Non persi i sensi. Non potevo.
Passò una decina di minuti prima che qualcuno venisse a darmi una mano. Anderlecht arrivò a bordo della sua auto. Mi caricò, mi sdraiò sul sedile posteriore e ripartì. Durante il viaggio non disse niente e io non avevo né le forze né la voglia per farlo.
Parcheggiò vicino a casa mia.
«Riesci a camminare?» mi chiese.
Non gli risposi. Mi alzai, aprii la portiera e mi incamminai da solo. Riuscii a fare due passi, poi il dolore mi bloccò. Anderlecht mi raggiunse e mi cinse un braccio dietro la schiena. Mi sorresse fino al portone e poi su per le scale. Entrammo nel mio appartamento e mi lasciai cadere sul divano. Lui andò in cucina e tornò con un bicchiere d’acqua. Bevvi qualche sorso e lo appoggiai sul tavolino.

«Chi ti ha ridotto così?» domandò.
Mi tirai un po’ su.
«Fottiti» risposi.
«Guarda che non sono stato io.»
Lo fissai qualche secondo.
«È stato l’obiettivo.»
Si illuminò.
«Sul serio? È un’ottima notizia.»
«Vaffanculo, mi prendi in giro?»
«La tua missione è scovare l’obiettivo. Non vedo perché non dovrebbe essere una buona notizia.»
«La mia missione è scovare quel figlio di troia e ammazzarlo. Ma lui ha trovato me, mi ha ridotto così e ha minacciato di finire il lavoro molto presto. No, non è una buona notizia.»
Mi venne una fitta dietro la schiena e feci una smorfia di dolore.
«Stai bene?»
«Fottiti» sussurrai a denti stretti.
Si passò una mano sul volto.
«Ascolta, siamo intervenuti il prima possibile. Ha colto di sorpresa anche noi.»
«Sei davvero così idiota da non arrivarci?» gridai.
«Abbassa la voce.»
«Vaffanculo!»
«Adesso stai esagerando.»
«Fottiti» ripetei mentre un’altra fitta mi raggiungeva lo stomaco.
Si sedette sulla poltrona e alzò la testa per fissare il soffitto.
«Scusa.»
«Scusa, un cazzo. Quello che è successo è peggio dell’aggressione dei russi. L’obiettivo sa della mia missione, mi pare ovvio.»
«Cosa vuoi insinuare?»
«Non voglio insinuare niente. Per ora.» Alzò le sopracciglia e spalancò gli occhi. «È inutile che mi guardi in quel modo. Se quel tizio è venuto a sapere, qualcuno deve averglielo detto.»
«Beh, noi non siamo stati.»
«Di questa cosa sappiamo solo io, voi e la Zoratti. Io non sono stato e la Zoratti non credo, a meno che non le piaccia spendere soldi per il cazzo.»
«Fammi capire. Stai insinuando che uno di noi abbia fatto la spia?»
«Ripeto: non voglio insinuare niente. Dico solo che i fatti sono chiari.»
«Spero tu non abbia dubbi su di me.»
Da sdraiato la schiena faceva troppo male. Mi misi seduto.
«Non voglio averne. Avevamo fatto un patto. Anche se non mi sembra granché rispettato.»
«Sto facendo del mio meglio.»
«Allora, vaffanculo! Ho trovato un energumeno pronto a menarmi in casa e un altro per strada che c’è pure riuscito. Forse dovresti impegnarti di più.»
Non replicò. Si alzò e andò a guardare fuori dalla finestra. Nessuno disse niente per qualche minuto. Accesi il televisore. Volume minimo.
«Cosa ti ha fatto Celtic?» chiesi.
Ci mise qualche secondo per assimilare quanto gli avevo chiesto.
«Niente» rispose.
«La sua versione dei fatti mi pareva differente.»
«Abbiamo avuto una discussione, ok?»
«Riguardo a cosa?»
«Riguardo a cose che non ti riguardano.»
