La giornata era meravigliosa in Piazza dei Signori. Il sole era alto e luminoso. C’era un caldo perfino eccessivo per un giorno di metà maggio.
Gaia aveva i capelli raccolti in una coda di cavallo che lasciava scoperta la linea del collo e le spalle magre. Gli orecchini in argento riflettevano la luce ed erano luminosi quanto i suoi occhi e il suo sorriso.
Era seduta a un tavolino di un bar. La osservavo dal passaggio sotto la Torre dell’Orologio, a una distanza di sicurezza di più di cento metri. Anche volendo, col panama e gli occhiali da sole a specchio, avrebbe fatto fatica a riconoscermi.
Era in compagnia di una ragazza e di un uomo che non avevo mai visto. Sul tavolo, di fronte a lei, c’era un bicchiere di ghiaccio con qualche goccia di spritz tra un cubetto e l’altro.
Indossava una canottiera attillata di colore giallo fluo e portava al polso destro un grosso bracciale di cuoio.

Camminavo avanti e indietro guardando il cellulare e facendo finta di dover aspettare qualcuno.
Il suo aperitivo fu molto lungo, quasi un’ora. Conversava, rideva, agitava le mani, sorrideva. Una scena insopportabile.
Finalmente, poco dopo mezzogiorno, si alzarono tutti e tre. Si salutarono e si divisero. Gaia si diresse verso Piazza della Frutta. La seguii.
Dovetti avvicinarmi un po’ per non perderla di vista, ma riuscii a confondermi in mezzo alla gente.
Cercavo di tenere lo sguardo basso, alzandolo solo ogni tanto per controllare dove stesse andando. Indossava degli short di jeans, anche questi molto attillati. Mi persi un paio di volte nel movimento dei suoi fianchi. Più di qualcuno si voltò a guardarla con espressioni di apprezzamento. Lei rimaneva impassibile.
In Piazza della Frutta incrociò un uomo che la riconobbe e la salutò. Si fermò e iniziarono a chiacchierare. Osservai tutto da dietro un’edicola. Lui era alto e robusto. Risero. Lei gli toccò spesso il braccio e il petto. Dopo un paio di minuti si congedarono. Aspettai che il tizio mi passasse di lato, poi ripresi l’inseguimento. Andò verso il Caffè Pedrocchi.
Sembrava non avesse fretta né una meta ben precisa. Aveva tempo da perdere. Guardava le vetrine, ogni tanto controllava il cellulare. Io ero sempre lì, a circa trenta metri, dietro un angolo, un gruppo di studenti in cazzeggio, un furgone.

Verso l’una, il suo vagare prese una direzione precisa: a sud, verso il vecchio ghetto. Prima però fece tappa in Piazza delle Erbe dove stette un tempo infinito davanti alla vetrina di un negozio di bigiotteria. Quando ormai non ci speravo più, si mosse verso Via Manin e da lì prese una traversa.
Era una strada stretta tra due fila di palazzi coi portici. Gaia si muoveva con disinvoltura, salutava qualche passante, sorrideva a tutti. Io mi ero avvicinato sempre di più.
Si fermò davanti a un portone. Mi nascosi dietro una colonna. Infilò una mano nella borsetta rimestando il contenuto. Tirò fuori un grosso mazzo di chiavi al quale era attaccato un pupazzetto di peluche rosa.
Uscii dal mio nascondiglio e mi diressi verso di lei.
«Ciao, Gaia» dissi.
Sobbalzò e si voltò tenendo una mano sul petto. Alla mia vista rimase perplessa. Mi tolsi il cappello e gli occhiali.
«Ma che cazzo…» sussurrò quando mi riconobbe.
«Come va? Ti vedo in forma.»
Si guardò in giro.
«Cosa ci fai qua?» chiese.
«Sono venuto a farti visita. È da tanto tempo che non ci vediamo.»
«Già.»
