La porta era aperta. Vetri ovunque, sedie ribaltate, qualche macchia di sangue sui muri e sul pavimento.
Celtic era in piedi vicino al corridoio e parlava al cellulare. Anderlecht era seduto sul divano, ma appena mi vide si alzò e mi venne incontro.
«Dove cazzo eri finito?» chiese subito a muso duro.
«Mi prendi in giro?» gridai. «Dove ero finito io? Dove eravate voi piuttosto!»
«Datti una calmata!»

Allargai le braccia.
«Ah, io dovrei calmarmi?»
«Non c’è bisogno di agitarsi.»
«Vi rendete conto di che cazzo è successo?»
«Sì, ma mi sembra che tu sia ancora qua tra noi, no?»
Serrai le palpebre e contai fino a dieci. Rividi il volto terrorizzato di Elisabetta e sbottai di nuovo.
«C’era una cazzo di persona nel mio appartamento!» urlai.
«Lo abbiamo bloccato per tempo.»
«Non avreste dovuto bloccarlo! Non dovevate nemmeno farlo entrare! Questa casa è piena di telecamere e spie. Si può sapere come avete fatto a non accorgervene?»
Celtic interruppe la telefonata e si avvicinò.
«Ci siamo attivati appena ce ne siamo accorti» disse mentre riponeva il cellulare nella tasca interna del giaccone.
«Ah, ma bravi. Davvero tempestivi…»
«Hanno cercato di distrarci» intervenne di nuovo Anderlecht.
«Hanno? In quanti erano?»
«Almeno in tre» spiegò Celtic. «Uno ti ha seguito fino al bar in cui sei stato, un altro era appostato in un’auto poco distante da qua. Il primo ci ha fatto credere di essere pronto ad attaccarti, ma era solo un’esca. Mentre noi eravamo concentrati su di lui, il bestione è entrato nell’appartamento e ti ha aspettato.»
«Esatto» aggiunse Anderlecht. «Appena ci siamo accorti del trucco, sono corso qua, ma prima dovevamo fermare gli altri due.»
Sospirai.
«La mia sicurezza non dovrebbe essere la priorità?» domandai.
«Lo è» rispose Celtic. «Se avessimo fermato prima il tizio che era qua, i suoi amici sarebbero venuti ad aiutarlo e tutto si sarebbe complicato. Così invece lo abbiamo isolato e lo abbiamo messo in inferiorità numerica.»
Anderlecht spostò un cumulo di cocci di vetro con un piede e si appoggiò sullo schienale della poltrona.
«L’autista e quello che ti ha seguito al bar erano già pronti per caricarti e portarti via. Noi li abbiamo presi in tempo. Quell’altro è rimasto bloccato qui, ignaro di tutto. Quando abbiamo capito che non poteva più avere aiuto da nessuno, ci siamo occupati di lui» aggiunse.
Poggiai le mani sui fianchi, fissando un punto non definito del pavimento. Lo slancio di rabbia iniziale andava scemando.
Andai a recuperare una delle sedie buttate per terra. La tirai su e mi sedetti. Feci schioccare il collo per eliminare un po’ di tensione.
«Cosa ne avete fatto?» chiesi.
Si guardarono come per consultarsi a vicenda.
«Non hai bisogno di sapere i dettagli» rispose Celtic dopo qualche secondo.
«Li avete…?»
«No, ci servono vivi. Li abbiamo portati in un posto sicuro. Cercheremo di farci dire più cose possibili.»
Presi atto della risposta facendo un gesto col capo.
«Il tizio che mi ha attaccato parlava in russo» dissi.
«Lo sappiamo» replicò Anderlecht. «Sono quasi sicuramente uomini di Lukjanenko, anche se questi mi sono sembrati molto meno organizzati degli asiatici dell’altra volta, al di là del trucco del finto pedinamento.»
«Dici?»
«Sì, non mi danno l’idea di essere professionisti. Non dei più seri comunque. Potremmo dirti di più tra qualche giorno.»
Allungai le braccia per stirare i muscoli. Sentivo ancora dolore al collo. Feci roteare la testa un paio di volte, in senso antiorario.
«Ti sei fatto male?» chiese Celtic notando i miei gesti.
«Sì, ma non è niente di grave. Passerà. L’importante è che Elisabetta non si sia fatta niente.»
«Ah, sì, appunto!» esclamò Anderlecht. «Che ci faceva lei qua? Eravamo stati chiari in proposito.»
Una fitta mi colpì l’estremità posteriore del cervello.
«L’avevo fatta venire qua proprio per parlarle e dirle che non potevamo più vederci. