Era difficile sostenere una conversazione omettendo il fatto di essere inseguiti da non si sa bene quante persone e di rischiare di crepare per mano di chissà chi. Eppure, io ed Elisabetta ci riuscimmo. Era dalla sera della mia confessione che non parlavamo tranquilli, faccia a faccia, senza paura. Era bello.

Anderlecht stava in silenzio. Teneva il volante con due mani e la schiena dritta e aderente al sedile.

Dopo poco meno di un’ora dalla partenza, lo stress e il calo di tensione ebbero gioco facile su Elisabetta. Appoggiò la testa sul finestrino e si addormentò.

Per cinque minuti buoni dentro quell’auto non venne articolato neanche un suono. Ogni faro che incrociavamo, ogni luce, ogni insegna era un motivo per non guardare Anderlecht. Lui almeno aveva la scusa di stare guidando.

«Scusa se ti ho sparato» disse all’improvviso mentre fissavo la scritta luminosa di una fabbrica di ascensori.

«Ah figurati, può capitare a tutti.»

«Appena saremo un po’ più tranquilli parleremo con calma di tutto.»

«Ok.»

Altri due minuti di silenzio.

«Elisabetta è al sicuro con noi?» chiesi.

«No, ma lasciarla a Padova sarebbe stato peggio. Celtic ed Everton sanno che tieni a lei. Almeno così potremo lasciarla da suo nonno. Lì non dovrebbe correre pericoli.»

«Capisco.»

«Non sembri convinto.»

«Più che altro sono confuso.»

«È normale.»

Arrivammo all’altezza dello svincolo con la A21. Mi aspettavo di girare in quella direzione, ma Anderlecht lo superò, andò oltre e prese l’uscita successiva.

«Dove stiamo andando?» domandai preoccupato.

«Facciamo una piccola deviazione» rispose Anderlecht mentre controllava lo specchietto.

«Perché?»

«Meglio così.»

Evitai di fare altre domande.

Finimmo su una strada di campagna simile ad altre mille. Eravamo da qualche parte, non molto distanti da Brescia.

Dopo mezz’ora, sentii le palpebre farsi pesanti. Scivolai sul sedile, pronto a lasciarmi vincere dal sonno.

Un botto.

Mi svegliai di colpo spalancando gli occhi.

Anderlecht diede un pugno sul volante e imprecò a voce alta. La macchina a poco a poco rallentò, fino a quando non si fermò del tutto.

«Che cazzo succede?» chiesi.

Anderlecht non rispose. Scese e andò ad aprire il cofano. Vidi solo una nuvola di fumo che partiva dal motore.

Tornò dopo qualche secondo stringendosi la parte alta del naso tra due dita.

«Abbiamo fuso il motore» annunciò cercando di non incrociare il mio sguardo.

«Cosa?» reagii incredulo.

«Sveglia la tua amica. Proseguiamo a piedi.»

«Pensavo che questa macchina la trattassi come un gioiello.»

«Scusa se ultimamente ho dovuto pensare di più a salvare il tuo culo.»

«Lasciamo stare.»

Svegliai Elisabetta e le spiegai cosa era successo. Anderlecht recuperò una borsa dal baule. Era piena di vestiti sporchi, ma nascosti dentro una tasca c’erano dei soldi. Denaro per le emergenze, lo aveva definito lui.

Vedemmo l’indicazione per un albergo e ci incamminammo. Ci volle quasi un’ora a piedi.

Era quasi l’una e mezza di notte quando arrivammo, ma trovammo comunque una ragazza in reception che fu molto cordiale. Prendemmo una stanza tripla.

Quando mi sedetti sul letto sentii dolore in tutti i muscoli. Elisabetta si distese vestita su un fianco e poco dopo si addormentò.

Io e Anderlecht eravamo seduti uno di fronte all’altro.

Rimasi in silenzio.

«Io e te dobbiamo fare una lunga chiacchierata» disse piegandosi in avanti.

«Lo so.»

Elisabetta si girò sull’altro fianco. Le gambe erano piegate, le mani strette sul petto, il respiro leggero.

«Da dove inizio?» chiese Anderlecht.

Mi alzai facendogli cenno di seguirmi. Entrammo tutti e due in bagno e chiusi la porta.

«Parliamo qua» dissi mentre abbassavo la tavoletta del water.

Strabuzzò gli occhi.

«Perché?»

«Non voglio disturbare Elisabetta.»

«Ho capito. Mi accomodo allora» disse sedendosi per terra con le gambe incrociate e la schiena appoggiata alla porta.

Io presi posto sul water.

«Partiamo dal principio.»

«Cosa vuoi sapere?»

«L’origine della missione e perché ci sono finito di mezzo io.»

Si passò una mano sulla bocca e annuì.

«D’accordo.» Si fermò e prese fiato. «È iniziato tutto quasi un anno e mezzo fa.»

Mi sporsi in avanti e incrociai le mani. Avevo quasi paura di ascoltare quelle parole.

«Siamo stati contattati dalla Zoratti. Aveva una missione da commissionarci.»

«Trovare Frank Parise?» chiesi.

