi, curate. Il viso era squadrato, proporzionato, perfettamente rasato. Gli occhi erano azzurri, dotati di una luce particolare e intensa, capace di catturare l’attenzione di chiunque incrociasse il suo sguardo.

«Scusa per l’improvvisata» esordì subito.

«Che succede?» risposi.

«Meglio se ne parliamo in casa» disse dopo aver preso un lungo respiro.

Lo feci entrare, presi la giacca e l’ombrello e gli dissi di accomodarsi sul divano.

«Posso offrirti qualcosa?» gli chiesi.

Lui ci pensò un attimo, passandosi una mano tra i capelli.

«Hai qualcosa di alcolico?» domandò.

«Solo della birra. Ma ti devo avvisare, fa abbastanza schifo.»

«Non fa niente, va bene.»

Recuperai due bottiglie e le portai in salotto. Gliene porsi una e mi sedetti sulla sedia di vimini di fianco al divano. Brindammo e bevemmo il primo sorso in silenzio.

«Allora» attaccai, «cosa ci fai qua?»

Gli scappò un mezzo sorriso.

«Immagino tu sia abbastanza sorpreso di vedermi.»

«Figurati, i fidanzati delle mie ex sono sempre i benvenuti in casa mia.»

La mia battuta gli fece cambiare drasticamente espressione. Il sorriso si spense, gli occhi si abbassarono sulla bottiglia. Iniziò a giochicchiare con un pezzo di etichetta che si stava staccando.

«È per lei che sono qua» disse quasi sospirando.

«Senti, qualsiasi cosa sia successa, io…»

«È in ospedale. Sta male.»

Quelle parole mi attraversarono come una lama.

Bevvi un altro sorso di birra e mi grattai una tempia.

«Che… che cos’ha?» domandai balbettando.

Strinse la bottiglia con entrambe le mani e scosse la testa.

«I dottori pensano sia grave» rispose fissando il vuoto.

«Cioè?»

«Ho paura… io…»

«Si può sapere che cazzo ha?» gridai cogliendolo di sorpresa.

«Non lo so» rispose dopo qualche istante. «Pensano sia un tumore, ma non ne sono sicuri.»

«Non ne sono sicuri? Che vuol dire?»

«Non lo so, ok? Hanno fatto degli esami, ma hanno dato tutti risultati strani e io…»

Chiusi gli occhi e sospirai.

«Scusa, lascia stare. Non volevo gridare.»

«No, no, tranquillo.»

Per un minuto interminabile riuscimmo solo a fissare le nostre bottiglie.

«Quindi?» chiesi alla fine. «Sei venuto qua solo per dirmi questo?»

Giovanni bevve un sorso e si leccò le labbra.

«No. Sono venuto qua per chiederti di venirla a trovare» rispose.

Mi alzai dalla sedia e mi diressi in cucina.

«Non se ne parla.»

Mi venne dietro per continuare la conversazione.

«Te lo chiedo per favore.»

Mi fermai e allargai le braccia.

«Perché dovrei?»

«Era la tua ragazza.»

«Non più da almeno quattro anni.»

Prese un lungo respiro.

«Ascolta, capisco benissimo come ti senti.»

«No, smettila. Mi spiace che stia male, ma la cosa non mi riguarda, ok?»

«È stata lei a chiedere di te.»

«Non mi importa.»

«Cerca di ragionare. Io…»

Presi fiato e indicai la porta con la mano che impugnava la birra.

«Fuori da casa mia.»

«Alberto…»

Posai la bottiglia sul tavolo della cucina, andai a recuperare le sue cose e gliele misi in mano mentre lo spingevo verso l’uscita.

«Fuori» gli ordinai.

Non fece resistenza e riuscii a trascinarlo fino al pianerottolo.

«Se dovessi cambiare idea, fammi sapere» disse mentre si rimetteva la giacca.

Gli chiusi la porta in faccia senza neanche salutarlo.

Mi appoggiai al muro e scivolai a terra. Mi misi le mani in faccia. Piansi.

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