«Matthieu Dugarry non è stato assassinato?» esclamò Anderlecht.
«Già» risposi.
«Ma quindi… perché diavolo la Zoratti vuole morto Parise?»
Arrivammo in una strada in mezzo alla campagna.
«Io forse l’ho scoperto» dissi.

«Come?»
«Il come è lungo da spiegare, lascia perdere. Credo voglia vendicare la morte del padre.»
«Del padre?»
«Giuseppe Zoratti. Era un ispettore di polizia. Lo hanno ammazzato in circostanze poco chiare dopo che aveva indagato un po’ troppo su alcuni episodi di criminalità organizzata.»
«Ed è stato Parise a farlo fuori?»
«Calma, non correre. Chi mi ha informato ha parlato di un certo Mauro Mancuso come possibile mandante. Ma non c’è niente di certo. Nemmeno che la Zoratti sia sul serio la figlia dell’ispettore.»
«Mauro Mancuso…» ripeté sottovoce Anderlecht. «Non mi dice niente.»
«Forse manco esiste.»
«Beh, stiamo andando proprio da chi ci può rispondere.»
Mi cadde l’occhio sullo specchietto retrovisore. Vidi una berlina grigio metallizzato. Quella berlina grigio metallizzato.
«Ho paura che non ci stiamo andando da soli.»
«Che intendi?»
Di colpo, un botto.
L’auto perse aderenza sul lato sinistro e si piantò dopo aver sbandato. La berlina ci raggiunse in pochi secondi. Scesero due persone.
«Che cazzo è successo?» chiesi.
Anderlecht imprecò e si tolse la cintura di sicurezza.
«Prendi una pistola.»
Allungai una mano nella borsa che si trovava dietro il sedile e ne afferrai una.
«Qual è il piano?» domandai.
«Temo che ci siamo giocati l’auto» disse controllando gli specchietti. «Nascondi la pistola e scendi lentamente. Se si mette male, lascia a me l’iniziativa.»
«Ok, ricevuto. Soprattutto per quanto riguarda la storia dell’iniziativa.»
Aprimmo insieme gli sportelli e scendemmo con calma. Ci trovammo davanti il biondino dell’autogrill e il rasato della pompa di benzina.
Oh, mio dio, che sorpresa.
Erano tutti e due molto eleganti. Entrambi indossavano i completi con i quali me li ricordavo. Il biondo stava riponendo una pistola nella fodera all’interno della giacca. L’altro sembrava disarmato.
«Finalmente» commentò.
«Che facciamo?» chiesi sottovoce ad Anderlecht.
«Aspettiamo una loro mossa.»
Il rasato si aprì la giacca e vi infilò dentro una mano.
Anderlecht tirò fuori la pistola e gliela puntò contro. Il biondino fece la stessa cosa verso di noi.
«Non fate cazzate» disse.
Stavo per armarmi anche io, ma mi fermai quando vidi che il tizio rasato aveva tirato fuori la mano dalla giacca, ma non impugnava niente.
«Chi siete?» chiese Anderlecht.
«Penso che ormai lo sappiate.»
«Io direi di posare le pistole e discutere con calma» proposi sentendomi a disagio.
«Non ora» tagliò corto il biondo.
Suonò un cellulare. Il rasato infilò di nuovo la mano nella giacca. Misi una mano dietro la schiena alla ricerca della mia pistola, ma il tizio tirò fuori solo un telefono, quello che suonava.
Rispose e disse qualcosa in russo. Poi mise giù.
«Era Lukjanenko?» domandai.
I nostri amici si guardarono perplessi.
«Chi?» chiese il biondino.
«Come chi?» intervenne Anderlecht. «Anton Lukjanenko, il tizio che vi ha mandati qua!»
Altra occhiata perplessa.
«Non conosciamo nessun Anton Lukjanenko» disse il rasato.
Oh no, non un altro, pensai.
«Chi vi manda allora?» domandai.
«Lo scoprirete a breve.»
«E se non volessimo scoprirlo?»
«Siamo venuti fin qua apposta per voi.»
«Abbiamo una questione molto importante da sbrigare.»
«Può attendere.»
