Il piano era perfetto. Io ed Elisabetta lo avevamo ripassato un sacco di volte, anche perché volevo essere sicuro che andasse tutto bene e che non le succedesse nulla.
Era stata un’operazione complicata e macchinosa. Nessuno doveva sapere che io e lei ci vedevamo ancora. Non potevamo incontrarci, non potevamo sentirci al telefono o sui social network, non potevamo scambiarci e-mail. Anderlecht e gli altri spiavano ogni cosa che facessi. Anche su internet. Bisognava sfruttare i momenti in cui i loro occhi non potevano raggiungerci. Quando andavamo in bagno, per esempio.
Quello spiato con costanza ero io, non lei. È vero, avevo chiesto che la controllassero e la difendessero, ma sapevo che erano troppo concentrati su di me per farlo sul serio.
Ci trovavamo nei servizi dei bar. Lei andava in un locale, ci stava per un po’, poi a un orario stabilito andava alla toilette. Io allo stesso tempo entravo, ordinavo un caffè e chiedevo di usufruire dei bagni. Era fondamentale scegliere posti che non avessero la divisione tra cessi per gli uomini e per le donne. Lì dentro non potevano vederci e non potevano sapere con chi fossi.
Erano conversazioni brevi, due o tre minuti al massimo, alla fine delle quali ci davamo le coordinate per l’appuntamento successivo. Dopodiché io uscivo, pagavo e mi allontanavo il più velocemente possibile dal bar. Solo a quel punto poteva venire fuori anche lei. Una faticaccia.

In università cambiavamo strategia e sfruttavamo le biblioteche, soprattutto quella del Maldura. Lì nessuno dei miei controllori avrebbe potuto coglierci sul fatto. Bastava non superare mai la soglia dei due o tre minuti.
Avevo dato a Elisabetta il numero del signor Rinaldi perché lo contattasse e gli desse istruzioni, visto che io non potevo farlo. In pratica avrebbe gestito tutto lei sotto le mie direttive.
Lo scambio sarebbe avvenuto di persona. Controllai le fermate ferroviarie tra Padova e Milano per scegliere il posto più adatto. Mi ricordai che una volta, anni prima, ero andato a trovare un amico a San Bonaldo, nel veronese. Vicino alla stazione avevo visto un grosso parcheggio incustodito. Quello sarebbe stato il posto ideale per un incontro.
Sarebbe accaduto tutto alle otto di un martedì sera, in modo da avere buio, poca gente e la possibilità di riprendere un treno per il ritorno. Il signor Rinaldi sarebbe arrivato in macchina e si sarebbe fatto trovare nella sua vettura.
Il pagamento sarebbe avvenuto in contanti. Rischioso, ma non volevo lasciare alcun tipo di traccia. Elisabetta avrebbe trasportato il contante in due buste inserite dentro la fodera di un cappotto. Non potete sapere che storie per convincerla. Fui costretto a comprargliene uno nuovo a buon mercato in un negozio gestito da cinesi. Rovinare uno dei suoi era fuori discussione.
Il dialogo tra lei e il signor Rinaldi sarebbe stato catturato da un piccolo registratore che avrebbe tenuto nella borsa.
Tutto perfetto.
Dopo innumerevoli incontri in bagno, il gran giorno arrivò. Fu uno strazio. Non potevo sentirla, non potevo sapere come procedevano le operazioni, non potevo ascoltare subito quello che aveva da dirmi il signor Rinaldi. Ammesso che avesse davvero qualcosa di interessante da dirmi. C’era il rischio concreto di far spendere cinquemila euro a Elisabetta per niente.
Riponevo in lei un’estrema fiducia. La storia la sapeva, l’avevo istruita sui punti più oscuri, sapeva che domande fare. Mi ero raccomandato di non raccontare troppo di noi, di lei e soprattutto di me. Se proprio vuoi fare conversazione, depistalo, racconta delle bugie, le avevo detto. Cazzo, era pur sempre un’attrice.
Passai tutto il giorno a controllare l’orologio. Quella sera ci misi una vita e quattro camomille per prendere sonno.
***
Mercoledì non ci saremmo incontrati. Meglio aspettare e non rischiare. Come prevedibile, passai tutto il giorno a maledire il mio scrupolo.
Il grande incontro sarebbe avvenuto giovedì, all’ora di pranzo, dentro la biblioteca del Maldura. Le cose da dire sarebbero state troppe, per cui chiesi a Elisabetta di stendere un resoconto scritto di quanto accaduto.
