La Zoratti respirava forte. Aveva dato un’occhiata alla pistola che tenevo in mano e aveva stretto più forte la manica della giacca del maggiordomo.
«Cosa vuoi da me? Vai via!» gridò.
«Di questo parleremo dopo con calma. Dai su, in piedi.»
Si scambiò uno sguardo col maggiordomo.
«La prego, ci lasci in pace» mi disse lui.

Gli puntai contro la pistola.
«Sentite qua» risposi provocando un sussulto a entrambi. «Non ho scelto io di finire dentro questa merda. Se non volete che qualcuno si faccia male, fate come vi dico e basta.»
Rimasero immobili senza rispondere.
Mi diressi verso di loro e afferrai la Zoratti per un polso. Si mise a gridare.
Il maggiordomo mi prese a schiaffi.
«La lasci stare!» urlò.
Gli diedi una spinta e cadde disteso sul divano.
«Senti, tu mi stai simpatico, ma vedi di non impicciarti.»
Sollevai la Zoratti di peso, la voltai, estrassi dalla tasca un nastro di plastica e le legai le mani.
«Me la pagherai per questo» disse.
«Ah, sì? Che paura.»
«Sei un pazzo.»
«Che succede? Ti fa strano non avere più il potere che avevi su di me?»
«Hai rovinato tutto» disse scuotendo la testa.
«Succede quando coinvolgi gente che non c’entra nulla nei tuoi fatti personali» risposi spingendola verso la porta. «Cammina!»
«Senza di me saresti già morto.»
Il maggiordomo si alzò dal divano.
«Dove la sta portando?»
«Ti faccio fare una telefonata appena arriviamo.»
«Non le faccia del male, la supplico.»
Mi fermai e lo guardai negli occhi. Non disse più nulla.
Spinsi la Zoratti fuori dalla stanza. Guardò con un certo orrore la finestra in frantumi e i fori di proiettile sui quadri antichi, ma le intimai di non fare commenti prima ancora che aprisse bocca.
Scendemmo fino al garage. Controllai che nei dintorni non vi fosse nessuno. La spinsi fuori e le puntai la pistola sulla nuca.
«Cammina» ordinai.
«Mi fai schifo» replicò.
«Anche tu. Ma io ho una pistola, quindi ti conviene fare come dico.»
La portai fino al giardino anteriore, quello dove avevamo incrociato Celtic e i suoi amici. Lo scontro che avevo lasciato in sospeso sembrava essersi placato. Davanti alla villa non c’era nessuno, solo il furgone che aveva fatto irruzione all’improvviso. Per terra c’erano alcune macchie di sangue.
«Cosa è successo qua?» chiese la Zoratti.
«È stato il tuo comitato di benvenuto.»
Si sentì un botto. Poi uno sparo. Un urlo. Un altro suono sordo.
Anderlecht volò fuori dal portone, scivolando sui gradini all’ingresso e sbattendo la schiena al suolo.
Dallo stesso punto uscì anche Celtic, armato e in piedi. Non si accorse di me. Puntò la pistola verso il mio amico.
Sparai in aria e afferrai per il collo la Zoratti. Si voltò. Appena capì chi fosse il mio ostaggio, sbiancò. Anderlecht, invece, sorrise.
«Come diavolo…» biascicò Celtic senza trovare le parole per completare la frase.
«Qualsiasi cosa tu abbia intenzione di fare, non farla» dissi.
«Dov’è Everton? Come hai fatto a prendere la ragazza?» gridò.
«Non so dove sia adesso, ma posso assicurarti che non sta bene.»
Anderlecht appoggiò una mano sul pavimento e si diede una spinta per cogliere di sorpresa Celtic. Il suo rivale però se ne accorse e gli puntò contro la pistola bloccando sul nascere il movimento.
«Non ci provare!» urlò.
Strinsi più forte il collo della Zoratti e le appoggiai la pistola sulla tempia.
«Ehi, ehi!» dissi richiamando la sua attenzione. «Qua se c’è uno che deve stare fermo sei tu.»
Tornò a fissarmi con spavento.
«Che intenzioni avete?» domandò.
La Zoratti gemeva.
«Ti prego, mi fai male» sussurrò. La ignorai.
«Posa quella pistola per terra e tieni le mani alzate.»
«Perché dovrei?»
«Se non lo fai, faccio saltare per aria il cervello della ragazza.»
«Non lo farai.»
«Sì che lo farò. E in un secondo verrebbe meno l’unica cosa che smuove il vostro interesse in tutta questa storia.»
Celtic si morse le labbra e sbuffò.
«Ti conviene ascoltarlo» gli suggerì Anderlecht tenendo le mani in vista per far vedere che non aveva strane intenzioni.
«Che succede?» chiesi. «Hai paura di non riuscire a pagare le bollette?»
In quel momento dall’altra parte della villa arrivarono Boris e Ivan, rispettivamente il biondino e il tizio rasato alle dipendenze di Berezuckij.
«Tutto ok?» chiesero subito quasi in coro.
«Tranquilli» gridò Anderlecht. «È tutto sotto controllo.»
Feci di nuovo pressione con la canna della pistola sulla tempia della Zoratti. Gridò per lo spavento. Celtic sobbalzò.
«Non fare cazzate!» urlò.
«Metti per terra la pistola e alza le mani» dissi scandendo bene ogni sillaba.
Ci pensò per qualche secondo, poi fece come gli avevo ordinato. Si chinò lentamente e appoggiò l’arma su uno dei gradini. Si sollevò tenendo le mani bene in vista.