Stavo per mandarlo a quel paese per l’ennesima volta, ma lasciai stare.
«In questa storia, tutto quello che succede mi riguarda.»
Tornò alla poltrona, ma non si sedette.
«Secondo lui sono stato troppo paziente nei tuoi confronti.»
«Mi aveva accennato a qualcosa di simile.»
«Ottimo.»
Guardai lo schermo.
«Non so più se posso fidarmi di voi. Di Celtic di sicuro no, di te…»
«Non è stato Celtic a fare la spia, se è questo che vuoi dire.»
«Ammetto di averlo pensato.»
«Non è stato lui e non è stato nemmeno Everton. Nessuno di noi.»
«Lo spero.»
«Vuoi dell’altra acqua?»
«Sì, grazie.»
Andò a prendere una bottiglia in frigo e la mise sul tavolino.
«Mi sa che devo andare» disse controllando l’orologio.
«Ehi, un attimo. Cosa facciamo ora?»
«Per prima cosa cerca di stare tranquillo per un paio di giorni. Devi riprenderti. Domani ti manderemo un medico.»
«Bene. E dopo?»
«Dopo penseremo a come prendere l’obiettivo.»
«Sempre che lui non trovi prima me.»
«Non succederà.»
«Meriteresti di essere mandato ancora a fanculo per questa frase, lo sai?»
«Faccio finta che tu l’abbia fatto.»
«Gentile da parte tua.»
Mi mise una mano sulla spalla.
«Stai tranquillo. Siamo quasi alla fine.»
«Sono stanco.»
«Riposati. Io vado.»
Chiusi gli occhi, scivolai sullo schienale e sistemai i piedi sul tavolino. Lui si diresse verso l’uscita. Sentii la porta aprirsi, ma non richiudersi.
«Sei davvero in gamba» disse.
La porta si chiuse. Dopo poco mi addormentai.
***
Il dottore si presentò la mattina del giorno dopo. Mi visitò, controllò i lividi, mi tastò dappertutto. La sua diagnosi era che non avevo niente di rotto. Bastava che stessi a riposo qualche giorno e mi sarei ripreso senza problemi. Non disse come si chiamava, né mi fece domande.
Mentre cercavo di guardare la televisione, visto che era l’unica cosa per cui avevo le forze, mi arrivò un messaggio di Tina.
TINA
Ciao. Come stai? Novità?
Mi ero dimenticato la storiella dell’incidente.
BIAGIO
Ciao. Tutto bene. Abbiamo preso un bello spavento, ma ora sta bene. Qualche ammaccatura, ma si riprenderà.
TINA
Ah, bene! Sono contentissima!
BIAGIO
Purtroppo, la macchina è distrutta.
Ormai tanto valeva condire. E poi la mia auto era al sicuro davanti casa. Fortunato come ero poteva anche caderle sopra un asteroide, ma decisi di sfidare le probabilità.
TINA
Beh, ma che ti frega? L’importante è che tua madre stia bene!
BIAGIO
Giusto!
A quel punto mi tornò in mente dove ero stato pestato e perché mi trovassi in quel posto. Mandai subito un altro messaggio prima ancora che Tina potesse rispondere.
BIAGIO
Ieri sera come è andata?
TINA
Bene! A parte la tua assenza è stata una bellissima serata!
Non feci in tempo a rispondere che arrivò subito un altro messaggio.
TINA
Elisabetta era molto dispiaciuta per la tua assenza. E non solo per tua madre…
BIAGIO
Immagino.
TINA
Ha legato molto con Gaia! Hanno parlottato tutta sera!
Un secondo, pensai. Biagio non sa che Gaia si chiama Gaia.
BIAGIO
Gaia…?
TINA
Sì, l’amica di Gianfranco!
BIAGIO
Ah, sì? E che si dicevano?
TINA
Boh! Però sono sicura che abbiano parlato molto di te!
Non sapevo se prenderla come una notizia buona, come una notizia cattiva o come una sciagura.
