In casa c’era solo Elisabetta. Mi accolse come se quella mattina non ci fossimo detti niente. Mi fece accomodare in cucina, mi propose un caffè e mi offrì un bicchiere d’acqua.

Nella borsa avevo carta d’identità e patente, quelle vere. Erano le uniche prove che avevo della mia doppia vita.

Non dissi nulla. Volevo vedere come avrebbe preso l’iniziativa.

«Vado un attimo in bagno» disse a un certo punto.

Andai a controllare fuori dalla finestra. Agli altri non avrebbe fatto piacere sapere che mi trovavo lì. Anzi, ero abbastanza sicuro che lo sapessero e che in quello stesso momento mi stessero insultando. Nemmeno io ero molto contento. Se i russi erano penetrati nel mio appartamento, potevano benissimo entrare anche in quello di Elisabetta.

Risolta questa questione, pensai, qua dentro non ci vengo più.

Elisabetta tornò col portatile sottobraccio.

«Siediti» mi intimò mentre posizionava il PC sul tavolo.

Obbedii sorridendo.

«Voglio vedere che scherzo mi hai preparato» la stuzzicai.

Mi ignorò. Alzò lo schermo, aprì un’icona e fece partire un video.

«Taci e guarda» disse prendendo posto di fianco a me.

La qualità delle immagini era buona. Un uomo di colore parlava rivolto a una telecamera nel giardino di una piccola villa. Non capii niente perché era in francese. Il tizio era fisicato, con la testa calva e lucida. Indossava solo un paio di bermuda da spiaggia azzurri.

«Ma dai!» esclamai. «Non avrai mica scaricato un film porno solo per fare questa sceneggiata?»

«Come hai fatto a capire che è un film porno se non si è ancora visto niente?» domandò accigliata.

«Mio malgrado ho una certa esperienza del genere» ammisi.

«Bene, proprio per questo dovresti capire che sto dicendo la verità.»

«No. Proprio per questo non ti credo.»

«Beh, stai zitto e guarda, allora.»

Il tizio di colore era entrato nella villa e continuava a blaterare a beneficio della telecamera. Attraversò un ampio ingresso e arrivò in un salotto largo e pieno di luce. Aprì una grande vetrata e si ritrovò nel giardino posteriore, grande almeno il doppio rispetto a quello da cui era partito.

L’inquadratura si spostò su una piscina azzurra. Lungo uno dei bordi c’erano quattro sedie a sdraio di plastica bianca. Su una di queste, distesa sopra un telo da mare giallo, una ragazza stava prendendo il sole.

Era bionda, abbronzata e indossava un bikini rosso. Aveva gli occhi coperti da un paio di occhiali scuri ed era comunque troppo assorta per accorgersi della presenza di altre persone. L’uomo di colore ridacchiò facendo segno al cameraman di non fare nessun rumore.

«Ti sei convinto ora?» chiese Elisabetta.

Inclinai la testa e sorrisi.

«Hai persino perso tempo a cercare un film con un’attrice che ti somigliasse un po’» commentai.

Incassò il colpo e incrociò le braccia sul petto.

«Perfetto. Continuiamo la visione. Ah, se ti può interessare lui si chiama Mamadou.»

Mamadou prese una bottiglia di plastica vuota e andò a riempirla nella piscina. Il cameraman sussurrò qualcosa che lo fece ridere, ma riuscì a contenersi mettendosi una mano davanti alla bocca. Gli fece di nuovo segno di stare zitto e si avvicinò alla ragazza. Alzò la bottiglia sopra di lei e la rovesciò facendole cadere l’acqua sul ventre nudo. Lei gridò e si alzò di scatto dalla sdraio togliendosi gli occhiali. Gli altri due si misero a ridere.

«Mamadou!» gridò la ragazza appena capì cosa fosse successo. La sua voce non mi parse nuova. Piegai la testa di lato.

«C’è qualche problema?» chiese Elisabetta.