«Che succede? Non sei contenta di rivedermi?»
Si leccò le labbra. Fu un riflesso, un gesto fatto senza pensare, ma mi provocò comunque un brivido.
«Tu dovresti essere…»
«Morto?» la interruppi.
La sua mano si strinse più forte intorno alla tracolla della borsa. Il ritmo del suo respiro accelerò.
Infilò le chiavi nella toppa e aprì il portone. Mi afferrò per un polso e mi trascinò dentro con sé.
L’interno delle scale era molto fresco, ma Gaia si gettò subito addosso a me facendo alzare la temperatura.
«Mi sei mancato tanto» mi sussurrò all’orecchio mentre i suoi seni si schiacciavano contro il mio busto.
Mi diede un bacio sul collo, chiuse il portone e mi portò su per le scale. Entrammo nella prima porta che incontrammo.
L’appartamento era piccolo, non molto arredato, solo pochi mobili essenziali. Addossati al muro c’erano degli scatoloni, alcuni aperti, altri ancora sigillati con del nastro adesivo.
Gettò la borsa a terra, si tolse la canottiera, mi abbracciò e riprese a baciarmi e leccarmi il collo.
Mi portò in una camera da letto matrimoniale. Mi fece sedere e mi tolse la maglia. Mi strinse a sé, facendo sprofondare il mio viso nel suo seno. Profumava, nonostante il sudore. Come allora.
A quel punto, mi feci forza, la strinsi per i fianchi e la allontanai.
«Che c’è?» chiese sconcertata.
«Non correre.»
«Aspettami qui» disse senza lasciarmi finire. Uscì dalla stanza.
Rimasi lì, a petto nudo. Stavo sudando. Sbuffai e sorrisi. Era molto meglio dello scontro con Everton, ma il grado di difficoltà era pressoché identico.
Andai a sbirciare fuori dalla finestra. In quel momento la porta si aprì e riapparve Gaia.

Aveva sciolto i capelli, si era tolta gli orecchini, il bracciale, il reggiseno, gli short, le scarpe, tutto. Addosso le rimaneva solo un perizoma nero.
Sbuffai e sorrisi ancora.
Si avvicinò e senza troppi convenevoli mi prese per il collo e mi baciò in bocca. Mi infilò una mano dentro i pantaloni.
Me li slacciò e li fece cadere sul pavimento. Mi lasciò in mutande e mi distese sul letto. Si mise a cavalcioni su di me.
Ricordavo molto bene il modo in cui si strusciava, così come l’odore dei suoi capelli, la morbidezza della sua pelle e il suo calore. Mi prudevano le mani. Le feci scorrere sui suoi fianchi. Le strinsi il seno.
Entrambi eravamo sudati, io molto più di lei. I suoi capelli mi coprivano il volto, la morbidezza delle sue labbra mi stordì. Non vedevo altro che lei.
Come allora.
Poi fece un movimento strano. Un muscolo della spalla si allungò verso l’esterno. Sentii un rumore di legno. Legno che scorreva su altro legno. Un cassetto. Il suo braccio si alzò. Tra i suoi capelli filtrò la luce proveniente dalla finestra. Una lama.
La spinsi via, sollevai il busto, le afferrai un polso, la disarmai, la gettai di fianco a me e la bloccai sedendomi a cavalcioni su di lei, ribaltando la posizione iniziale. Le puntai il coltello alla gola.
«Da quando sei passata al masochismo spinto?» chiesi sorridendo.
Provò a liberarsi, ma feci pressione con la punta della lama e si calmò.
«Cosa vuoi?» chiese quasi sottovoce.
«Ci sono delle telecamere anche qua dentro o fai filmini solo per le occasioni speciali?»
«Non so di cosa tu stia parlando.»
«Oh, poverina, non si ricorda. Deve essere lo shock per lo stupro.»
Digrignò i denti.