«Sì, esatto. All’inizio pensavamo fosse addirittura uno scherzo. Cazzo, Frank Parise, uno talmente inafferrabile da essere considerato quasi una leggenda, un’invenzione.»

«Poi però avete accettato.»

«Dovevamo farlo, ha pagato un anticipo, una grossa somma.»

«Quanto grossa?»

«Non saprei dirtelo. So che c’è stata una trattativa coi piani alti. Ho sentito solo delle voci, niente di ufficiale. Più di qualcuno però mi ha confermato che lei si era impegnata a versare all’organizzazione una cifra totale spaventosa in caso di buona riuscita della missione.»

«Ok. La mia entrata in scena quando è avvenuta?»

«Ci arrivo. L’inizio della ricerca non fu per niente facile. In pratica non sapevamo da dove partire. Impiegammo quattro mesi a trovare una prima pista e alla fine si rivelò pure una perdita di tempo. Infiltrammo i nostri uomini dappertutto. Fu una cosa enorme, ma alla fine pagò.»

«Cosa successe?»

«Un nostro uomo fece finta di essere uno spacciatore alla ricerca di merce. Si fece qualche giro, cercò le persone giuste, fino a quando non incontrò un intermediario che la sapeva lunga, uno che operava nel nord-est. Si chiamava Manuel e si rivelò il nostro uomo. Non ci disse esplicitamente che lavorava per i Parise, ma gli indizi erano belli grossi. Diceva che il suo fornitore era uno importante, che abitava in Germania e che preferiva gestire le cose da distante perché era più sicuro.»

«Non mi sembrano prove così schiaccianti.»

«In pratica confessò la cosa col tempo. Quel tizio era troppo sicuro di sé. Nel periodo in cui trattava con noi, lo facemmo incontrare con un altro agente sotto copertura che faceva finta di essere uno che aveva della roba da piazzare e nel frattempo doveva cercare di farci amicizia. Ci riuscì. E ogni cosa che ci andava dicendo del suo fornitore non faceva altro che confermare che poteva trattarsi di Frank Parise in persona.»

«E gli avete creduto?»

«Non avevamo molte alternative. Era una pista, non c’erano indizi contrari, dovevamo seguirla.»

Mi alzai dal water e mi sciacquai il viso con acqua fredda. La faccia si stava intorpidendo.

«Bene, manca il passaggio da Manuel a me» dissi.

«Pedinammo Manuel ovunque. Non faceva niente di sospetto. Gestiva la sua attività, incontrava un po’ di gente al bar, spendeva soldi in giro. Di Parise neanche l’ombra. Per un mese abbiamo sospettato di aver preso un abbaglio. Finché un giorno non ricevette una telefonata.»

«Da chi?»

«Questo non so dirtelo. L’unica cosa che so per certo è che quello è stato l’esatto momento in cui tu sei entrato nella nostra storia.»

Mi leccai le labbra e sospirai.

«Bene…»

«Dopo quella telefonata cambiò decisamente umore. Al nostro amico confessò che c’era uno stronzo che l’aveva combinata grossa e doveva pagare.»

«Parlava di me» sussurrai.

«Sì. Gli disse anche che purtroppo doveva aspettare una persona dalla Germania per fare qualcosa, non poteva agire da solo, ma nel frattempo voleva divertirsi un po’.»

«Che voleva dire? Non ha detto altro?»

«Rimase sul vago, però dopo qualche giorno comparve a casa tua.»

Dovetti sedermi di nuovo per non cadere.

«Per spaccare la finestra del salotto, immagino.»

«Già… e poco dopo è tornato. Per fare cosa lo sai meglio di me…»

Ebbi un flash della testa di Lemmy sul letto e chiusi gli occhi per il disgusto.

«Stai bene?» mi domandò Anderlecht.

«Sì, sì, tranquillo. Vai avanti.»

«Insomma, alla fine abbiamo pensato che valesse la pena rischiare. La persona che doveva arrivare dalla Germania poteva essere proprio Frank Parise. A quel punto tu eri diventato ciò di cui avevamo bisogno.»

Queste ultime parole mi entrarono in testa senza che ci facessi caso. Il cervello aveva iniziato a macinare da solo. L’immagine di Lemmy ne aveva trascinate altre. Il vetro rotto, il sangue, i messaggi. I messaggi. Firmati M. Parise. Manuel? Manuel Parise?

«I messaggi che mi aveva lasciato quel Manuel erano firmati “M. Parise”» dissi.

Anderlecht rimase sorpreso.

«Manuel Parise…» bisbigliò. «È possibile.»

Mi misi le mani nei capelli. Mi alzai. Avevo ancora bisogno d’acqua. Bevvi dal rubinetto, poi mi voltai e mi appoggiai al lavandino.

«Ricapitoliamo. Voi cercate Frank Parise, trovate Manuel Parise, Manuel Parise dopo che io sono andato a letto con Gaia se la prende con me. Forse anche Frank Parise ce l’ha con me, ma tarda ad arrivare. Quindi voi mi venite a prendere e mi portate a Padova con la scusa della caccia all’obiettivo. Perché?»

