Mi addormentai anche io. Mi svegliai dopo un paio d’ore. Elisabetta non si era mai staccata da me. Mi liberai dalla sua presa e le sistemai il cuscino per farla stare più comoda. Non si svegliò.
Uscii dalla stanza e andai verso la mia.
Con mia sorpresa, Anderlecht era ancora in piedi. Stava alla finestra, appoggiato sul davanzale. Una nuvola di fumo saliva in cielo davanti a lui. La luce della stanza era spenta, ma la luna illuminava a sufficienza.
«Ti sei divertito?» mi chiese senza neanche voltarsi.
«Si è addormentata dopo dieci minuti.»

«Quella ragazza ha un cazzo di problema…»
«Beh, io la sto invidiando molto.»
Gettò via la sigaretta e si grattò la fronte.
«Anche io.»
Caddi sul letto e restai a fissare il soffitto. Si accese un’altra sigaretta.
«Stai fumando un po’ troppo ultimamente» commentai.
«Finita questa storia giuro che smetto.»
«E pensi che finirà bene?»
«In un modo o nell’altro, saranno comunque i miei ultimi giorni da fumatore.»
Mi rialzai e rimasi seduto su un lato del letto.
«Mi sento esausto, ma non ho sonno. È normale?»
«Non lo so, ma mi sento così anche io.»
Una folata di vento fece muovere i rami dell’unico albero presente in giardino.
«Quindi ti chiami Andreas?» domandai.
Si voltò e sorrise.
«Già. Finalmente conosci il mio vero nome.»
«Perché sei venuto allo scoperto?»
«Ormai non ha più senso nascondermi. Il soprannome mi serviva finché ero all’interno dell’organizzazione. Ma non so se lo sarò ancora in futuro» rispose dopo aver fatto un tiro.
«Ora capisco perché ti desse tanto fastidio quando ti chiamavo Andy. Troppo simile al tuo vero nome.»
«No, il motivo è un altro.»
«Cioè?»
Fece altri due tiri. Finì la sigaretta, la buttò via e chiuse la finestra. La sua espressione era un quadro, senza movimento.
«Lascia stare» cercai di tagliare.
«No, no» rispose. «Non è niente di particolare.»
«Ascolta, non voglio essere invadente o…»
«Mio fratello mi chiamava così.»
Intuii immediatamente che dietro quel tempo verbale al passato si nascondeva una storia triste e mi vennero meno le parole.
«Andy…» farfugliai.
Anderlecht si grattò il collo e tornò a guardare fuori dalla finestra. Scosse la testa, abbassò gli occhi, ma in un secondo prese fiato, raddrizzò la schiena e si girò di nuovo verso di me.
«Scusa» disse allargando le spalle.
«Non preoccuparti. Posso smettere di chiamarti così, se vuoi.»
«Non è un problema. Lo puoi fare. Sono sicuro che Dimitri ti avrebbe trovato simpatico.»
«Ok.»
Rimanemmo in silenzio per qualche minuto. Poi, finalmente, venne sonno anche a noi.

***
La tavola era ancora più ricca della sera precedente. Jacques ci aveva preparato tanta di quella roba che io a Padova ci sarei andato avanti per almeno due giorni. Caffè, tè, latte, cereali, pane, burro, marmellata, prosciutto e biscotti. Avremmo rischiato di trovarci sul piatto anche uova e pancetta se non avessimo fermato in tempo il padrone di casa, rassicurandolo che il cibo era già molto più che sufficiente.
Io e Anderlecht eravamo riusciti a fare una doccia e questo aveva fatto iniziare la giornata nel modo migliore. Elisabetta ci aveva procurato dei vestiti puliti. Per entrambi un paio di jeans, una maglietta e una camicia di flanella a quadretti, rossa per me, verde per lui. L’unico inconveniente è che a me veniva tutto un po’ largo e ad Anderlecht un po’ stretto, ma dato l’odore che avevano gli indumenti del giorno prima, andava bene lo stesso. A parte il fatto che sembravamo un duo country in tour.