BIAGIO
Però… beh, devo ringraziarti per avere organizzato tutto. Peccato sia stato inutile.
TINA
Ma va’, tranquillo! Possiamo sempre fare un’altra cena!
BIAGIO
Certo! Beh, dai, ora ti saluto che vado in ospedale. Ci sentiamo presto, ok?
TINA
Ok! Salutami tanto tua mamma! Anche se non mi conosce. A presto!
BIAGIO
A presto!

Gettai il telefono sul tavolino, spensi il televisore e mi alzai per andare verso la zona cucina. Tre metri di strada e due dozzine di bestemmie. Cercai un pentolino, lo riempii d’acqua e lo misi sul fuoco. Trovai nella dispensa un pacchetto di biscotti di cui non volli sapere la data di scadenza. Quando l’acqua iniziò a imperlarsi, la versai in una tazza dove avevo già messo un filtro per il tè. Inzuppai il primo biscotto.
Sentivo un grosso groppo allo stomaco, ma quello che stavo mangiando non c’entrava. Non ancora almeno. Stavo metabolizzando. L’obiettivo, la missione, quello che era successo la sera prima, il dialogo con Anderlecht. Gli ultimi pezzi stavano andando al loro posto. Tutto stava per finire. Non proprio nel modo che avevo immaginato, ma cambiava poco.
In qualsiasi caso, non avrei più rivisto Elisabetta.
Finii i miei biscotti, andai a recuperare il cellulare per le telefonate importanti e chiamai Anderlecht.
«Ciao» disse subito.
«Ciao. Ascoltami, ho bisogno di un favore.»
«Come stai? È passato il medico?»
«Sì, è passato. Stammi a sentire, però.»
«Dimmi.»
Presi fiato.
«Devo vedere Elisabetta per un’ultima volta.»
«Non se ne parla.»
«Fanculo! Tra qualche giorno potrei essere morto. Me lo dovete, cazzo!»
«Non ti dobbiamo niente. Ti stiamo proteggendo da mesi. Basta e avanza.»
«Ah, si è visto come lo fate bene.»
«È pericoloso. Anche per lei.»
«Ti pare che non lo sappia? Ne ho bisogno…»
«No, tu hai bisogno di eliminare l’obiettivo.»
«Non posso farlo se non mi lasciate vedere Elisabetta. Non sarei sereno e finirei per fare una cazzata.»
Sospirò.
«Non avrei mai dovuto lasciarti frequentare quella ragazza.»
«Dovresti ringraziarla. Senza di lei sarei sbroccato.»
«A me sembra il contrario, invece.»
«Mi avete fatto una testa così dicendomi che era diventata solo una causa di distrazione. Bene, ora io vi dico che la sua assenza è anche peggiore. L’ho persa di vista perché mi sono reso conto che la situazione era pericolosa per lei, ma ora che tutto sta per finire, vederla un’ultima volta non può che farmi bene.»
«Sei testardo, eh?»
«Mi arrangio.»
«D’accordo. Ma che sia un incontro breve. E soprattutto che sia l’ultimo.»
«Grazie. Ti devo un favore.»
«Me ne devi molti.»
«Faremo i conti alla fine della missione.»
«Bene. Ora riposati.»
«Sì, mamma.»
«Ciao.»
Mise giù.
Il groppo allo stomaco si attenuò un po’. Per la parte relativa a Elisabetta. Per i biscotti c’era poco da fare.
Tornai sul divano e le mandai un messaggio.
BIAGIO
Ciao! Come stai? Ho bisogno di vederti. Quando sei libera?
La risposta arrivò dopo venti minuti.
ELISABETTA
Scusa, ero in doccia! Tua madre sta bene? Ieri non sapevo che ci saresti stato anche tu. Che cosa state tramando tu e Tina? Comunque, sì, in questi giorni sono abbastanza libera. Quando vuoi. Anche oggi.
