Quando misi il piede fuori dal portone di casa il tempo era peggiorato di nuovo. Aveva ricominciato a piovere, anche se non con la stessa intensità della mattina.

Per strada c’era poca gente. Passeggiai tranquillo, senza che nessuno venisse a dirmi niente. Arrivai davanti al Maldura e passai oltre. Dopo dieci minuti, ero davanti al portone di Elisabetta. Qualcuno però mi aveva preceduto.

«Non dovresti essere qua» disse Anderlecht venendomi incontro.

«Nemmeno tu.»

«Ho ricevuto degli ordini.»

«Dì a Celtic di andare a quel paese.»

«Riferirò. Ora torna a casa.»

«Mi avevi detto che non c’erano problemi.»

«Non decido più niente e come ti ho detto ho ricevuto degli ordini.»

«Avevi detto che mi avresti aiutato.»

«È quello che sto cercando di fare.»

«Evita di prendermi in giro e spostati.»

Gli misi una mano sulla spalla e provai a spostarlo di lato. Rimase immobile e mi spinse indietro.

«Torna a casa» mi intimò.

Mi rifeci avanti, ma beccai un altro spintone, molto più forte del primo. Per poco non caddi a terra.

«Non capisci» sussurrai.

«Sei tu a non aver capito un cazzo. Vattene.»

Presi la rincorsa e cercai di caricare. Non fece una piega. Si spostò di lato, mi afferrò per i fianchi e mi gettò a terra. Tutte le botte che avevo beccato dall’obiettivo si fecero sentire di nuovo.

«Mi fidavo di te» dissi a denti stretti mentre cercavo di reprimere le bestemmie.

«Dovresti farlo ancora.»

«Fottiti. Non riuscirai a fermarmi.»

«Ti reggi a malapena in piedi. E anche se fossi sano, non avresti una chance. Ti ho addestrato io. Conosco tutte le tue mosse.»

Sorrisi.

«Sicuro?»

Aggrottò le sopracciglia.

«Cosa hai fatto?» chiese avvicinandosi.

«Te l’ho detto. Voglio vedere Elisabetta e non mi fermerai certo tu.»

«Cosa hai fatto?» ripeté lentamente.

Per un secondo mi intimorì.

«Ho mandato un messaggio a Elisabetta poco prima di arrivare. Sta scendendo.»

Si leccò le labbra e si passò una mano tra i capelli. La mano sinistra gli tremava.

«Ti odio» sussurrò.

Si mise una mano dietro la schiena. Tirò fuori la pistola. Me la puntò contro e fece pressione sul grilletto. Si aprì il portone. Si fermò.

«Oddio!» esclamò Elisabetta.

«Ciao, Eli…» dissi alzando la mano.

Cambiò posizione e puntò l’arma contro di lei.

«Torna su!» le ordinò.

«Alberto, cosa sta succedendo?» mi chiese.

Anderlecht si voltò verso di me con gli occhi sgranati.

«Come cazzo fa a sapere il tuo vero nome?»

«Posso spiegare.»

Mi puntò di nuovo la pistola.

«Sei un fottuto incosciente.»

«Metti via quella pistola, per piacere.»

«Sì, infatti. Cerchiamo di non fare sciocchezze» si intromise Elisabetta.

«Tu stai zitta» la sgridò Anderlecht. «E torna su.»

«Ehi, Andy, stai calmo» dissi.

«Celtic era stato chiaro.»

«Appunto, Celtic. Tu sei più ragionevole di quella bestia. Avevamo un patto io e te.»

«Non decido più niente. Comanda lui.»

Non poteva farmi fuori. Non me. Non lui. Eppure, quella pistola era lì, nera, lucida, con quel buco che mi fissava. Il braccio di Anderlecht era dritto, teso, le vene in rilievo, i muscoli tirati.

Il dito indice scivolò sul grilletto. Fece pressione. Lieve.

«Andy, che stai facendo?» implorai.

Elisabetta era immobile. Si copriva la bocca con le mani. Piangeva.

Ora dirà che è tutto uno scherzo. Ora si metterà a ridere e dirà che mi sta prendendo in giro. Non può farlo sul serio.

