Tutti si alzarono e guardarono verso l’ingresso, da dove proveniva il frastuono. Un’esplosione. I neon si spensero.
Dai lucernari arrivava ancora un po’ di luce, ma era impossibile vedere in modo chiaro.
«Che cazzo sta succedendo?» urlò qualcuno.
Si sentì un rumore di passi veloci.
Tra le fessure degli scaffali passò un raggio di luce.

«Fermi tutti!» fu il grido che si levò in lontananza.
Il fascio illuminò il viso di Frank Parise. La bocca era piegata in una smorfia.
«Via! Via tutti!» urlò prima di scappare trascinando Gaia con sé.
Ci furono degli spari. Chiusi gli occhi e sperai di non essere colpito da nessun proiettile vagante.
Qualcuno si avvicinò.
«Ottimo lavoro!» disse una voce nel buio.
«Andy? Sei tu?» chiesi.
«Aspettavi qualcun altro?» rispose lui.
Tirò fuori un coltello e tagliò il nastro che mi teneva bloccato.
«Ci hanno messo un po’ troppo tempo» dissi massaggiandomi i polsi.
«Poteva anche non arrivare nessuno.»
Mi diede una pistola.
«Qual è il piano?» chiesi.
«Uscire di qua, intanto. Seguimi.»
Gli spari continuavano. Una torcia montata sulla sua pistola illuminava qualcosa, ma era difficile capire cosa stesse succedendo. Vedevo fasci di luce, gente che sparava, altri che provavano a scappare.
Anderlecht mi fece raggiungere una fila di bancali posti vicino a una parete. Ci spostammo nello spazio in mezzo, in modo da essere più protetti.
Arrivammo all’altra parete, quella che dava sul retro.
«Lì c’è una porta!» dissi indicando una via d’uscita.
«Lo so, è lì che stiamo andando.»
Ci avvicinammo. Era aperta.
Dava su uno spiazzo molto grande, dove erano accatastati dei bancali rotti e dei rotoli enormi di rete verde. Il tutto era circondato da una recinzione alta circa tre metri che dava su un campo. L’unica luce, posta sopra la porta, era accesa.
Anderlecht mi fece cenno di seguirlo verso il muro laterale del capannone dove c’era una piccola stradina che riportava davanti all’edificio.
Un colpo di pistola.
Un urlo.
Andy cadde in ginocchio, la pistola chissà dove.
Si tenne la spalla.
«Ehi, tutto ok?» chiesi.
«Fanculo» sussurrò mentre un filo di sangue gli passò tra le dita che stringevano la maglietta. Stramazzò al suolo come un peso morto.
Mi voltai per vedere se ci fosse qualcuno nei paraggi.
C’era.
L’obiettivo si stava avvicinando a noi, braccio teso e pistola puntata.
«Lo sapevo che bisognava ammazzarti subito, lo sapevo» disse con un sorriso storto.
Mi alzai e gli puntai contro la pistola anche io.
«Stai fermo. Non fare cazzate» gli intimai.
Non mi diede retta e si avvicinò ancora. Era a circa tre metri da me.
«Farai la fine che meriti.»
«Ti ho detto di stare fermo!»
«Un vigliacco come te non avrà mai il coraggio di spararmi.»
Mi tremavano le braccia. Le gambe erano rigide. Se fossi scappato mi avrebbe freddato alle spalle. Le dita non facevano quello che il mio cervello diceva.
Le sue si mossero morbide.
I proiettili arrivarono dritti sull’addome, trafissero i vestiti e scavarono la carne.
La sua.
L’obiettivo si piegò sulle ginocchia. Il braccio si fece mollo. Si toccò. Vide il sangue. Cadde al suolo.
Io ero ancora fermo, immobile.
Anderlecht era steso su un fianco e impugnava la sua pistola. Dalla canna usciva del fumo.
«Mi sono davvero rotto i coglioni di salvarti il culo ogni volta» disse cercando di rialzarsi.
Lo aiutai.
«Mi sdebiterò a tempo debito. Ce la fai?»
Si rimise in piedi. Si toccò la spalla e strinse i denti in una smorfia di dolore.
«Sì, ma sbrighiamoci.»
Percorremmo tutta la stradina e ci ritrovammo sul lato anteriore del capannone. Due furgoni erano parcheggiati lì davanti. Il portellone era stato fatto saltare. Dall’interno si sentivano ancora parecchi spari.