«Perché a Padova abitava Manuel Parise. Ossia l’obiettivo.»

Una goccia cadde dal rubinetto. La sirena di un’ambulanza suonò da qualche parte lì fuori. Elisabetta mosse le lenzuola.

«Mi avete mandato in cerca di Manuel Parise?»

«Abbiamo scoperto che voleva uscire un po’ dal giro. Aveva avuto dei problemi. Era rimasto coinvolto in una rissa e ne era uscito male. Insomma, scelse di trasferirsi a Padova per un po’ e fare un lavoro normale.»

«Lasciami indovinare: il cuoco?»

«Esatto. In realtà, non ha mai smesso di spacciare, anche se con un giro più ristretto.»

«Quindi la fantomatica soffiata sulle mense era in realtà un vostro tentativo di accelerare le operazioni?»

Annuì.

«Manovra che io non condividevo, ma non potevo fare altrimenti.»

Nel bagno c’era una piccola finestra. Decisi di aprirla perché iniziavo a sentire caldo.

«Io non ho capito molto il tuo comportamento in questi mesi» dissi.

«Mi stavi simpatico. Ho sempre pensato che tu fossi una vittima in tutta questa storia. Ho cercato in tutti i modi di proteggerti, come ti avevo promesso.»

«Non ci sei riuscito benissimo.»

«Lo so. Solo che dovevo anche obbedire a degli ordini. E questi ordini sono cambiati progressivamente.»

«Che intendi?»

«All’inizio servivi solo a far venire allo scoperto Frank Parise. Dopo ce la saremmo vista noi. Man mano che i mesi passavano, i piani alti hanno iniziato a studiare una nuova strategia. Da semplice esca saresti dovuto diventare una vittima sacrificale. Volevano portarti tra le braccia di Frank Parise. Lui ti avrebbe ucciso e noi lo avremmo incastrato.»

Presi un bel respiro profondo.

«Caspita» fu l’unica cosa che riuscii a dire.

«Credimi, ci ho provato. Non hai idea del casino che ho piantato coi miei superiori. L’unica cosa che ho ottenuto è stata la subordinazione a Celtic.»

«Lo odio quello stronzo.»

«Non che a me stia simpatico.»

«Però alla fine hai seguito gli ordini.»

«Dovevo. E poi speravo sempre che alla fine la faccenda si risolvesse in un altro modo.»

«Beh, in un certo senso sei stato accontentato.»

Sorrise.

«Sì. Quando abbiamo scoperto che l’interesse per te era scemato, la priorità è stata quella di eliminarti. Eri diventato inutile e dannoso. Credo che neanche Manuel sapesse del cambiamento della situazione. Altrimenti ti avrebbe ammazzato lui stesso quando lo hai incontrato.»

«Quindi io adesso dovrei essere morto…»

«Sì, per mano mia.»

«Grazie.»

Chinò il capo e alzò una mano.

«Lascia stare.»

Bevvi un altro sorso d’acqua.

«E i russi?» chiesi. «Quelli che c’entrano?»

Anderlecht si alzò e fece scrocchiare le articolazioni delle braccia.

«Bella domanda. Non siamo mai riusciti a capirlo. Persino i tipi che erano entrati in casa tua non ci hanno voluto dire niente. Li abbiamo interrogati per giorni e non sono mai crollati. Avevano pochi mezzi, ma erano tosti. O forse non sapevano davvero un cazzo.»

Si sentì un altro movimento provenire dal letto di Elisabetta.

«Ora è meglio se andiamo a dormire» disse Andy. «Da qui in poi sarà tutto molto difficile.»

«Non voglio neanche pensarci.»

Elisabetta provò ad aprire la porta, ma era chiusa a chiave.

«Chi c’è in bagno?» chiese con la voce ancora sporca di sonno.

«Un attimo» le risposi.

«Voi cercate di riposare. Domani mattina cercherò un modo per andarcene da qui» disse Anderlecht.

Aprii la porta. Elisabetta rimase con gli occhi spalancati quando ci vide entrambi in bagno.

«Potevate amoreggiare anche qua. Col mio lavoro ormai non mi scandalizzo di nulla.»

«Perché? Che lavoro fai?» chiese Anderlecht.

«Lascia stare» risposi io. «È tardi per fare certe domande. Andiamo a letto.»

Elisabetta entrò in bagno mentre noi ne uscivamo. Ci sdraiammo con i vestiti addosso. Il soffitto era chiaro, con qualche macchia.

«Perché lo stai facendo?» domandai.

«Te l’ho detto. Mi sei simpatico e non mi è mai piaciuta questa missione.»

«È la prima che fai?»

«No, ovviamente.»

«Ma non avevi mai disobbedito in questo modo, non è vero?»

«No, ma che c’entra?»

«Perché lo hai fatto per me, allora?»

Era buio. Non lo stavo neanche guardando. Un respiro profondo e stanco fu la sua unica risposta.

«Allora?» lo incalzai.

Lo sciacquone del bagno lo anticipò.

«Lascia stare. È tardi per fare certe domande. Dormiamo.»

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