Alle undici presi posto in uno dei banchi del salone principale e feci finta di studiare per un po’. A mezzogiorno, preciso, mi andai a imbucare in una delle salette laterali. Controllai un po’ di scaffali, poi raggiunsi quello che mi interessava. Ero in un angolo addossato al muro, buio e isolato. Perfetto.
Elisabetta arrivò dopo pochi secondi. Avevo tanta voglia di abbracciarla, di accarezzarla, di fare scivolare le mani sotto il golfino verde. Non mi guardò neanche.
Prestò attenzione solo ai titoli dei libri. Si accovacciò per leggere quelli più bassi. Ne tirò fuori uno e appoggiò un quaderno per terra. Sfogliò un paio di pagine, lo ripose, riprese il quaderno e se ne andò. Aveva lasciato per terra una busta. La recuperai, la piegai a metà e la infilai in tasca.
Poteva essere l’ultima volta che vedevo Elisabetta e non c’eravamo detti nemmeno “ciao”.
Tornai a sedere al mio posto. Feci passare un’altra ora senza fare niente di costruttivo.
Poco dopo l’una me ne andai.
Mi diressi verso i bagni. Entrai in un gabinetto, poggiai la borsa per terra, mi calai i pantaloni e mi sedetti. La recita doveva essere credibile nei minimi dettagli.
Presi la busta e la aprii. Era un foglio A4 scritto al computer.
Iniziai a leggere.
Cercherò di essere il più breve possibile. Il viaggio in treno è andato bene e credo che nessuno mi abbia pedinata. Sono arrivata a San Bonaldo puntuale, verso le sette e mezza. Per non dare nell’occhio, ho fatto una passeggiata nei dintorni. Alle otto ero al parcheggio. Sono andata in fondo, come mi avevi detto. L’angolo più buio. Tirava anche un po’ di vento. Faceva paura quel posto.
C’erano poche auto, la maggior parte parcheggiate vicino all’uscita. In fondo, ho scorto una BMW grigia. L’auto che il tizio mi aveva descritto. Dentro c’era un uomo. L’ho guardato e ho starnutito per finta. Era il gesto che avevamo concordato per farmi riconoscere. Ingegnoso, vero? Lui ha risposto azionando per pochi secondi le quattro frecce. Era lui.
Per fortuna che ha detto che l’avrebbe fatta breve, pensai mentre ripiegavo il foglio e lo infilavo di nuovo in tasca. Mi rivestii, tirai lo sciacquone e uscii. Non potevo stare in quel bagno all’infinito.

Volevo tornare verso casa, ma appena girato l’angolo notai dei visi familiari attraverso la porta di vetro dell’uscita di emergenza.
Paride e Tina erano in piedi vicino a una panchina. Mi nascosi subito dietro il muro per non farmi vedere.
Tina era fuori di sé, urlava, agitava le braccia, era sul punto di piangere.
«Sei uno stronzo! Mi fai schifo! Non voglio più vederti!»
Mi ricorda qualcosa, pensai.
«Ascoltami, piccola, non è come sembra!»
Anche questa non mi era nuova.
«Mi hai preso per scema? Questa troia ti ha mandato un messaggio in cui c’è scritto che non vede l’ora di succhiarti il cazzo un’altra volta!»
«È tutto un grosso equivoco, giuro!»
Mi dovetti mettere una mano davanti alla bocca per non scoppiare a ridere.
Senza farmi vedere, li lasciai lì e me ne andai nella direzione opposta, verso l’entrata principale del Maldura.
Andai nel bar di fronte e ordinai un panino. Pranzai con tutta calma, ripensando al litigio tra i miei amici e non potendo fare a meno di sorridere per la sfuriata che Paride stava subendo.
Prima di pagare, andai in bagno. Ripresi la lettera da dove l’avevo interrotta.
Sono entrata in auto di corsa. Devo confessartelo: lui è molto carino. Non dimostra per niente l’età che ha. È solo un po’ bassino. E ha le mani piccole. Brutto segno… scusa, deformazione professionale 😊!
Alzai gli occhi al cielo sorridendo.
Allungai il braccio stendendo bene la mano. La scrutai per qualche secondo. Scossi la testa, mi diedi dell’idiota e ripresi a leggere.
Aveva i capelli corti, era rasato e ben vestito. Si è presentato e mi ha stretto la mano. Ho detto di chiamarmi Daniela. Ha provato a fare qualche domanda su di te e su cosa ci legasse, ma ho dato risposte talmente elusive che ha lasciato perdere quasi subito.