«No» risposi. «Dimmi una cosa. Quanto tempo hai perso per scovare un’attrice così somigliante?»

Mi rispose indicando lo schermo.

La bionda stava dando qualche schiaffo amichevole al tizio. Questi reagì bloccandola e abbracciandola. Lei in realtà non oppose molta resistenza. L’inquadratura zoomò sui visi. Senza occhiali, la sua somiglianza con Elisabetta era molto forte. Ma un dettaglio era diverso.

«Devo farti i complimenti. Non deve essere stato facile trovare una così simile a te» dissi. «Però mi sei caduta su un particolare abbastanza banale. Lei ha gli occhi azzurri, tu no.»

«Lenti a contatto» replicò senza neanche voltarsi.

Mamadou baciò la bionda e iniziò a palpeggiarle il sedere. Con una sola mano glielo copriva quasi del tutto. Le slacciò la parte alta del costume e la lasciò a seno nudo.

Fu solo allora che realizzai di stare guardando un film porno insieme a Elisabetta. Deglutii facendo un rumore sordo che risaltò sopra i mugugni e i sospiri dei due in video. Notai un sorriso sul suo volto.

«Ti sei convinto o vuoi andare avanti?» mi chiese.

«Ho capito il tuo gioco. Vuoi mettermi in imbarazzo e ti sei inventata questa storia apposta.»

«Sì, certo.»

«Davvero pensi che possa imbarazzarmi per un film per adulti?»

«Benissimo, allora vediamo come va a finire.»

Il seno della bionda non era esagerato, ma era molto armonioso e sodo. Mamadou sembrava gradirlo parecchio. Lei disse qualcosa; lui sorrise e la baciò di nuovo in bocca. Afferrò con due dita il laccetto della parte inferiore del bikini e tirò. Lei rimase nuda e per immortalare il momento il cameraman compì uno zoom sul suo sedere.

Rischiai di non capire più niente quando mi accorsi delle due fossette appena sopra il fondoschiena. Cercai di concentrarmi sul piccolo tatuaggio che aveva sul gluteo sinistro. Era una rosa rossa stilizzata.

A quel punto, il mio cervello riuscì a produrre un pensiero di senso compiuto: Elisabetta non mi aveva mai detto di avere dei tatuaggi.

«Sai che ti dico? Secondo me questo non è nemmeno un film porno. Sarà qualche filmato stupido che avrai trovato chissà dove» dissi sicuro.

Come al solito, non distolse la vista dallo schermo.

«Si intitola “Sogni bagnati”, ma il titolo originale è in francese. Ah, adesso arriva la parte migliore!»

Mamadou e la bionda si erano spostati in salotto. Lei lo fece sedere su una poltrona e si inginocchiò in mezzo alle sue gambe, mentre il cameraman riprendeva tutto da dietro le spalle di lui. Slegò i lacci del costume e ne strinse l’orlo superiore con entrambe le mani. Si fermò e sorrise. Era davvero molto carina. Del resto, assomigliava a Elisabetta, non poteva essere altrimenti. Disse qualcosa, sorrise ancora, tirò giù i bermuda e…

Ok, a posto così, pensai.

Afferrai lo schermo del portatile e lo chiusi prima che fosse troppo tardi.

«Che succede? Non ti piace?» chiese Elisabetta facendo finta di essere sorpresa.

«Ok, hai vinto tu» risposi.

«Se vuoi, in camera dovrei avere anche il seguito. Vado a prenderlo?»

«Ho detto ok, basta, mi arrendo. Sono in imbarazzo, sei riuscita a mettermi in imbarazzo. Possiamo fermarci qui.»

Elisabetta batté le mani compiaciuta.

«Oh, finalmente! Visto che dicevo la verità?»

«No, un momento! Ho detto che mi hai messo in imbarazzo, non che credo alla tua storia.»

Le cascarono le braccia lungo i fianchi.

«Ma se mi hai appena vista mentre prendevo in…»

«Alt! Non ti azzardare a finire questa frase.»