Davanti a uno dei mezzi, un uomo in abito elegante sbraitava contro un altro tizio armato.
«Come sarebbe a dire che non avete trovato il ragazzo?» gridò il primo.
«Qualcuno lo ha liberato prima di noi, signor Fenerbahçe» rispose l’altro.
Andammo verso di lui. Ci sentì arrivare e ci riconobbe subito.
«Anderlecht? E tu da dove cazzo spunti?» chiese subito.
«Le domande dopo» risposi. «Ha bisogno di un medico.»
Fenerbahçe fece un gesto al tizio armato e questi andò a chiamare qualcuno dentro uno dei furgoni.
«Come sta procedendo?» chiesi.
«La prima domanda l’ho fatta io.»
«Ah, fanculo!» gridò Anderlecht. «L’importante adesso è che riusciate a prendere Parise. Di queste cazzate parleremo dopo.»
Arrivò un uomo con una valigetta.
«È lui il ferito?» chiese indicando Andy.
Annuii. Si mise subito a controllare la ferita.
«Dov’è la Zoratti?» domandò Fenerbahçe.
«Come già detto, per queste cose c’è tempo» risposi.
«Dimmi almeno se è ancora viva.»
«Sì, è viva, stai tranquillo. I vostri soldi sono al sicuro.»

Il tizio armato ritornò di corsa.
«Capo, capo!» gridò. «Celtic mi ha appena comunicato che la preda grossa è stata bloccata.»
«Ottimo!» commentò Fenerbahçe.
«Sarebbe Parise?» chiesi.
«Sì. Ora scusatemi.»
Tirò fuori una pistola da dentro la giacca e andò dentro il capannone col tizio armato.
«Devo estrarre il proiettile. Devi sederti da qualche parte. Vieni con me» disse il dottore.
Portò Anderlecht dietro uno dei furgoni e lo fece sedere su un piccolo sgabello pieghevole. Io li seguii, ma ero distratto da quanto succedeva dentro il capannone.
Nemmeno le imprecazioni di Anderlecht servirono a distogliere l’attenzione. Il dottore completò l’operazione in pochi minuti, disinfettò la ferita e la chiuse con qualche punto.
«Tranquillo, il peggio è passato» disse Anderlecht.
Avevo lo sguardo fisso sull’entrata.
«Lo spero. Ho aspettato questo giorno per mesi e non vorrei prendere l’ennesima fregatura.»
Iniziarono a uscire delle persone. Alcuni degli scagnozzi di Parise, ammanettati e con lo sguardo basso, venivano trascinati dagli uomini armati di mitra che avevano fatto irruzione. Li contai man mano che venivano portati fuori.
Uno, due, tre, quattro, cinque…
Mancava qualcuno. Andai verso di loro. Ricomparve Fenerbahçe. Parise era davanti a lui, ammanettato come tutti gli altri. La camicia era strappata e sporca di sangue. I capelli scompigliati.
Incrociò lo sguardo con il mio.
«Hai firmato la tua condanna a morte, ragazzo» gridò.
«Oh, che frase originale. L’hai usata anche con Giuseppe Zoratti?»
Cercò di caricarmi, ma Fenerbahçe lo bloccò in tempo.
«La pagherai per quello che hai fatto a mia figlia, la pagherai per questo, pagherai per tutto.»
«Alt, fermati» dissi alzando un braccio. «Avete un computer?» chiesi a Fenerbahçe.
«Sì, ma a che ti serve?» rispose.
«Solo un secondo. Devo chiarire una cosa.»
Mi feci dare un portatile. Tirai fuori dalle tasche un mini DVD e lo feci partire. Tenni in mano il PC mostrando lo schermo a Parise. Quando vide le immagini della camera dei miei e di sua figlia mezza nuda gli si riempirono gli occhi di sangue.
«Come cazzo ti permetti, bestia schifosa!» urlò cercando di liberarsi dalla presa di Fenerbahçe.
«Stai zitto e guarda.»
Le immagini proseguirono. La sua rabbia iniziò a scemare. Vide quello che era successo. Sbuffò dalle narici. Scosse la testa.
«Che stupida» disse sottovoce.
Chiusi il computer.
«Bene, portatelo via» dissi. Fenerbahçe mi guardò male. «Scusa, è una vita che sognavo di dirlo» mi giustificai.
Anderlecht tornò da me con la spalla ferita fasciata.
«Tutto ok?» gli chiesi.
«Più o meno.»
«Grazie per prima.»