«Nessuno ti ha costretto a venire a letto con me.»
«Ah, quindi sarebbe colpa mia se la mafia e un ciccione russo volevano farmi fuori?»
Ricominciò ad agitarsi.
«Lasciami stare! Non so niente!»
Mi chinai su di lei bloccandole il petto con un braccio. Il nostro sudore si mischiò.
«Non sai niente, ma nel dubbio hai provato lo stesso a farmi fuori.»
Fece una smorfia.
«Come fai a essere ancora vivo?»
«Una serie di fortunate circostanze.»
«Non riuscirai a farla franca. Posso mandarti contro un esercito.»
«Mi basta che tu faccia venire il tuo paparino.»
Rimase a bocca aperta. Il respiro si fermò per un istante. Il suo odore era troppo bello per il contesto squallido di quell’incontro.
«Con chi hai parlato? Cosa sai?»
«Ho le mie fonti.»
Respiravamo entrambi molto forte. Sentivo i seni morbidi sotto il petto. Non avrebbe potuto muoversi se io non lo avessi voluto. Avevo il pieno controllo, il pieno potere su di lei.
Mosse lentamente una mano e mi accarezzò i capelli.
«Dai, non c’è bisogno di fare così. Possiamo risolverla senza farci male, non credi?»
Il suo sguardo era puntato su di me. La fissavo, ma sentivo solo il suo odore. Alcune gocce di sudore mi scesero lungo la schiena.
«Lo penso anche io» dissi.
Sollevò il collo. D’istinto scostai il coltello. Le sue labbra puntarono le mie. Mi baciò ancora.
«Rilassati» sussurrò.
Respirai a fondo, la spinsi sul cuscino e puntai la lama sul suo naso.
«Ascoltami bene. Questa faccenda si risolverà senza che nessuno si faccia male. Ma alla mia maniera.»
Si morse le labbra.
«Fanculo» sussurrò. «Pensi di farmi paura?»
Tornai a fare pressione sulla gola. Le stavo lasciando dei segni.
«Non hai più a che fare con lo sfigato fuori controllo dell’estate scorsa. Fai una mossa sbagliata, una qualsiasi, e finisci male.»
Sorrise.
«Ti ho fregato una volta e posso rifarlo quando voglio.»
«Smettila.»
Fece scorrere la mano sul mio petto. Verso il basso. I suoi occhi sorridevano. Un’altra goccia di sudore scese lungo la schiena, nello stesso istante in cui un brivido fece il percorso opposto.
Mi sollevai di scatto, le afferrai il braccio e con un gesto rapido le tagliai la parte superiore del polso. Una ferita superficiale, ma che la fece comunque sanguinare. Gridò per il dolore e lo spavento.
«Sei impazzito?» gridò tenendosi il braccio colpito.
«Era solo un avvertimento. Lasciami in pace e quel graffio sarà l’unica ferita che avrai a causa mia.»
«Sei uno stronzo.»
«Lo so.»
«Mi fai schifo.»
«Anche tu. Hai capito cosa ti ho detto?» Girò la testa di lato per non guardarmi, senza dire niente. «Lo prendo come un sì» dissi.
Mi alzai e mi rivestii. Lei rimase immobile dov’era, mezza nuda, col petto che si alzava a ogni respiro. Si sollevò solo quando ormai ero pronto ad andarmene. Si mise seduta con le gambe rannicchiate.
«Non hai idea di cosa tu stia facendo. La tua vita sarà un inferno. Te la farò pagare.»
Mi misi a ridere.
«La mia vita è già diventata un inferno.»
«Sei un incosciente.»
«Non provare ancora a darmi fastidio.»
«Ti farò implorare il mio perdono, ti farò supplicare in ginocchio, come fanno tutti.»
Il tono della sua voce era pacato, soffuso, quasi tranquillizzante se qualcuno avesse ascoltato quelle parole senza prestare attenzione al loro significato. Il livore e la rabbia erano tutti concentrati nel riflesso dei suoi occhi.