Me la immaginai nuda sotto l’acqua e per poco non risposi immediatamente “vieni qua subito”. Una fitta alla schiena però mi riportò subito alla realtà.
BIAGIO
Mia madre sta bene, ma è meglio che resti qua a farle compagnia ancora qualche giorno. Domenica sera può andar bene? Di quello che stavamo tramando io e Tina ti racconterò.
ELISABETTA
Ok. Dove ci troviamo?
BIAGIO
Vengo io a casa tua, va bene?
ELISABETTA
Ottimo! A domenica!
BIAGIO
A domenica!
Accesi di nuovo il televisore. Mi misi a guardare un telegiornale. Dopo pochi minuti, mi arrivò un altro messaggio. Era ancora Elisabetta.
ELISABETTA
Mi manchi tanto…
BIAGIO
Anche tu…
ELISABETTA
Ti voglio bene.
Rimasi col cellulare in mano. Una lineetta lampeggiante mi invitava a scrivere qualcosa. Lasciai perdere.
Guardai la TV per mezz’ora, poi il sonno ebbe la meglio e mi addormentai.

***
Guardare la TV e dormire furono le uniche cose che feci per tutto il resto del sabato. La domenica mattina mi sentivo già molto meglio. Avevo ancora dolore, ma per lo meno riuscivo a deambulare senza bestemmiare.
La giornata era scura. Il cielo pieno di nuvole grigie. Verso le undici cadde qualche goccia. Poco dopo mezzogiorno eravamo già al diluvio.
Passai il pomeriggio a ciondolare per casa, tra il divano e la cucina. Verso le cinque, andai ad affacciarmi alla finestra. Pioveva ancora molto.
Squillò il telefono, quello importante. Numero sconosciuto.
«Pronto?» risposi.
«Buona domenica!»
Non era la voce di Anderlecht.
«Buona domenica anche a te, Celtic…»
«Mi è giunta voce che hai un appuntamento questa sera.»
«Sì, col permesso di Anderlecht, quindi non rompere i coglioni.»
«Li rompo invece. Non hai capito niente di quello che ti ho detto l’ultima volta?»
«Ho già spiegato al tuo amico che ho bisogno di vedere Elisabetta.»
«E io ti ho già spiegato che il tuo amico non decide più un cazzo.»
«Ok, avrei dovuto chiedere il permesso a te?»
«Sì, avresti dovuto.»
«Posso vedere Elisabetta stasera, papà?»
«No.»
«Fanculo. Che cazzo di problema ti crea?»
«Non puoi e basta. Fine della discussione.»
«Dammi una motivazione.»
«Non puoi e basta. Fine della discussione.»
Chiusi gli occhi, respirai.
«Credi di farmi paura?»
«Io do solo gli ordini. Poi sei libero di avere tutta la paura che vuoi.»
«Non prendo ordini da te. Stasera vedrò Elisabetta.»
«No, non lo farai.»
«Sì, invece.»
Silenzio.
«Non devi neanche avvicinarti a quella ragazza. Intesi?»
Il tono della voce era fermo, perentorio.
«Io faccio quel cazzo che mi pare e stasera andrò a trovare Elisabetta. Provate pure a impedirmelo se volete.»
«Brutto figlio di…» sussurrò.
«Completa pure la frase, non mi offendo.»
«Stammi a sentire, testa di cazzo, tu prova solo a vederti con quella troia della tua amica e sei un uomo morto. Capito? Morto. Non è uno scherzo, faccio sul serio. Sei andato oltre ogni limite. Agisci ancora di testa tua e a casa ti ci portiamo dentro una bara.»
«L’obiettivo era più bravo a minacciare.»
«Fottiti.»
Click.
La seconda minaccia di morte in due giorni.
Tornai alla finestra. La pioggia si stava calmando, ma il cielo rimaneva scuro.
Mi passai le mani tra i capelli. Mi massaggiai le tempie. Feci scrocchiare le spalle.
Presi una decisione.