Anderlecht si alzò e recuperò subito la pistola lasciata a terra. Boris e Ivan corsero verso il furgone e aprirono il portellone posteriore. Spinsi la Zoratti verso il veicolo e la feci salire.
«Dove volete portarla?» chiese Celtic.
«A Padova» rispose subito Anderlecht.
«Come?»
«A Padova! Sei diventato sordo?» replicai io.
Celtic strabuzzò gli occhi.
«Siete impazziti?»
«Perché dovremmo?»
«Vuoi farti ammazzare? Sei riuscito a scappare dai Parise e adesso vuoi tornarci?»
«Ah, tranquillo» dissi riponendo la pistola nei pantaloni. «Non mi succederà niente.»
«Quella gente ti vuole morto. Se torni lì sei spacciato.»
Mi avvicinai a Celtic e gli diedi un buffetto sulla guancia.
«Ma voi mi proteggerete, no?»
«Che cazzo stai dicendo?» gridò.
«Al ragazzo piace essere teatrale, ma il concetto è molto semplice» intervenne Anderlecht. «Se succederà qualcosa ad Alberto, per mano vostra o dei Parise, la Zoratti muore. E con lei morirà ogni vostra possibilità di guadagno. Cosa che, come puoi immaginare, sarà accolta con estremo entusiasmo dai grandi capi.»
Celtic rimase con la bocca mezza aperta. Respirava forte. Una goccia di sudore gli scese lungo la tempia.
«Hai capito quello che ti abbiamo detto?» gli chiesi.
Annuì.
«Bene, Andy, possiamo andare.»
Mi diressi verso il furgone, ma notai che Anderlecht non si mosse. Camminò fino a trovarsi di fronte a Celtic e lo guardò fisso negli occhi.
«Un’ultima cosa» disse.
Strinse la pistola per la canna, allargò il braccio destro per caricare e fece partire un pugno. Celtic cadde al suolo come un sacco di carbone. Sputò un paio di denti.
«Andiamo» disse Anderlecht rivolgendosi a me.
Celtic rimase lì a guardarci con bocca e occhi pieni di sangue, ma non disse niente.
«Io vado sul furgone» dissi.
«D’accordo. Ci vediamo alla base.»
Andy si diresse verso la berlina rimasta fuori dal cancello. Comunicai a Boris che sarei andato con loro e salii sul furgone dal portellone posteriore.
Nel giro di qualche secondo eravamo tutti fuori dalla villa.

La Zoratti si era accucciata in un angolo. Aveva la testa bassa e i capelli arruffati. Mi sedetti di fianco a lei.
«Se tutto va come dovrebbe andare, non ti succederà niente» le dissi.
«Spero che tu muoia.»
«Ah, non ti conviene.»
Alzò la testa e mi sputò in faccia, colpendomi su una guancia, appena sotto l’occhio destro. Mi pulii con una mano.
«Mi fai schifo» sussurrò.
«Questo me lo hai già detto.»
«Crepa.»
«Sei ripetitiva.»
«Cosa vuoi da me?» gridò.
«Niente. Sei solo la mia assicurazione sulla vita.»
Si voltò senza rispondere.
Cercai di mettermi più comodo. L’adrenalina era andata scemando e il dolore di tutte le botte prese stava riemergendo. Mi massaggiai una spalla e distesi le gambe. Tolsi la pistola dai pantaloni. Appena la vide, la Zoratti si scostò all’indietro.
«Stai tranquilla» dissi mentre l’appoggiavo dentro un borsone. «Te l’ho detto. Ho bisogno di te.»
«Quando mi lascerete in pace?» chiese.
«Appena avrò risolto un paio di questioni.»
«Cioè?»
«Dai, lo sai bene a cosa e soprattutto a chi mi riferisco.»
Aggrottò la fronte e scosse la testa.
«C’eravamo quasi e hai fatto saltare tutto. Ti odio.»
«Avrei dovuto farmi ammazzare per i tuoi interessi? No, grazie. Potevi almeno chiedermi il permesso.»
«Fanculo.»
Ignorai i suoi insulti e feci scrocchiare il collo.
«Lo conosci Jacques?» chiesi.
«Chi?»
«Jacques. È un amico di tuo suocero.»
Sbatté le palpebre.
«No, non credo. Perché me lo domandi?»
«È il nonno di una mia amica.»
«Chi? Quella troia per la quale hai rovinato tutto?» chiese ad alta voce.
Mi morsi la lingua.
«Sì, quella troia.»
«Se la trovo l’ammazzo.»
«Jacques mi ha detto come è morto Matthieu» tagliai corto prima che mi venisse voglia di rispondere allo sputo precedente.
Arrossì.
«Che ti ha detto?» farfugliò.
«So dell’incidente e so che la storia dei debiti di gioco era una cazzata.» Abbassò lo sguardo. «E so di tuo padre» aggiunsi dopo un secondo di pausa.
I capelli le coprivano gli occhi. Aprì la bocca, forse per dire qualcosa, ma rimase zitta. Si girò e mi diede le spalle.
Scivolai un po’ sulla schiena e chiusi gli occhi.