Era bellissima. Sopraffatta, sorpresa, col fiatone, i capelli spettinati, il collo segnato dai graffi. Ma rimaneva un’immagine meravigliosa. Un’immagine che non mi sarei mai scordato.
«Correrò il rischio» mi limitai a rispondere.
«Sei un uomo morto.»
«Lo sono da mesi.»
«Sparisci.»
Le rivolsi un ultimo sorriso e uscii dalla stanza. Non disse più niente e non la sentii muovere. Scesi in strada senza voltarmi.

Tornai a piedi fino a Piazza dei Signori e decisi di premiarmi bevendo qualcosa di fresco. Mi sedetti nello stesso bar da dove era cominciato l’inseguimento e ordinai al cameriere un’acqua e menta col ghiaccio.
Presi il cellulare e chiamai l’unico numero presente in rubrica.
«Pronto?» rispose Anderlecht dall’altra parte.
«Buongiorno!» esclamai raggiante.
«Oh, Alberto! Come è andata?»
«Meglio del previsto.»
«In che senso?»
«Mi ha sbattuto le tette in faccia.»
«Ah, sarà contenta Elisabetta.»
«Simpatico.»
«Vabbè, ma hai fatto quello che dovevi fare?»
«Tutto alla perfezione, come avevamo previsto.»
«Ottimo.»
«La Zoratti come sta?» chiesi dopo aver bevuto un sorso della mia bibita.
«Immobile e muta, come l’hai lasciata.»
«Novità da parte degli altri?»
Sentii lo squillo di un altro telefono.
«Aspetta un secondo» disse Anderlecht. «Ti richiamo tra qualche minuto» aggiunse prima di mettere giù.
Finii di gustarmi la mia acqua e menta, osservando il viavai di persone. Dopo poco il telefono suonò di nuovo.
«Dimmi» dissi.
«Ho appena parlato con Ivan. Sappiamo dove abita il nostro amico.»
«Sul serio?»
«Sì, ti mando un messaggio più tardi.»
«Perfetto.»
«Ti senti pronto?»
«No, ma non è che possa tirarmi indietro.»
«Infatti. Stai tranquillo, andrà tutto bene.»
«Sai se gli altri sono arrivati in città?»
«No, ma conoscendoli saranno già lì da qualche parte. Probabilmente staranno anche ascoltando questa nostra conversazione.»
«Ah, bene, allora dovremmo iniziare a parlare male di loro.»
«Cerchiamo di stare seri.»
«Hai ragione, scusa.»
«Andrai subito?»
«No, domani sera.»
«Ok, l’importante è che ci avvisi prima.»
«Sarà fatto.»
«Bene, ci aggiorniamo. A presto.»
«A presto.»
Ordinai un’altra acqua e menta e bevvi con calma anche quella. Presi il portafogli per recuperare le monete per pagare il conto. L’occhio mi cadde su un bigliettino di carta piegato a metà.
Lo presi e lo aprii. Era quello con il numero di cellulare di Elisabetta.
Guardai il telefono che avevo posato sul tavolo e poi tornai a fissare il numero.
Avevo ancora addosso l’odore di Gaia. Ripensai a lei mezza nuda su di me, ripensai alla famosa settimana, ripensai perfino a Giulia, di cui ormai mi importava meno di nulla.
Ordinai al cameriere un rum liscio. Me lo portò subito. Bevvi tutto con un sorso solo, presi il telefono e composi il numero. Rispose al terzo squillo.
«Pronto?» disse.
«Ciao, Eli.»
«Alberto?»
«Sì, sono io. Come stai?»
«Bene, tu?»
«Bene.»
Si prese qualche secondo di pausa, poi prese coraggio.
«È tutto finito?»
«No, non ancora. Ma avevo voglia di sentirti.»
«Anche io.»