«Si può sapere che altro devo fare per farmi credere? Sono io quella del video!»

«Ascolta, non prendermi in giro. Quella ragazza aveva gli occhi diversi dai tuoi.»

«Te l’ho detto! Sono lenti a contatto!»

«Sì, sì, lenti a contatto, certo.»

Alzò lo sguardo al cielo.

«Oddio, dimmi che stai scherzando.»

«E poi tu non hai mai avuto tatuaggi!»

«Come fai a dirlo?»

«Non ne hai mai fatto menzione fino a oggi.»

«Ah, no?» commentò.

«No.»

Si alzò dalla sedia, si sbottonò i pantaloni e si voltò. Indossava delle mutandine azzurre.

«Questo cos’è, allora?» chiese.

Un gran bel culo, fui sul punto di rispondere.

Sul gluteo sinistro vi era in effetti il disegno stilizzato di un fiore, la stessa rosa rossa che aveva la ragazza del video. In quell’istante mi venne in mente Paride e come avrebbe reagito a una notizia del genere.

Non ero ancora del tutto convinto, comunque.

«Puoi alzare un attimo la maglietta?» domandai.

«Perché?»

«Tu fallo e basta.»

Pur dubbiosa, alzò la maglia fino quasi a metà schiena.

Sì, aveva le fossette. Aveva quelle fossette, le stesse della ragazza.

Mi alzai di scatto con la testa stretta tra le spalle tese.

«Cazzo! È vero!» esclamai con le mani tra i capelli.

La mia uscita parve soddisfarla. Si rivestì, spense il computer e lo riportò in camera. Quando tornò in cucina mi trovò appoggiato al lavello che fissavo le piastrelle.

«Avrei voluto dirtelo prima» disse avvicinandosi.

«Sì, avresti dovuto.»

«Avevo paura. Non è una cosa semplice da rivelare.»

«Sì, immagino. Ne so qualcosa.»

Sorrise, ma tornò subito seria.

«Questo cambia qualcosa tra di noi?»

Lasciai stare il lavello e le afferrai i fianchi.

«Ascolta, ho fatto cose orrende e dovrò farne di peggiori in futuro. Non sono nella posizione di giudicare nessuno. Ammesso che vi sia qualcosa da giudicare.»

Allungò le braccia, appoggiando le mani sulle mie spalle.

«Non ti dà fastidio che io faccia questo lavoro?»

Sospirai.

«Se per fastidio intendi gelosia, sì, mi dà molto fastidio. Ma è il tuo lavoro e io non sono nessuno per dirti cosa fare della tua vita.»

«Non è vero che non sei nessuno» disse sottovoce.

«Va bene. L’unica cosa che conta è che alla fine tu me ne abbia parlato.»

«Scusa.»

La abbracciai e le accarezzai la schiena.

«Non c’è niente per cui tu debba scusarti. Anche io ti ho mentito per tanto tempo. Siamo pari anche in questo.»

«Non hai idea di che peso mi sia tolta» disse.

«Potevi essere un po’ meno esplicita e teatrale, però.»

«Scusa, volevo vendicarmi dello spavento che mi sono presa a casa tua» rispose sorridendo.

Andò a sedersi e mi indicò la sedia.

«Da quanto tempo lo fai?» chiesi prendendo posto.

«È cominciato tutto un anno e mezzo fa. Avevo iniziato l’università, ma volevo un lavoro. Non mi andava di dipendere del tutto da mio nonno. Ho provato a fare la cameriera per un po’, ma non era cosa.»

Appoggiai i gomiti sul tavolo.

«Quindi, spinta dallo sconforto, ti sei detta “al diavolo tutti, voglio fare la pornostar!”»

«No, sciocco. È stato grazie a Mamadou.»

«Mamadou? Quel Mamadou? Quel Mamadou a cui stavi… poco fa… nel film…»

«Lui. Ci conosciamo da quando eravamo bambini. Era uno dei miei migliori amici. Un giorno l’ho incontrato dopo una vita senza vederlo. Mi raccontò un po’ di quello che aveva fatto in quegli anni e venne fuori che lavorava come attore per una casa di produzione di film per adulti. Non ci volevo credere. Era il bambino più timido e riservato che avessi mai conosciuto.»

