Erano passati quasi nove mesi da quando avevo lasciato il mio paese. Non mi era mancato. Lo avevo sempre trovato un posto triste, da abbandonare il prima possibile. Dopo tutto quello che avevo vissuto, fu comunque un sollievo rivederlo. Una sensazione banale e semplice, ma piacevole. Una sensazione normale.

Erano le sei del mattino. Il centro era quasi vuoto. Il bar della piazza era ancora chiuso, la chiesa pure, le scuole anche. Il cielo era grigio, ma le previsioni avevano annunciato una giornata molto calda.

Anderlecht sapeva dove abitavo e non ci fu bisogno di dargli indicazioni. Eravamo partiti molto presto per esplicita richiesta del triumvirato col quale avevamo trattato. Nel bagagliaio c’erano due valigie. La mia vita degli ultimi mesi.

Prima di andarmene da Padova, ero passato dal mio vecchio appartamento a recuperare un po’ di cose, vestiti più che altro. Da quando ero scappato non era stato toccato niente. C’erano persino le stesse bottiglie vuote che avevo lasciato in giro.

Anderlecht parcheggiò a qualche decina di metri dalla mia via. Non volevo che si fermasse davanti casa. Rimase con le mani sul volante. Controllò gli specchietti.

«Che guardi?» chiesi.

«Ci hanno seguito.»

«Chi? Fenerbahçe?»

«Lui e i suoi amichetti. Hanno paura che provi a scappare.»

«Io lo avrei fatto.»

«Dai, ti prego, non ricominciare.»

«Non c’era bisogno che ti consegnassi a loro. Potevamo risolverla.»

«No, non potevamo. Li conosco bene, fidati.»

«Sarà…»

Ci fu qualche minuto di silenzio.

«Dovevo tornare nell’organizzazione» disse Anderlecht all’improvviso.

«No, non dovevi. Non devi nulla a quelle persone» replicai.

«A loro, no. Ad altre persone, sì.»

«Di chi cazzo stai parlando?»

«Pensi davvero che Berezuckij ti abbia aiutato solo per spirito caritatevole?»

Sobbalzai sul sedile.

«Di che diavolo stai parlando?»

«Meno sai, meglio è.»

«No, un cazzo. Io…»

«Meno sai, meglio è» ribadì alzando la voce.

Mi diedi un pugno sulla gamba e mi morsi la lingua.

Mi tolsi la cintura di sicurezza. Lui si distese sullo schienale e chiuse gli occhi. Abbassai il finestrino per prendere un po’ d’aria. Da qualche parte un gallo si accorse che era mattino.

«Hai una sigaretta?» gli chiesi.

Mi guardò storto.

«Non è che stai prendendo il vizio?»

«No, tranquillo. È l’ultima, giuro.»

Prese il pacchetto appoggiato sul cruscotto e me ne porse una. Ne prese una anche per sé. I primi tiri li facemmo in silenzio.

«Andrai a trovare Elisabetta?» chiese.

«Credo di sì. Magari la prossima settimana.»

«E la ragazza che avevi prima?»

«Non me ne frega più nulla.»

Buttò fuori del fumo dal finestrino, poi guardò l’orologio.

«Aspetta un attimo. Oggi che giorno è?»

«Il 18. O il 19. Non mi ricordo. Perché?»

«Cazzo, fra una settimana c’è la finale di Champions!»

«Oddio, contro chi giocate?»

«Contro il Manchester United. È una vita che aspetto un momento simile.»

«Spero ve ne facciano sei.»

«Invidioso.»

«Ladri.»

Spensi la sigaretta nel posacenere.

«Basta. Fa schifo. Finisce qua la mia carriera da fumatore.»

«È durata parecchio.»

«Se non sono in pericolo di vita non ha lo stesso gusto.»

Si mise a ridere.

Finì la sua sigaretta senza dire altro e la spense vicino al mozzicone della mia.

Mi grattai il mento. Lui si massaggiò il collo. Le nuvole si stavano aprendo.

«Cosa succederà?» chiesi.

Scosse la testa.

«Non lo so. Mi faranno un processo e verrò giudicato da una commissione di saggi dell’organizzazione. Poi saranno loro a decidere.»

«Hai paura?»

«No. Forse. Non saprei. Non m’importa. Va bene così. Come ti ho detto, dovevo farlo.»

«Mi dispiace.»

«Per cosa?»

«Sei in questa situazione per colpa mia.»

Si accarezzò i capelli. Lo sguardo si spinse oltre il parabrezza, verso le colline in lontananza.

«No. Sono in questa situazione per merito tuo.»

Aprii la bocca per dire qualcosa, ma alla fine mi limitai a sorridere.

«Forse è meglio che vada.»

Scendemmo dall’auto. Anderlecht aprì il bagagliaio e provò a sollevare una delle due valigie. Senza pensarci, fece l’errore di usare il braccio destro. Si toccò la spalla ferita e imprecò.

«Che cazzo ci hai messo? Un cadavere?» domandò.

«Se magari stessi più attento.»

«Beh, arrangiati.»

Scaricai entrambi i bagagli e li sistemai sul marciapiede.

«Bene» dissi. «Il momento dei saluti.»

Chiuse il bagagliaio e mi tese la mano. Gliela strinsi.

Rimanemmo in quella posa qualche secondo, fissi a guardarci.

«Fanculo, vieni qua» disse infine allargando le braccia.

Ci abbracciammo.

«Questo non è troppo poco virile per i tuoi gusti?» chiesi.

«Un po’, ma va bene lo stesso.»

Lasciò la presa. Afferrai le valigie.

«Grazie ancora di tutto» dissi.

«Devi ringraziare solo te stesso.» Pausa scenica. «Ciò non toglie che senza di me saresti morto sette o otto volte.»

Scoppiammo a ridere ancora una volta. Le nostre risate rimbombarono per la strada vuota. Un signore che era uscito in giardino, in una villetta poco distante, si voltò per vedere chi fosse a fare quel baccano di prima mattina.

«Stronzo» sussurrai.

Anderlecht si avvicinò alla portiera dell’auto e l’aprì.

«Cerca di non fare cazzate. Almeno non più grandi di quelle che hai fatto negli ultimi nove mesi» disse.

«Ci proverò. Tu cerca di fare attenzione.»

«Stai tranquillo. E quando sabato prossimo vedrai il nostro capitano alzare la coppa, pensami.»

«Vaffanculo.»

«Ciao, Alberto. A presto.»

Sparì dentro l’abitacolo e mise in moto. L’auto ripartì veloce e imboccò la prima strada sulla sinistra.

L’uomo in giardino guardò tutta la scena senza capire molto. I raggi del sole ormai arrivavano al suolo senza ostacoli e io non ero all’ombra. Strinsi gli occhi. L’auto sparì dal mio campo visivo dopo poco.

Mi voltai e girai nella mia via. In passato Lemmy sarebbe venuto a salutarmi, ma lui non c’era più. In fondo vidi subito la mia utilitaria, parcheggiata di fronte al cancello.

Finalmente ero tornato a casa.

***

Vestitino leggero a fiori, scarpe bianche di tela, occhiali da sole e borsa di paglia. Elisabetta leccava il suo gelato al pistacchio e io ero felice.

La giornata era limpida, serena. Stavamo passeggiando sul lungomare e avevamo fatto una sosta da un gelataio. Io avevo scelto una coppetta al cioccolato perché non volevo sporcarmi la camicia.

Le avevo raccontato tutto quello che era successo da quando c’eravamo separati. Trovammo una panchina e ci sedemmo. Davanti a noi, il mare.

«Sei preoccupato per Anderlecht?» mi chiese.

Mi infilai in bocca una cucchiaiata di gelato e mi leccai le labbra.

«Un po’. So che se la sa cavare, ma non mi fido molto di quella gente. Oltre al fatto che non ho ben capito che cazzo abbia promesso a Berezuckij.»

«Però è stato davvero carino a sacrificarsi per te.»

«È stato uno stupido. Non ce n’era bisogno.»

«Sempre a lamentarti, tu.»

Due bambini corsero davanti a noi inseguiti da una madre col fiatone.

«Quindi non tornerai più a Padova?» domandò.

«No, non credo. Non so se sia il caso e onestamente non ne ho nemmeno molta voglia.»

«E quando ci vedremo allora?»

Le appoggiai una mano sulla coscia.

«Puoi venire tu da me. Oppure posso venire a trovarti io qua in Francia quando riesco.»

Sollevò gli occhiali sopra la testa. Aveva le guance arrossate dal sole. Gli occhi erano pieni di luce.