Sorrise e si voltò a guardare distante.
Tutte le persone catturate furono caricate su uno dei due furgoni.
«Ci sono tutti?» chiese Fenerbahçe a voce alta.
«Sì, capo, dovrebbero esserci tutti» rispose uno dei tizi armati.
«No!» urlai.
Fenerbahçe venne verso di me.
«Come no?»
«Sul retro dovrebbe essercene un altro. Più morto che vivo, credo. Andate a prenderlo.»
Fenerbahçe annuì e mandò due uomini a cercarlo.
«Dimentichiamo qualcun altro?» chiese.
Guardai verso l’interno del capannone.
«Sì, ma a lei ci penso io.»
«Che vuol dire?»
Camminai verso l’ingresso.
«Ehi, Alberto, dove vai?» chiese Anderlecht.
Non lo ascoltai ed entrai.
Era ancora tutto buio, ma avevo con me la pistola con la torcia. Il caos precedente dopo lo scontro a fuoco era peggiorato. Tanti bancali erano stati rovesciati, alcuni scatoloni distrutti, uno scaffale era stato buttato a terra con tutto il suo contenuto. Sul pavimento c’erano macchie di sangue e bossoli.
Feci un giro tra quell’immondizia, camminando con calma. Passai dal centro, dove sarebbe dovuta avvenire la mia tortura. Non c’era nessuno.
Girai intorno alle apparecchiature industriali, controllai i muletti. Nulla.
Rifeci il giro, cercai di illuminare ogni angolo. Poi mi cadde l’occhio sull’ufficio vuoto all’ingresso. Dalle vetrate non si vedeva nulla di sospetto. Entrai.
Gaia era seduta in un angolo, rannicchiata, con gli occhi rossi e gonfi. Teneva le gambe strette al petto e singhiozzava.
«Ciao» le dissi illuminandola.
«Cosa vuoi ancora?» chiese senza alzare la testa.
«Ringraziarti per avermi aiutato a risolvere i miei guai.»
«Vai a farti fottere.»
«Devo farti i complimenti. Il tuo era davvero un bel piano. Sei solo stata sfortunata.»
«Non mi sarei mai sposata con quello sgorbio.»
«Dai, non dire così. Andrej ha un fascino particolare. Non ti piacciono gli uomini paciocconi?»
«Vaffanculo.»
Mi misi a ridere. Lei non disse niente. Le mie risate si persero nel silenzio e nel buio.
«Per colpa tua ho vissuto un inferno» dissi. «Ho rischiato più volte di morire. Sono stato costretto a scappare dalla mia vita e a salutare persone a cui voglio bene. Sono pure stato mollato dalla mia ragazza, anche se forse per quello ti dovrei persino ringraziare.»
«E quindi? Ti vuoi vendicare?»
«No, non credo. Fino a ieri forse ti avrei detto di sì, ma che senso avrebbe? Qualsiasi cosa faccia non mi restituirà quello che mi hai tolto. Alla fine, credo solo di odiarti.»
«Nessuno ti ha mai costretto a venire a letto con me.»
«Hai ragione. Ma non ti azzardare a dirlo un’altra volta.»
«Cosa pensi di fare?»
«Con te? Non lo so.»
«Qualcuno prima o poi ti farà fare la fine che meriti.»
«Non credo. Ho fatto vedere il filmato a tuo padre. Quello originale, intendo.»
«Cosa hai fatto?» disse alzando la voce.
«Tuo padre ha capito cosa hai fatto.»
«Oddio, mi ucciderà» sussurrò scuotendo la testa.
«Spero che la tua sia una metafora.»
«Ti odio.»
«Come ti ho già detto, anche io. Ora sparisci.»
Inclinò la testa.
«Non volete prendere anche me?»
«Non sei una criminale. Sei solo una poveraccia che ha cercato di usare un sacco di persone per i suoi interessi. Mi fai schifo, ma non credo tu meriti di finire in pasto ai miei amici qui fuori. Aspetta per un po’ qua dentro. Tra un po’ andremo via tutti. A quel punto potrai uscire.»
«Mi stai lasciando andare?»
«No, ti sto intimando di scappare, fuggire, sparire dalla mia vita. Questa deve essere l’ultima volta che ti vedo. Intesi? Sei un capitolo chiuso, finito e non ho nessuna intenzione di doverlo riaprire.»
Mi fissò dritto negli occhi.
Mora. Abbronzata. Vita sottile. Seno prosperoso. Capelli neri. Frangetta. Sorriso perfetto.