«Immagino» dissi per alimentare una conversazione che speravo già finisse in fretta.

«Mi propose di fare un provino perché erano in cerca di nuove ragazze. All’inizio mi sembrò un’assurdità, ma per non sembrare scortese, andai lo stesso. A metà colloquio stavo per andarmene. Poi mi hanno detto quanto avrei guadagnato.»

«Cioè?» chiesi.

«Diciamo molto più di una cameriera.»

Mi misi composto e mi grattai il naso.

«Quindi per tutto questo tempo hai fatto la studentessa a Padova e l’attrice porno in Francia?»

Annuì.

«Sì. Tutte le volte che ti dicevo che andavo a fare dei set in giro per l’Europa, in realtà ero sempre a Marsiglia a girare.»

«Ma non ti ha mai scoperta nessuno? I tuoi? Tuo nonno? Nessuno sa niente?»

«Lo sapeva il mio ex» disse lasciando intendere quello che avevo avuto già modo di sapere. «I miei sono troppo impegnati nelle loro vite per interessarsi della cosa. Mio nonno, per amor del cielo, non sa e non dovrà mai saperlo. Ha già avuto un infarto e non voglio essere io a procurargli il secondo.»

«Ma non sei mai stata riconosciuta in giro?»

«No. Sono film che hanno una circolazione limitata al mercato francese e qua non si trovano. Certo, su internet puoi vedere tutto, ma è difficile che qualcuno che ti vede per strada ti fermi e ti dica “ehi, ma tu sei Dani La Croix! Ho visto tutti i tuoi film! Non ho mai visto nessuna così brava a…”.»

«Alt! Fermati!» ordinai parando le mani aperte davanti a me. «Troppo presto?»

«Decisamente troppo presto.»

«Sì, scusa» disse sorridendo e abbassando un po’ la testa.

In quell’istante ebbi un’illuminazione.

«Aspetta un secondo!» esclamai. «Dani La Croix?»

«Sì, è il mio nome d’arte. Me l’ha scelto Mamadou, per cui se non ti piace prenditela con lui.»

«No, non è a questo che stavo pensando. Sebbene non brilli per originalità, va detto.»

«Qual è il problema, allora?»

«Quando eravamo legati nel mio appartamento, col russo gigante che ci controllava, lui ti aveva detto una cosa che mi era sembrata senza senso. Pensavo fosse qualche cazzata nella sua lingua, ma in realtà mi sa che ha detto proprio “Dani La Croix”. Quel tizio ti aveva riconosciuto!»

Fece una smorfia di disgusto.

«Oddio, quindi quell’animale mi stava immaginando nuda…»

«È probabile.»

Anche Anderlecht aveva detto di avere già visto Elisabetta da qualche parte. Me lo immaginai seduto davanti a un PC con i pantaloni e le mutande calate.

«Cos’è quella faccia schifata?» chiese Elisabetta.

«Lascia perdere…» dissi alzandomi verso la finestra. Restammo in silenzio per qualche minuto ascoltando i suoni che provenivano dalla strada. «Posso farti un’ultima domanda?» chiesi a un certo punto.

«Puoi farne quante ne vuoi.»

Tornai a sedere.

«Ti ricordi la sera che ci siamo quasi baciati a casa mia?»

«Certo che me la ricordo» rispose mettendo i piedi sull’appoggio tra le gambe della sedia.

«Perché ti fermasti?»

Sospirò.

«Quando ti ho conosciuto non avrei mai pensato che potessi affezionarmi così tanto a te.»

«Non hai risposto alla domanda.»

«Cercavo solo di divertirmi. Ero in un periodo un po’ stressante. Lo studio procedeva troppo piano, il lavoro troppo veloce e avevo pure litigato con mio nonno. Avevo bisogno di sfogarmi.»