«A dir la verità stavo pensando di mollare l’università.»

«Perché?»

«Non ci sto dietro col lavoro. E poi guadagno bene ultimamente. La mia casa di produzione vuole investire forte su di me.»

«Ah» risposi ruminando il gelato.

«Tu non l’hai ancora metabolizzato del tutto il mio lavoro, non è vero?»

«Dici? Cosa te lo fa pensare?»

«Dovresti provare a venire sul set con me un giorno.»

«Piuttosto faccio incazzare la mafia. Di nuovo.»

Allungò le labbra in un broncio e aggrottò la fronte.

«Sei davvero scemo.»

«Scusa, hai ragione. Io non voglio impedirti di fare niente. Solo che ho bisogno ancora di un po’ di tempo per vederti nuda in mezzo ad altri uomini. E stento a credere di aver appena detto una frase del genere senza alcuna ironia.»

Sorrise e diede una leccata alla pallina mezza sciolta sul suo cono.

«Beh, per cominciare potresti vedermi nuda in privato. Tanto per abituarti alla cosa.»

Mi avvicinai a lei.

«Ah, sì? E quando?»

«Molto presto.»

Le accarezzai il collo e la baciai.

«Presto quando?»

«Non oggi. Mio nonno è in casa tutto il giorno.»

«Uff…» sospirai tornando a quel poco gelato che ormai rimaneva nella coppetta.

Si mise a ridere.

«Dai, abbiamo aspettato per mesi. Un giorno in più non ci ucciderà.»

«La fai facile.»

Riprendemmo la nostra passeggiata.

«Tu proseguirai i tuoi studi?» mi chiese mentre passavamo sotto l’ombra di un albero.

«Valuterò. Sono rimasto fermo un anno. Non sarebbe semplice.»

«Ma ai tuoi hai raccontato qualcosa?»

«No, ovviamente. Sapevano che ero in America con una borsa di studio. È anche per questo che non so se andare avanti.»

«E Paride? Lo hai più sentito?» chiese all’improvviso dopo che entrambi c’eravamo persi a osservare le onde del mare.

«No, anche perché già non lo tolleravo più da tempo.»

«Dopo quello che ha fatto a Tina, poi.»

«Tina, mi farebbe molto piacere rivederla.»

«Potremmo andare a trovarla.»

«Magari non a Padova. E magari senza farla cucinare.»

«Sì, certo. Ma come la vorresti incontrare? In quanto Biagio Niccolai o in quanto Alberto Castellani?»

«Bella domanda. Diciamo in quanto Alberto. Ma senza voler dare spiegazioni su Biagio.»

«Un po’ contorto.»

Mi fermai e mi appoggiai sulla ringhiera che divideva il marciapiede dagli scogli.

«Lo so, ma adesso non pensiamoci. Va bene così. È una bella giornata, c’è il sole, sono con te e me la voglio godere.»

Mi prese un braccio e appoggiò la testa sulla mia spalla.

«Ti voglio bene, sai?»

«Anche io.»

La strinsi per i fianchi e la baciai. Una, due, tre volte. Tutte le volte che volevo. Senza pensare. Senza badare agli sguardi degli adolescenti schifati e degli anziani perplessi.

«Cerchiamo un posto carino dove fare aperitivo?» propose dopo un po’. Accettai.

Tornammo sul lungomare, da dove eravamo arrivati, verso la zona dove erano concentrati tutti i locali e i ristoranti.

Il sole stava tramontando. Il profumo del mare si sposava benissimo con quello di Elisabetta. Intorno a noi tantissime altre persone.

Passammo di fronte a un chiosco che vendeva giornali. Sulla facciata c’era una rastrelliera con una mezza dozzina di quotidiani.

«Che giorno è oggi?» chiesi a Elisabetta.

«Domenica, perché?»

Mi avvicinai all’edicola e diedi un’occhiata. Su una prima pagina c’era una grande foto e un titolo in francese del quale capivo solo una parola.

Un calciatore col viso stravolto dalla gioia stava sollevando una grossa coppa circondato dai suoi compagni di squadra, entusiasti anche loro. Indossavano tutti una maglia biancomalva.

Elisabetta mi raggiunse e mi accarezzò la schiena.

«Tutto ok?» domandò.

Sorrisi.

«Sì, scusa» dissi cingendole un fianco. «Allora, dove andiamo a bere?»

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