Intorno a noi non c’erano vie di fuga. Solo vegetazione sconosciuta. L’unica alternativa era scappare a piedi, ma sarebbe stato come accendere una grossa insegna luminosa a forma di mirino.
«Dobbiamo chiedervi di lasciarci in pace» disse Anderlecht.
«Non credo sia possibile» replicò il tizio rasato.
«Peccato. Non mi lasciate scelta.»
Quel pazzo di Andy lo fece.
Sparò.
Tre volte.
Mi coprii gli occhi d’istinto.

Mi afferrò un braccio e si mise a correre in avanti, proprio verso gli amici russi. Il biondino alzò la pistola per rispondere al fuoco, ma Anderlecht fu più veloce. Si gettò verso di lui e con una gomitata fece volare l’arma di qualche metro. Il rasato rimase sorpreso e riuscimmo a superarlo. Passando di fianco alla berlina, scoprii che i colpi sparati avevano colpito le ruote e il parabrezza dell’auto.
Il rasato rimise la mano dentro la giacca e finalmente tirò fuori una pistola. Anderlecht si voltò e gli sparò al braccio che reggeva l’arma.
Corremmo come dei pazzi, senza sapere dove, visto che non c’era un cazzo intorno a noi. Il biondino si lanciò al nostro inseguimento. Anderlecht sparò anche a lui, ma sbagliò mira.
«Dove stiamo andando?» chiesi col fiatone.
«Zitto e corri.»
Sparò ancora, ma mancò di nuovo il bersaglio.
Sul lato destro dell’asfalto vidi una piccola strada in terra battuta che scendeva verso un cancello mezzo arrugginito. Feci segno ad Andy di seguirmi e la imboccammo. Facemmo saltare il lucchetto che teneva chiuso il cancello con un colpo di pistola ed entrammo. Inciampai su un sasso, caddi, mi rialzai e bestemmiai.
«Di qua!» mi fece segno Anderlecht indicando un sentiero.
Mi voltai, vidi il biondo a una decina di metri da me e stetti un secondo a fissarlo.
«Che diavolo ti prende? Corri!» mi urlò Andy.
Non feci in tempo ad alzarmi e mi ritrovai il biondino a un metro. Gli saltai addosso. Ruzzolammo per terra tutti e due, rotolando un paio di volte. Finii sopra di lui e gli assestai un destro sulla mascella. Incassò il colpo, ma riuscì a liberarsi con un calcio. Tornai alla carica e lo travolsi da dietro. Scalciava come un puledro agitato. Presi un calcio in faccia e almeno un paio sul petto.
Anderlecht corse in mio aiuto.
«Fermati o sparo!» gli intimò.
Il tizio mi allontanò con un ultimo calcio, si alzò di scatto e gli puntò contro una pistola. La mia.
Mi toccai dietro la schiena, chiusi gli occhi e imprecai.
«State complicando inutilmente le cose» disse il biondino tenendo sotto tiro entrambi.
«Posa quella pistola» rispose Anderlecht.
«Dopo di te. E solo se mi promettete che non farete più sciocchezze.»
Mi toccai un angolo della bocca e mi ritrovai le dita sporche di sangue. Ero in ginocchio a un metro dal nostro nemico.
«Posa la pistola» disse di nuovo Anderlecht.
Tastando per terra trovai un sasso abbastanza grande per fare male.
«Per prima cosa, dì al tuo amico di lasciare stare quel sasso» disse il biondino senza che si fosse mai voltato verso di me.
«Alberto, per amor del cielo, non fare cazzate!» ringhiò Andy.
Un motore di un’auto ruggì poco distante. Il biondino si girò a controllare.
Ora!
Presi il sasso e lo lanciai con tutta la forza che avevo nel braccio. Lo centrai all’altezza della fronte. Cadde per terra. Gli saltai addosso e recuperai la pistola.
Nel frattempo, il rumore dell’auto si fece più vicino. Una berlina grigia, molto simile a quella dei nostri amici, ma un po’ più grande, scese dalla stradina in terra battuta e si fermò appena dopo aver attraversato il cancello.
«Fanculo» disse sottovoce Anderlecht. «Hanno chiamato rinforzi.»