Gli ho dato i soldi. Lui si è fidato e non li ha contati. Ha preso un fascicolo da una valigetta e me lo ha dato. Te lo farò avere. Devo solo trovare il modo per passartelo in sicurezza. Comunque mi ha fatto un po’ il riassunto della situazione su cui tu gli hai chiesto notizie.
Giuseppe Zoratti era un giovane ispettore di polizia con molto entusiasmo. Seguendo alcuni casi di ricettazione aveva notato alcune coincidenze sospette e aveva iniziato a indagare più a fondo. Scoprì che spesso c’era una mano comune dietro a quei fatti. E che quella stessa mano era implicata anche in altre cose molto simpatiche come traffico di droga, sfruttamento della prostituzione, riciclaggio di denaro sporco e persino un paio di omicidi. Ha scoperto troppe cose. Ha scoperto anche che nessuno aveva mai fatto niente contro queste persone perché qualcuno che stava molto in alto le proteggeva. Era in affari con loro, in pratica. Nonostante questo, riuscì comunque a ottenere qualcosa. Intorno al 1986 il potente che copriva tutta la montagna di merda morì. Qualcuno iniziò a parlare, altri si resero conto che la torta era grossa e vollero prendere la fetta più grande. In molti fecero lo stesso nome: Mauro Mancuso. Zoratti ottenne qualche arresto. In molti pensarono che stesse per arrivare al bersaglio principale. Ma nel luglio del 1987 lo trovarono morto. Nessuno proseguì più le indagini. Mauro Mancuso sparì e nessuno lo trovò mai. Tutte le attività criminali riconducibili a lui cessarono.
Questo è quanto mi ha raccontato. Nel fascicolo dovrebbe esserci qualche articolo e qualche atto, ma niente di più di quello che ti ho scritto. Non ricordo che tu mi avessi parlato di questo Mauro Mancuso. Sai chi è? Ti dice qualcosa?
Avremo parlato poco più di 20 minuti. Ho provato a chiedergli se sapesse che fine avesse fatto Mancuso o se fosse lui l’assassino dell’ispettore, ma non ha saputo rispondermi.
Pensa sia palese che sia stato Mancuso a uccidere Zoratti. Dopo l’omicidio potrebbe essere scappato all’estero, ma sono idee sue, non fatti. Questo è quanto.
Ci vediamo al Maldura lunedì mattina, verso le dieci, solito posto.
Mi manchi tanto.
Un bacio.
P.S. Gli ho dovuto dare altri 150 euro per la benzina e l’autostrada. Segnati anche questi 😉.

Mauro Mancuso.
Chi cazzo è Mauro Mancuso?
Uscii dal bagno, pagai e mi diressi in centro. Dovevo pensare.
Era la prima volta che sentivo questo nome. Mi sforzai di ricordare tutti i TG, tutti i giornali, tutte le conferenze che avevo visto, letto o ascoltato. Niente. Nessuna reminiscenza, nessuna lampadina.
Più capivo di non avere elementi sufficienti per individuarlo, più i dubbi venivano a galla.
Può essere che sia implicato coi Parise?
Possibile che abbia preso una cantonata?
Solo una coincidenza che uno che pare essere il padre della mia benefattrice sia stato ammazzato da un mafioso?
Ma chi è Mauro Mancuso?
Andai in Piazza dei Signori. Il sole era alto, primaverile, caldo. Comprai una bottiglietta d’acqua e andai a sedermi sugli scalini della Loggia della Gran Guardia. Mi passarono davanti molte persone. Alcuni andavano al bar, altri si prendevano un gelato, altri ancora passeggiavano e basta. La Torre dell’Orologio vigilava su tutto.
Finii di bere e mi alzai per andare a gettare la bottiglia in un cestino. Quando tornai agli scalini, Anderlecht si era seduto al mio posto. La bella giornata lo aveva spinto a rimettersi la maglietta del nostro primo incontro. Quanti bei ricordi.
D’istinto toccai la tasca dove avevo conservato la lettera. Feci un sorriso e mi sedetti vicino a lui.
«Se non fosse per l’abbigliamento, direi che sono quasi felice di vederti» dissi.
«Quest’anno stiamo andando forte in Champions. Esprimo il mio orgoglio per quello che sta facendo la mia squadra.»
«La tua squadra di ladri.»
«Il bello di lavorare con te è che hai sempre una buona parola per tutti.»
«Che ci vuoi fare? Sono una persona positiva.»
Si accese una sigaretta.
«Abbiamo finito di interrogare i russi dell’altra sera.»
«Buone notizie?»