Elisabetta sembrava tranquilla. Era riposata, si era messa un po’ di trucco ed era bellissima come al solito.
«Potevi rimanere ieri notte» mi sussurrò a un orecchio mentre spalmavo di marmellata una fetta di pane imburrata.
«Volevo solo lasciarti riposare» risposi sottovoce.
«Io volevo stare con te. Risvegliarmi senza vederti è stato molto brutto.»
Le strinsi una mano senza aggiungere altro. Sapeva benissimo cosa avrei detto e non era il caso di ripeterlo. Annuì, allungò il braccio, mi tolse dalle mani la fetta ancora intera e le diede un morso che quasi la dimezzò.
«Meglio mangiarci su.»
Anderlecht mangiò in silenzio, ma solo perché stette semplicemente con la bocca piena per mezz’ora. Jacques tra un boccone e l’altro riuscì a trovare il modo di fare conversazione. Più di una volta ci mise in crisi con domande sulle nostre presunte vacanze e sui nostri progetti, ma in qualche modo riuscimmo a non tradirci mai.
Dopo quasi un’ora di colazione, ci alzammo da tavola.
«Vado a sistemare un po’ di cose su in camera» disse Anderlecht andando verso le scale.
Chiesi a Jacques se avesse bisogno d’aiuto per sparecchiare. Rispose di no e non cercai neanche di insistere. Andai in salotto a fare due passi per sgranchirmi le gambe. Elisabetta mi venne dietro. Mi raggiunse mentre stavo fissando una fotografia appesa al muro.
«Questi sono i miei» mi spiegò.
La foto raffigurava due giovani in spiaggia, abbronzati, sorridenti e con degli occhiali da sole squadrati e colorati appoggiati sulla testa.
«Carini» commentai. «Tua madre ti somiglia, anche se gli occhi li hai presi da tuo padre.»
«Me lo dicono tutti.»
«Comunque somigli di più a tua nonna.»
«Hai visto la foto in camera, vero?»
«Già. Tuo nonno era un tipo particolare anche da giovane.»
«Anche questa è una frase che ho già sentito» disse sorridendo.
La mia attenzione venne catturata da un’altra foto appesa lì accanto. Raffigurava un altro ragazzo in polo bianca e calzoncini, sudato, ma felice, che reggeva un trofeo. Sullo sfondo era visibile una piccola tribuna, un campo in terra battuta rossa e una rete.
«Quello chi è?» domandai indicandolo.
«È mio zio. È stato un buon tennista da giovane.»
«Poi ha smesso?»
«Sì, era bravo, ma preferiva la bella vita agli allenamenti.»

Ormai mi sentivo in visita e iniziai a chiedere di tutte le altre foto della stanza. Elisabetta non fu per niente infastidita e rispose a tutte le mie curiosità. Ogni tanto mi accarezzava la schiena, ma non osava di più per timore di un arrivo improvviso del nonno.
A un certo punto vidi su una mensola una cornice in legno con dentro una foto abbastanza recente di Jacques. Era in giacca e cravatta e parlava con un altro uomo non molto giovane. Doveva essere stata scattata a una specie di ricevimento.
«E questa quando l’hanno fatta?» domandai prendendola in mano.
Elisabetta la prese per guardarla meglio.
«Ah, questa è dell’anno scorso. L’hanno scattata alla serata per la raccolta fondi.»
«Raccolta fondi?»
«Sì, mio nonno è presidente di un’associazione che fa volontariato per i senzatetto. Ogni anno organizzano un evento in città per raccogliere soldi.»
«E quello con lui chi è?»
«È coso!» esclamò come se ciò fosse una risposta esauriente. «Come si chiama?» si chiese subito dopo.
«Beh, fa lo stesso, tranquilla.»
«No, no. Un attimo che chiedo a mio nonno» disse. «Nonno! Puoi venire un attimo qua!» gridò rivolta alla cucina.