Dalla macchina scesero due persone, un uomo e una donna. Lei era giovane, fisico asciutto, capelli scalati neri, rossetto carico sulle labbra, minigonna scura, camicetta bianca e occhiali dalle lenti quadrate. Lui era una vecchia conoscenza: il maniaco del bagno dell’autogrill.
Si avvicinarono, nessuno dei due era armato.
L’uomo aveva una postura eretta e fiera, con la schiena dritta e il collo rigido. Lei gli stava di fianco, facendo attenzione a non superarlo neanche di un passo.
Il biondino si rialzò toccandosi la testa. Disse qualcosa in russo a cui il maniaco rispose in modo asciutto, senza guardarlo. Poi si rivolse alla ragazza e articolò un pensiero un po’ più corposo. Lei ascoltò annuendo, poi parlò a noi.
«Il mio capo vi chiede con la massima gentilezza di riporre le armi e di seguirlo.»
«D’accordo» rispose Anderlecht prima ancora che potessi inventarmi una battuta idiota per rifiutare.
«Cosa?» urlai allargando le braccia.
«Stai calmo, non abbiamo scelta.»
«Ti ricordi che questi mi vogliono morto?»
«Guarda verso la macchina.»
«Come…?»
Un terzo scagnozzo, l’autista della seconda berlina, stava appoggiato a una portiera. E stava accarezzando un mitra.
Riposi la mia pistola dietro ai pantaloni. Anderlecht fece lo stesso.
Il maniaco disse qualcosa. La ragazza tradusse subito.
«Il mio capo si dice estremamente felice della vostra disponibilità.»
«Ma fottiti…» sussurrai.
La ragazza ci aprì la portiera posteriore e fece segno di accomodarci. L’interno dell’auto era spazioso, con due file di sedili poste una di fronte all’altra. Un vetro a specchio separava la zona posteriore da quella del guidatore.
Il maniaco e la sua amica si sedettero davanti a noi. Il biondino si affacciò tenendosi la fronte con una mano, disse qualcosa e se ne andò lanciandomi un’occhiataccia.
Il vetro a specchio si abbassò. Il maniaco parlò all’autista. Questi annuì, il vetro tornò su e l’auto partì.
Per i primi minuti del viaggio non fu spiccicata parola. Fui io a interrompere il silenzio.
«Dove stiamo andando?» domandai.
«In un posto sicuro» rispose la ragazza che subito dopo tradusse a beneficio del suo capo.
Il tragitto durò quasi mezz’ora. Eravamo arrivati in città. Entrammo nel parcheggio sotterraneo di un palazzo. L’autista fermò l’auto e ci fece scendere.
Salimmo tutti e cinque su un ascensore e arrivammo fino al sesto piano. Percorremmo un corridoio molto luminoso e ci fermammo davanti a una porta. La ragazza tirò fuori dalla sua borsetta un mazzo di chiavi e aprì.
L’interno era spoglio. Nell’angolo alla destra dell’ingresso c’era un tavolo di ferro bianco con sopra un paio di cellulari. Addossato alla parete opposta c’era un mobile dove era stato posizionato un televisore a schermo piatto. Sotto, in un vano, un lettore DVD. Di fronte allo schermo erano stati messi un vecchio divano e quattro sedie di plastica in modo da formare una specie di recinto. Non c’era altro, a parte una porta chiusa.
«Accomodatevi pure su quelle sedie» ci disse la ragazza indicando le due che si trovavano proprio di fronte al televisore.
Lei e il suo capo presero posto sul divano. Si sedettero molto vicini e lui le accarezzò un ginocchio mentre le diceva qualcosa all’orecchio. Lei sorrise per un istante, ma tornò subito seria. L’autista rimase in piedi vicino al tavolo, ma per lo meno aveva avuto l’accortezza di lasciare il mitra da qualche altra parte.
«Gradite qualcosa da bere?» ci chiese.
«No, grazie» risposi.
«Siamo a posto così» confermò Anderlecht.
«Ottimo, possiamo cominciare subito allora.»
Parlò all’ex-maniaco che a sua volta le rispose. Lei come sempre annuì, poi tradusse.

«Il nome del mio capo è Kirill Sergeevic Berezuckij. Se vi ha portato fin qui è per un semplice motivo.»