«Il nostro patto non è più valido» disse.

Cercavo di indietreggiare. Mi trascinavo all’indietro coi gomiti. Dovevo alzarmi, correre, fuggire. Non poteva spararmi alle spalle. Non lui.

Il buco mi fissava. Distogli lo sguardo da lì e scappa, pensai. Che cazzo sta succedendo?

«Andy…» sussurrai.

Il grilletto si mosse. Si fermò. La pistola si abbassò. Un istante. Poi di nuovo su. E il dito fece pressione. Fino in fondo.

Un ruggito di piombo aggredì l’aria dei portici.

Elisabetta gridò.

Girava tutto.

Non respiravo più.

Anderlecht nemmeno. Immobile. Occhi chiusi. Il buco sempre lì.

La mia testa scivolò all’indietro. Finì per terra. Piano.

Aprii la bocca. L’aria tornò nei polmoni. Respiravo. Forte.

Mi voltai. A pochi centimetri da me il segno di uno sparo. Portai le mani alla testa. Nessuna ferita, nessun buco, niente sangue.

Mi sollevai. Anderlecht era fermo. Braccio teso. Immobile. Occhi chiusi. Il buco era ancora lì.

Elisabetta piangeva. Quando vide che mi stavo muovendo, corse verso di me per abbracciarmi forte. Le sue lacrime mi bagnarono la maglietta mischiandosi al mio sudore.

Si aprì una finestra. Poi un’altra. Poi il rumore di una porta proveniente dalle scale del palazzo di Elisabetta.

Anderlecht finalmente abbassò il braccio. Si guardò intorno. Ripose la pistola dentro i pantaloni. Si avvicinò a noi due e ci sollevò da terra afferrandoci per le maglie.

«Su, presto! Seguitemi» ordinò.

«Dove…» balbettai.

«Le domande dopo. Ora stai zitto e vieni con me.»

Si mise a correre. Lo seguimmo anche se non era per niente facile stargli dietro.

Arrivammo alla sua auto. Salimmo, io davanti, Elisabetta dietro. Non guardò nemmeno la strada e partì velocissimo.

Mi distesi sul sedile. Feci un respiro profondo. Poi un altro. Mi voltai verso il sedile posteriore.

«Stai bene?» domandai a Elisabetta.

Annuì. Aveva il fiatone.

Anderlecht prese una rotonda in quinta. Sbalzammo tutti verso destra. Sbattei la testa sul finestrino e imprecai. La cosa non indusse il guidatore a rallentare.

«Ora posso farle le domande?» chiesi.

«Stai zitto» rispose senza manco degnarsi.

Non parlò più nessuno. L’auto procedeva spedita oltre tutti i limiti di velocità. Entrammo in autostrada. Anderlecht si posizionò in terza corsia e diede il massimo del gas. Non durò molto. Uscimmo a Padova Ovest, la prima uscita che incontrammo. Dopo pochi minuti, ci trovammo con lo stadio Euganeo alla nostra sinistra. Entrò nel parcheggio. Era deserto. Scelse un posto e si fermò.

Scese subito dall’auto e iniziò a grattarsi la testa. Io ed Elisabetta ci guardammo perplessi. Scendemmo anche noi.

«Cosa sta succedendo?» chiesi.

Anderlecht infilò una mano in tasca. Tirò fuori un pacchetto di sigarette e se ne accese una. Continuava a camminare avanti e indietro.

«Ora siamo in due a essere nella merda.» Alzò la testa e diede un’occhiata a Elisabetta. «Tre, scusa.»

«Puoi essere un po’ più chiaro?»

Fece un tiro.

«Prima non stavo scherzando, non era una finta. Ti stavo ammazzando sul serio.»

Le gambe si rammollirono per un istante.

«E perché non lo hai fatto?» chiesi.

«Non potevo.»

«Per il nostro patto?»

«Anche. E poi perché tutta questa storia è malata. Lo è stata fin dal principio.»

«Credo di non seguirti.»

Si fermò, fece un altro lungo tiro e soffiò via il fumo.

«Se non ti avessi ammazzato io, ti avrebbero fatto fuori comunque. Eri spacciato.»