Non disse niente. Abbassò la testa.
«Addio» dissi.
Uscii dalla stanza sbattendo la porta e tornai fuori dal capannone.
Anderlecht mi venne incontro.
«Allora?» chiese.
Scossi la testa.
«Gaia non c’è. È riuscita a scappare» risposi.
«Quella troia…» commentò.
«Già.»
Arrivò Fenerbahçe.
«Credo sia arrivato il momento delle spiegazioni.»
Io e Andy ci lanciammo un’occhiata di intesa.
«D’accordo» risposi. «Ma non qui.»
«Sono d’accordo. Dove avete nascosto la Zoratti?»
«In un appartamento sicuro in città.»
«Possiamo andare lì?»
«Certo.»
«Ottimo. Faccio un paio di telefonate e poi possiamo andare.»
I due furgoni partirono lasciandoci da soli. Fenerbahçe si allontanò e parlò al telefono per qualche minuto.
«Ho male dappertutto» dissi.
Anderlecht alzò un sopracciglio.
«Tu?»
«Ok, ho capito, meglio se sto zitto.»
Fenerbahçe tornò dalla sua telefonata.
«Tutto ok. Possiamo tornare in città. Ci sono alcune persone che ci aspettano» disse.
«Chi?» domandai.
«Amici. Miei amici.»
Anderlecht mi mise una mano sulla spalla.
«Tranquillo, Alberto. Possiamo andare.»

***
L’appartamento che avevamo trovato come base era un buco non molto distante dal Piovego. Era del tutto disabitato e privo di qualsiasi arredamento. Fu solo grazie a Boris e alla generosità di Berezuckij che riuscimmo a procurarci un tavolo e delle sedie.
Eravamo tutti in quello che doveva essere il salotto e aspettavamo l’arrivo di Fenerbahçe. Lo avevamo lasciato da solo davanti al capannone. Lui si era fatto dare l’indirizzo e ci aveva rassicurato che sarebbe arrivato nel giro di un’ora. Fu di parola. Era quasi mezzanotte quando suonò il campanello. Andai io ad aprire.
Era accompagnato da altri due uomini. Tutti e due indossavano completi eleganti. Uno era di colore, magro, con i capelli brizzolati e una cravatta rosso scuro con una linea orizzontale gialla nella parte inferiore. L’altro era robusto, bianco, più alto degli altri due, capelli biondi raccolti in un codino e una cravatta con lo stesso disegno di quella del suo amico, ma nera e bianca.
Li portai in salotto e li feci accomodare su tre sedie. Mi posizionai dalla parte opposta del tavolo, dove erano già seduti Anderlecht e la Zoratti. Per sicurezza le avevamo legato polsi e caviglie. Boris e Ivan stavano in piedi vicino a noi.
«Prima di iniziare» esordì Fenerbahçe, «mi sembra giusto fare le presentazioni.»
«Dai, lo so benissimo chi siete!» protestò Anderlecht.
«Tu sì, ma il tuo amico no.»
«Fai come ti pare.»
Fenerbahçe si voltò verso di me sorridendo.
«Lui è Galatasaray» disse indicando il nero. «Mentre lui è Beşiktaş» aggiunse appoggiando una mano sulla spalla del tizio col codino.
Strinsi la mano a entrambi senza dire niente.
«Possiamo iniziare?» chiese Anderlecht.
«Procediamo.»
«Perfetto. Iniziamo da una domanda molto semplice: cosa volete da noi?»
I tre si guardarono quasi divertiti.
«Beh, mi pare ovvio» rispose Beşiktaş.
«Ovvio un cazzo» replicò Andy. «Vi ricordo che ero uno dei vostri. Conosco le vostre regole.»
Fenerbahçe allargò le braccia.
«Infatti, siamo molto sorpresi dalle tue azioni.»
«Avevo i miei motivi.»
«E noi abbiamo i nostri per imporre certe regole.»
«Sì, ma lasciamo perdere le regole e guardiamo i fatti» mi intromisi. «Io vi servivo per arrivare a Parise e in un modo o nell’altro è quello che è successo.»
«Hai detto bene» rispose Galatasaray. «In un modo o nell’altro. Non nel modo previsto.»
«Non mi state ascoltando.»
Anderlecht alzò una mano.
«Sentite, il ragazzo ha appena detto una cosa della quale forse vi sfugge l’importanza: senza di noi Parise non lo avreste mai preso.»