«Senti» dissi alzando le mani davanti a me. «Smettiamola con queste cazzate. Lo sappiamo bene il motiv…»
«Vuole porvi le sue più sentite scuse.»
Strabuzzai gli occhi. Anche Anderlecht era rimasto interdetto con la bocca semiaperta.
«Credo di non aver capito bene» disse.
«No, avete capito perfettamente. Il signor Berezuckij vuole scusarsi per tutti i guai che vi ha causato indirettamente negli ultimi mesi.»
«Indirettamente?» chiesi inclinando la testa verso destra.
«Sì, indirettamente. Non è stato il signor Berezuckij il mandante di tutte le azioni che miravano al vostro rapimento o alla vostra uccisione.»
Mi grattai la nuca e cercai di evitare che dalla bocca mi uscisse una sequenza di parolacce ad alto volume.
«Andiamo con calma. Di cosa stiamo parlando?»
La ragazza scambiò altre due parole col suo capo.
«Dei sicari asiatici con i quali avete avuto uno scontro in un autogrill sull’A4 e dei balordi che sono riusciti a penetrare nell’appartamento del ragazzo a Padova.»
Io e Anderlecht ci guardammo senza dire niente, ma pensando la stessa cosa.
«Credo mi sia ancora oscuro il senso dell’avverbio “indirettamente”» disse Andy.
«I sicari asiatici ci avevano rivelato un nome» aggiunsi io «ma non era quello del signor Berezuckij.»
La ragazza parve sorpresa e si consultò subito.
«Il signor Berezuckij vi chiede gentilmente di rivelare il nome che vi è stato fatto.»
«Anton Lukjanenko» risposi.
L’uomo si mise a ridere e scosse la testa.
«Che c’è da ridere?» domandai.
La traduttrice sorrise.
«Anton Lukjanenko è il figlio del signor Berezuckij.»
«Figlio?»
«Se è il figlio perché hanno due cognomi diversi?» intervenne Anderlecht.
«Perché non è il suo vero nome. Si tratta di uno pseudonimo.»
«Frena, frena, frena!» esclamai agitando le mani. «Io è da mesi che mi immagino chi possa essere Anton Lukjanenko e voi adesso mi venite a dire che non esiste?»
«No. Le stiamo solo dicendo che in realtà si chiama Andrej Kirillovic Berezuckij ed è figlio del qui presente signor Berezuckij.»
Presi fiato.
«Perfetto… ma, quindi…» dissi prima di fare una piccola pausa per respirare. «Si può sapere perché cazzo ce l’ha con me?» aggiunsi urlando.
Tutti mi guardarono sbigottiti. Anderlecht si grattò il collo e girò la testa dalla parte opposta. Cercai di ricompormi.
«È una storia lunga, ma siamo qui apposta per raccontarvela.»
Disse qualcosa al suo capo. Questi rispose parlando a voce bassa, tenendo le mani incrociate sul ventre e le gambe accavallate. La traduttrice ascoltò tutto annuendo come sempre, poi iniziò a raccontare.
«Il signor Kirill Sergeevic Berezuckij è un importante uomo d’affari. In Russia opera nel campo dell’energia. Estrazioni minerarie, petrolio, gas. Sono proprietà della sua compagnia anche alcuni asset secondari come un gruppo editoriale, una catena di supermercati e persino una squadra di pallacanestro.»
«Non ci facciamo mancare nulla.»
Si interruppe, diede un’altra occhiata al suo capo. Non si dissero niente, ma lui annuì.
«Il signor Berezuckij inoltre» riprese sistemandosi i capelli «ha anche un giro di affari collaterale a quello ufficiale.»
«Collaterale?» chiesi.
«Mafia» sussurrò Anderlecht prima che arrivasse una risposta.
La traduttrice annuì, forse felice di non aver dovuto pronunciare quella parola.
«Esatto. Il signor Berezuckij controlla una serie di attività che nel suo paese sono considerate illegali.»
«Attività controllate dal figlio?»
«No, lui entra in un secondo momento in questa storia.»
«Sentiamo…»

Fece un’altra domanda al suo capo e poi tradusse.