«Ma… avevamo scovato l’obiettivo. Dovevo solo…»

Tornò a passeggiare nervoso.

«Fanculo l’obiettivo! Eri tu a dover morire, non lui.»

«Che sta dicendo?» mi chiese Elisabetta, molto più confusa di me.

«Ascolta, Andy. Fermati un secondo. Parliamo con calma. C’è qualcosa che non so che dovrei sapere?»

Andò verso la macchina, aprì la portiera e si sedette.

«La tua missione era una caccia all’uomo» disse massaggiandosi le tempie.

«Questo lo sapevo già.»

«Ma tu non eri il cacciatore. Eri l’esca.»

Mi sentii come se mi avesse sparato davvero in mezzo agli occhi.

«Eh?» reagii senza riuscire ad articolare niente di più profondo.

«L’esca. Tu servivi a far venire allo scoperto il vero obiettivo della Zoratti.»

Vidi lo stadio sullo sfondo roteare intorno a me. Mi appoggiai alla macchina. Girava anche lei. Elisabetta venne a sincerarsi che mi sentissi bene.

«Tutto ok?» domandò mentre si muoveva in modo vorticoso insieme al resto del mondo.

«Più o meno.»

Mi accarezzò la schiena.

«E chi sarebbe il vero obiettivo, allora?» chiese.

Anderlecht diede l’ultimo tiro, gettò per terra la sigaretta e la spense pestandola.

«Frank Parise» declamò.

Socchiusi gli occhi. Abbassai la testa. Una goccia di sudore scivolò sulla mia guancia e cadde al suolo. Girava ancora tutto. Elisabetta continuava ad accarezzarmi, ma serviva a poco.

«Parise…» sussurrai. «Quei Parise?»

Si accese un’altra sigaretta.

«Secondo te?»

Diedi un pugno sulla carrozzeria superiore dell’auto.

«Fanculo!»

Anderlecht saltò in piedi.

«Ehi, stiamo calmi con quel tettuccio!»

«Fanculo, te e il tuo tettuccio di merda! Mi avete preso per il culo per mesi!»

«Tranquillizzati.»

«Tranquillizzati? Dici sul serio? Stavi per mandarmi in pasto a quelli che mi vogliono morto e hai anche il coraggio di parlare?» dissi mentre lo affrontavo faccia a faccia.

«Non so se te ne sei accorto, ma ti ho fatto scappare.»

«Mi stavi sparando in faccia!»

«Non mi sembra di averti preso.»

Elisabetta venne verso di noi e si mise in mezzo.

«Ha ragione lui, cerca di calmarti.»

«Non ti ci mettere anche tu! Questa è una questione tra me e loro!»

«Loro un cazzo! Ho disobbedito a un ordine e sono scappato via. Non rientro più in nessun “loro”» gridò Anderlecht.

Elisabetta mi spinse qualche passo indietro.

«Smettila di urlare e ragiona.»

«Se vi servivo, perché avresti dovuto uccidermi?» domandai mentre ignoravo Elisabetta che cercava altri argomenti per riportarmi alla calma.

«Perché stavi diventando ingestibile. Hai fatto sempre di testa tua. Ti comportavi in modo strano. Non eri affidabile. Ti sei impuntato con questa ragazza e ci hai fatto perdere un sacco di tempo. Inoltre, abbiamo avuto notizie scoraggianti dai nostri informatori vicini a Frank Parise.»

«Cioè?»

«Non sei più una sua priorità. Vuole sempre vederti morto, ma non così tanto come prima. Sei diventato inutile. E ormai sai troppe cose.»

Mi grattai il collo.

«Ma questo Frank…»

«È il grande capo di tutta la baracca, se è questo che stavi per chiedere.»

«Perché ce l’ha con me?»

Andy allargò le braccia.

«Stai chiedendo troppo. Ne so quanto te a questo punto. Sono stato informato sul minimo indispensabile. La Zoratti vuole Parise. Parise vuole te. Noi abbiamo preso te per prendere lui. Non so come, ma lo hai fatto arrabbiare al punto da volerti ammazzare di persona. Noi miravamo a fare accadere questa cosa. Per poterlo cogliere sul fatto e mandarlo in galera. Altro non so.»