Fenerbahçe sorrise.
«La nostra organizzazione si basa sul silenzio. Non possiamo permettere che una persona esterna a essa sappia della nostra esistenza.»
Il mio amico optò per il colpo di teatro. Tirò fuori dai pantaloni una pistola e la puntò in testa alla Zoratti. I tre per poco non caddero dalla sedia.
«Che vuoi fare?» chiese Beşiktaş.
«Cerco di farvi capire come stanno le cose.»
«Stai calmo» lo pregò Fenerbahçe.
«Sono calmissimo. Allora, questo è quello che faremo. Voi ci lasciate andare, dimenticate tutta questa storia del cazzo e noi in cambio liberiamo la Zoratti. Se invece vi ostinate a voler fare i duri a tutti i costi, io faccio saltare il cervello di questa stronza, adesso, qua, seduta stante, e tolgo dalla faccia della terra l’unica persona che può darvi ciò che vi ha promesso per portare a termine una missione che siete riusciti a concludere solo grazie a noi.»
La Zoratti subì quello sfogo in silenzio, tenendo gli occhi chiusi. Tremava.
I tre si guardarono preoccupati.
«Non ho nessun motivo per andare a raccontare in giro di voi» dissi. «L’unica cosa che voglio adesso è poter tornare alla mia vita e dimenticarmi tutta la merda di questi mesi. Vi do la mia parola.»
Fenerbahçe si passò una mano sul ciuffo. Beşiktaş si massaggiò i palmi. Galatasaray fece schioccare la lingua.
«E della ragazza a cui hai raccontato tutto che mi dici?»
«Elisabetta? Lei ha ancora meno motivi per fare la spia. Garantisco io per lei.»
Beşiktaş si alzò e fece cenno agli altri di fare la stessa cosa.
«Solo un secondo» disse.
Uscirono dalla stanza e andarono a parlottare all’ingresso.
Anderlecht ripose la pistola e sbuffò.
«Che ne dici?» chiesi.
«Adesso vedremo.»
Tornarono e ripresero posto.
Fenerbahçe si passò una mano tra i capelli.
«La nostra proposta è questa» esordì. «Voi liberate la signora Zoratti e noi lasciamo andare il ragazzo promettendo che non proveremo in nessun modo ad attentare alla sua incolumità.»
«Perfetto» commentai.
«A una condizione» aggiunse Fenerbahçe.
«Quale?» chiese Anderlecht.
«Che tu venga via con noi.»
«Perché?» domandai.
«Per essere giudicato da una commissione interna dell’organizzazione. Ragazzo, tu sei scusabile per quello che hai fatto. Cercavi solo di sopravvivere e devo ammettere che sei stato bravo, lo hai fatto dimostrando capacità inaspettate. Sebbene per noi sia un rischio, vogliamo riconoscere i tuoi meriti e darti la possibilità di tornare alla tua vita.»
«Con Anderlecht il discorso è diverso» continuò Beşiktaş. «Lavorava per l’organizzazione, conosceva le nostre regole, conosceva gli ordini che gli erano stati impartiti, ma ha deciso di sua volontà di ignorarli e di agire secondo la sua coscienza. Non possiamo lasciar correre tutto questo.»
«Sarà il nostro comitato interno a stabilire se e come dovrà pagare» disse Galatasaray.
Scossi la testa e mi alzai di scatto.
«No, no. Non se ne parla. Libertà per entrambi o potete anche andarvene a…»
Anderlecht allungò le braccia e incrociò le mani sul tavolo.
«D’accordo. Si può fare» disse.
Mi voltai verso di lui.
«Andy, ma che cazzo dici?» gridai.
«Stai calmo. Va bene. Io posso cavarmela. L’importante è che tu sia libero.»
«No, non va bene un cazzo. Non puoi fidarti di questi.»
«Stai zitto e siediti.»
«Ma non puoi…»
«Siediti.»
Obbedii.
«È una cazzata» commentai scuotendo la testa.
«Siamo molto contenti della tua scelta» disse Fenerbahçe sorridendo.
«Vi chiedo solo una cosa» rispose Anderlecht.
«Dicci.»
«Voglio riportare a casa Alberto. Poi vi seguirò ovunque vogliate.»
Si guardarono e nessuno ebbe motivi per obiettare.
«Non sei costretto a farlo» dissi ad Andy.
Non mi ascoltò. Tese la mano ai tre e tutti gliela strinsero.
L’accordo era fatto.