«E io ti sono sembrato una buona opportunità» dissi con una punta d’orgoglio.

«Sì, insomma, non so perché, ma mi sei piaciuto. Nonostante il tuo approccio sia stato sui generis.»

«Non parliamone, per piacere» risposi.

«Mi piace il mio lavoro, sia chiaro, ma ormai facevo sesso solo per quello. Era diventato un impegno. Volevo ritornare a farlo per puro piacere.»

«E cosa ti ha fatto cambiare idea?»

«Non lo so. Quella sera sono stata davvero bene con te. Per la prima volta dopo tanto tempo avevo passato una serata senza pensieri e mentre eravamo lì mi sono resa conto che forse potevi essere qualcosa di più di un semplice divertimento. Non volevo correre il rischio di rovinare tutto bruciando le tappe.»

«Ok…»

«Non so neanche se una cosa del genere abbia senso, ma questo è stato quello che mi è passato per la mente su quel divano.»

Mi inginocchiai vicino a lei e le misi una mano sulla coscia. Me la strinse tra le sue, accarezzandone il palmo.

«Onestamente non saprei» ammisi. «Quello che posso dire è che eravamo entrambi pieni di paure e problemi e forse è stato meglio così. Se quella sera ci fossimo baciati, probabilmente adesso non saremmo qui. Avremmo sgombrato la testa per qualche ora e saremmo tornati dopo poco alle nostre vite. Io sarei al Maldura a cercare qualche altra persona con cui sfogarmi e tu… pure!»

Ridemmo entrambi.

«Saremmo stati molto più rilassati» commentò lei.

«Già. Senza dubbio» convenni. «Ma alla fine non sarebbe cambiato nulla e non ti avrei mai conosciuta davvero.»

«Vale lo stesso per me.»

«Sono davvero contento di non averti mai baciato» dissi mentre con una mano spingevo sul pavimento per sollevarmi.

«Davvero?» chiese lei piegandosi su di me.

La sentivo. Il respiro, il battito del cuore, il calore. Era lì, su quella sedia. Solo una ragazza. Solo io e lei. Solo Elisabetta e Alberto. Un ragazzo e una ragazza.

E Anderlecht e gli altri. E i russi. E i Parise. E fanculo, no.

Mi alzai di scatto con le mani tra i capelli.

«No, scusa. Non posso.»

Chinò la testa in silenzio.

«Perché?» domandò dopo qualche istante.

«È pericoloso, è troppo pericoloso. Avevo già deciso che non ci saremmo più visti. Questo complicherebbe solo le cose.»

«Io vorrei solo…» disse con voce più fioca.

«No» dissi afferrandole il volto. «Per piacere, non dire niente.»

Le diedi un bacio in fronte e la abbracciai. Per qualche secondo rimanemmo in silenzio.

«Ho i miei documenti di identità originali nella borsa se li vuoi vedere» dissi.

«Non me ne frega niente» rispose.

Seguirono altri minuti senza parole.

«Devo andare» dissi.

Le accarezzai i capelli e lei finalmente si staccò, anche se continuava a stringermi le mani.

«Va bene» sospirò.

«Ogni tanto mi farò sentire. Prometto che prima o poi tornerò a trovarti.»

«Non così in fretta» disse. «Io ti lascio andare, ma solo a una condizione.»

«So già che non mi piacerà» risposi.

«Lasciati aiutare. Fammi fare qualcosa che ti possa essere utile, qualsiasi cosa. Ti prego.»

Mi passai una mano sulla fronte.

«Tutto quello che fai con me o per me potrebbe metterti in pericolo.»

«Lo so, ho capito. Però per me sarebbe tutto più semplice se sapessi di aver fatto qualcosa per aiutarti.»

Feci qualche passo avanti e indietro per la cucina. Lei mi guardava torturandosi le unghie coi denti.

Mi fermai, mi passai una mano sulla bocca, mi grattai il mento.

«Tanto per cominciare: hai cinquemila euro?»

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