Il mondo aveva smesso di girare, ma al turbine si era sostituito un martello che picchiava forte dietro la nuca.

«E l’obiettivo? Cioè… quello che io credevo fosse l’obiettivo?»

«Una persona vicina ai Parise che vive a Padova. Noi ti abbiamo portato in città e ti abbiamo chiesto di cercarlo. Non potevamo agganciare Frank direttamente, ma se l’obiettivo ti avesse visto, sicuramente sarebbe saltato fuori anche lui. Era l’amo col quale farlo abboccare.»

«E io l’esca…» dissi a bassa voce.

«Esatto, l’esca.»

«Temo di avere ancora un sacco di domande da farti.»

«E io ho paura di non avere le risposte.»

Un sacchetto di patatine vuoto rotolò ai nostri piedi. Un pipistrello volò basso vicino a noi. L’aria si fece fredda. Troppo per stare ancora all’aperto.

«È sicuro stare qua?» chiese Elisabetta stringendo le braccia sul petto per scaldarsi.

«Non più. Mi ero fermato solo per pensare cosa fare. Dobbiamo ripartire.»

«Dove andiamo?»

«Lo so io. Andiamo via.»

Tornammo in macchina e lasciammo il parcheggio. Dopo qualche minuto, eravamo di nuovo in autostrada. Verso Ovest, direzione Milano. Sempre in terza corsia e sempre al massimo della velocità.

Nonostante le cose da dire fossero molte, non ne venne detta nessuna. Elisabetta si era rannicchiata da un lato e guardava fuori dal finestrino. Settimane di seghe mentali per cercare di metterla al sicuro e ora si ritrovava braccata e inseguita insieme a me.

Anderlecht guidava tenendo una mano sul volante e una sul cambio.

«Dispiace se metto un po’ di musica? Mi aiuta a concentrarmi» disse dopo una decina di minuti.

Nessuno gli rispose e lui prese quel silenzio come un assenso. Accese la radio e cercò una stazione finché non trovò una canzone che gli piacesse. Tenne il volume basso.

Era una ballata rock, con tanto di assolo strappalacrime. Quando finì, lo speaker blaterò qualche minuto di cose senza troppa importanza. Poi lanciò un altro pezzo, in francese.

«È stata la Zoratti a organizzare tutto, vero?» chiesi.

«Sì, lei ha contattato la nostra organizzazione per mettere in piedi tutto quanto» rispose Anderlecht.

«Allora è da lei che dobbiamo andare.»

Partì il ritornello. Una chitarra arpeggiava, mentre una voce femminile sussurrava parole dolci e incomprensibili.

«La fonte di tutto…»

«Hai altre alternative?»

«Potrebbe essere pericoloso.»

«Scappare senza sapere dove sarebbe più sicuro?»

«Non credo.»

Il ritmo della strofa era molto più compassato. In quel punto la voce cantava note più basse, rendendosi più calda e avvolgente, ma sempre molto femminile.

«Dove abita questa Zoratti?» chiese Elisabetta spiando i nostri volti dallo specchietto retrovisore.

«In Francia. Vicino a Marsiglia» risposi.

«Beh, possiamo andare da mio nonno allora.»

Io e Anderlecht ci guardammo. Avevo del tutto rimosso che il nonno di Elisabetta abitasse proprio a Marsiglia.

«Potremmo fare tappa lì prima di andare dalla Zoratti» convenne Anderlecht. «Abita proprio in città?»

«Lì vicino.»

«Eli, non sei costretta a farti coinvolgere così tanto» dissi.

«Ormai ci sono dentro e non intendo lasciarti fare altre scemenze da solo.»

«Grazie per la fiducia.»

«Bene, decido io» si intromise Andy. «Si va a Marsiglia.»

Mise un CD nel lettore e alzò il volume. Elisabetta mi accarezzò il braccio fino a stringermi la mano. Le sorrisi.

La missione era finita. L’obiettivo era vivo. Entrambi gli obiettivi. Ma almeno Biagio Niccolai era finalmente morto.

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