Jacques apparve subito dopo con uno straccio in una mano e un piatto nell’altra.
«Che succede?» domandò.
«Come si chiama il tizio di questa foto?» chiese mostrandogliela.
Lui la scrutò per qualche secondo, poi sorrise.
«Ah, Edmond!» esclamò.
«Edmond?»
«Sì, Edmond.»
Ebbi un flash. Edmond, Marsiglia… il racconto della Zoratti…
«L’armatore?» chiesi cercando di non far trapelare troppo la mia curiosità.
«Sì, è un mio vecchio amico» rispose Jacques. «Ogni volta che gli chiedo aiuto per la mia associazione non si lascia mai pregare. Senza di lui non riusciremmo a fare metà delle cose che facciamo.»
«Ah, ho capito, forse ne ho sentito parlare!» esclamai fingendo. «Sta parlando di Edmond… Duberry? Può essere?»
Jacques sorrise bonario.
«Edmond Dugarry» disse scandendo bene.
Stiamo calmi, pensai.
«Ah, ok, ho capito…»
Non sapevo cosa diavolo dire per avere delle conferme. Jacques si ammutolì, come se gli fosse venuto in mente qualcosa di cui avrebbe preferito non parlare. Scosse la testa.
«Mi fa una tale pena pensare a lui.»
«Perché?» domandai.
Posò lo straccio e il piatto su un mobile e andò a sedersi sul divano.
«Tempo fa ha perso un figlio in modo atroce.»
«Sul serio?» chiese Elisabetta.
Suo nonno annuì fissando il vuoto.
«Sì, il povero Matthieu.»
Ok, era il momento di rischiare.
«Come è morto?»
«Un incidente durante un rally. È arrivato a una curva troppo veloce, ha perso il controllo e l’auto si è ribaltata. Si è schiantato contro un albero… né lui né il suo copilota ce l’hanno fatta.»
Incidente di rally? Dove sono i delinquenti? Dove sono i debiti di gioco? Dov’è l’esecuzione in un vicolo del porto?
«Un incidente?» domandai sorpreso. Realmente sorpreso.
«Sì, è stato davvero terribile.»
«Stiamo parlando di Matthieu Dugarry, giusto?»
«Sì, certo.»
«Non è stato assassinato?»
Jacques spalancò gli occhi.
«Ah, no, ti starai confondendo con qualcun altro, ragazzo.»
In quel momento apparve Anderlecht con le borse.
«Possiamo andare» annunciò.
Elisabetta scappò via di corsa su per le scale. Tornò subito dopo con uno zaino azzurro sulla spalla.
«Ottimo, io sono pronta.»
La guardai male, ma non dissi niente. Salutammo Jacques dandoci appuntamento per cena, sebbene sapessimo che non saremmo mai tornati.
Arrivati alla macchina, mi rivolsi subito a Elisabetta.
«Dove vuoi che ti lasciamo?» le chiesi.
«Da nessuna parte. Vengo con voi.»
«Dove vuoi che ti lasciamo?»
«Non è giusto! Io non…»
«Dove vuoi che ti lasciamo?»
Si morse le labbra.
«C’è un bar qua vicino. Portatemi lì.»
Anderlecht mise in moto e seguì le indicazioni di Elisabetta finché non arrivammo di fronte a un piccolo locale con tavolini e sedie di ferro battuto verde.
«Dovresti scendere» dissi dopo aver notato che Elisabetta non si era ancora alzata.
Sbuffò, obbedì, uscì dall’auto e attraversò la strada.
«Non vai a salutarla?» mi chiese Anderlecht mentre si accendeva l’ennesima sigaretta.
«Ci siamo salutati fin troppe volte negli ultimi mesi. È meglio andare.»
«Come vuoi.»
Mentre ci allontanavamo Elisabetta si fermò per guardarci. Si aggiustò la tracolla sulla spalla e sistemò una ciocca di capelli dietro l’orecchio. Alzò una mano per salutarci.
La salutai anche io.