«Il signor Berezuckij possiede un appartamento a Milano. Per il tempo libero, ma anche per gli affari. Da tempo era interessato ad allargare nel vostro paese alcune delle sue attività.»
«Quelle più interessanti?»
«Sì.»
«Continuo a non capire cosa c’entri il figlio.»
«Ci arrivo. Anche Andrej veniva spesso in Italia e durante uno di questi soggiorni ha incontrato una ragazza. Se ne è innamorato subito. Hanno iniziato a frequentarsi e poco dopo le famiglie si sono messe d’accordo per organizzare il matrimonio.»
«No, un attimo. Prima parli di innamoramento e poi dici che le famiglie si sono messe d’accordo? E cosa diavolo c’entra questo con la mafia?»
Anderlecht mi diede un pugno sulla spalla.
«Stai zitto e lasciala parlare.»
La ragazza deglutì e riprese il racconto.
«Anche la ragazza di cui si era innamorato Andrej era legata a una famiglia con attività simili a quelle del signor Berezuckij. Vennero poste le basi per un accordo economico legato alla collaborazione in alcuni di questi affari. Un accordo che ebbe come condizione la celebrazione del matrimonio tra Andrej e la ragazza.»
«Chi era questa ragazza?» domandai mentre un dubbio atroce iniziava a farsi spazio tra i miei pensieri.
Fece un cenno all’autista. Questi abbandonò la stanza dalla porta chiusa e tornò dopo pochi istanti con una busta. La diede alla traduttrice e se ne tornò nel suo angolino. Lei l’aprì, estrasse una foto e ce la porse.
Era la foto di una coppia. Lui era grasso, non molto alto, bianco come un foglio vuoto, gli occhi piccoli, il sorriso sghembo, un cespuglio di capelli castani in testa. Indossava una camicia che gli stava molto larga, nonostante la mole. Aveva la fronte ricoperta di gocce d’acqua. Fu solo quando mi accorsi degli enormi aloni sotto le ascelle che capii che si trattava di sudore.
Lei era decisamente più attraente. Era una ragazza mora. Abbronzata. Vita sottile. Seno prosperoso. Capelli neri. Frangetta. Sorriso perfetto.
Gaia.
Sentii un peso cadermi in mezzo alle spalle, l’aria divenne più rarefatta, il respiro più veloce.
Mi misi una mano in faccia e passai la foto ad Anderlecht che la studiò per qualche secondo.
«È la tua amica, non è vero?» mi chiese.
«Sì.»
«Il signor Berezuckij sarebbe curioso di sapere da quanto tempo conoscete la signorina Gaia» chiese la traduttrice mentre maledicevo il mio apparato riproduttivo per avermi fatto mettere in mezzo a un accordo tra mafie.
«Come fa a sapere che la conosco?» domandai.
«Sappiamo che aveva una certa intesa con la signorina.»
Guardai Anderlecht sperando che almeno lui ci capisse qualcosa, ma la sua espressione era più eloquente di qualsiasi negazione.
«Che diavolo…»
Berezuckij non capiva l’italiano, ma doveva essere una persona molto sveglia. Disse qualcosa alla ragazza. Lei controllò di nuovo nella busta e da lì prese una custodia quadrata di plastica trasparente con all’interno un DVD. Lo inserì nel lettore.
«Vi faccio vedere» disse mentre premeva il tasto di accensione del televisore da un grosso telecomando grigio.
Dopo poco apparve sullo schermo un fermo immagine che sembrava preso dalle riprese di una telecamera appoggiata per terra da qualche parte, con l’obiettivo mezzo storto. Era una stanza. Si vedeva solo un letto matrimoniale, due comò e un pezzo di armadio. La disposizione dei mobili, i colori, qualcosa mi era familiare.
Partì il filmato. Si sentì una voce femminile.
«Sono stata molto cattiva oggi» disse Gaia mentre si lasciava cadere sul letto indossando solo un paio di mutandine verde scuro.
Io entrai nell’inquadratura subito dopo, in maglietta nera, boxer e un certo rigonfiamento all’interno degli stessi.
«Sarò costretto a darti una bella punizione» dissi tenendo le mani appoggiate ai fianchi.
La stanza dei miei genitori.
Io e Gaia.
Porca troia.