«Né buone né cattive. Sono tre scagnozzi alle dipendenze di un importante uomo d’affari russo.»
«Lukjanenko?»
«Lo pensavamo anche noi, ma il problema è sempre lo stesso: non esiste nessuno che abbia un minimo di potere in Russia che si chiami Anton Lukjanenko. Credo proprio che gli asiatici ci abbiano dato un nome finto.»
«Benone…»
«Già.»
«Ma perché questo tizio dovrebbe avercela con me?»
«Hanno parlato solo di un grosso affare che è saltato per colpa tua.»
«Come? Cosa avrei fatto io?»
«Quello che ti ho detto.»
«Sì, ok, ma non hanno detto altro?»
Si grattò il mento come faceva sempre.
«Non hanno detto altro. Probabilmente non sanno altro. Sono semplici tirapiedi.»
La testa mi scivolò verso il basso, ciondolando sul petto.
«Non ne verrò mai fuori da tutto questo» sospirai.
Anderlecht si alzò e si pulì il retro dei pantaloni con un paio di manate.
«Devi ammettere che qualche piccolo passo in avanti lo stiamo facendo» disse con la sigaretta tra le labbra.
«Sì, ma di questo passo dovrete anche organizzarmi la festa di laurea.»
Gettò il mozzicone per terra e lo spense con la punta della sua Nike bianca.
«Non vorrai mica costringermi a rifarti il solito discorso sulla missione, sulle tue…»
«Sì, sì, lo conosco, lo conosco. Lascia stare.»
Distolsi lo sguardo da lui e per qualche secondo mi distrassi a guardare due cani al guinzaglio che si azzannavano al centro della piazza tra le grida dei loro padroni.
Andy stava ancora impalato davanti a me, con le mani in tasca e un ciuffo di capelli storto che gli copriva l’occhio sinistro.
«Che c’è? Mi guardi in modo strano» dissi.
«Niente, è meglio che vada. Avrai presto mie notizie.»
Mi diede una pacca sul ginocchio e sparì in direzione di Via Vescovado.

Ne avevo abbastanza di congetture e non ne potevo più di avere a che fare con persone di cui ignoravo l’identità.
Tornai al Maldura. Mi sarei seduto su una panchina, avrei bevuto una bibita fresca e mi sarei goduto la bella giornata. Magari avrei incrociato Elisabetta. Mi sarebbe bastato vederla, sapere che stesse bene.
Presi una Coca al distributore e andai alle panchine vicino all’uscita di emergenza, dove qualche ora prima avevo assistito al litigio tra Tina e Paride.
Nel frattempo, avevo però rimosso quell’episodio. Quando arrivai lei era ancora lì, con il cellulare in mano e gli occhi gonfi. Prima che potessi fare marcia indietro, mi vide e mi salutò. Ricambiai con un gesto del capo e mi sedetti vicino a lei.
«Non hai una bella cera.»
Prese un fazzoletto dalla borsa e si asciugò le lacrime.
«Paride è andato a letto con un’altra» disse tra un singhiozzo e l’altro.
«Ah… ma dai? Dici sul serio?» dissi reagendo con un secondo di troppo.
«Sì, l’ho scoperto stamattina.»
«Come?»
«Ho spiato i messaggi sul suo cellulare. Lo so, è una cosa che non si fa, ma era strano ultimamente…»
«E che hai trovato?»
«Tutta una conversazione con questa troia che ha conosciuto chissà dove.»
«Magari hai equivocato.»
Strinse forte il fazzoletto e fece sparire per qualche secondo i singhiozzi.
«Ci vediamo stasera?» disse imitando una vocina stridula. «Non vedo l’ora di averti qui e stare con te. E scoparti tutta la notte.»
«Ah, però…» commentai.
«Mi spieghi cosa ci sarebbe da equivocare? E vuoi che te ne dica altre?»
«Se hai voglia di parlarne.»
«Vanno avanti da settimane. Si mandavano un sacco di messaggi sconci. Vorrei farti questo, vorrei farti quello. Vorrei farlo così, vorrei farlo colà. Sempre, a tutte le ore. Messaggiava con lei anche quando eravamo insieme.»
Si mise le mani sul volto e pianse ancora. Le accarezzai la schiena e provai a consolarla.
«Dai, su. Lo hai sempre saputo che Paride era un po’… come dire… farfallone…»
«Ma io…» sospirò sottovoce.
«Noi uomini sappiamo fare davvero schifo.»
«Siete tutti stronzi.»
L’abbracciai forte e le accarezzai la testa.
«Lo so, lo so.»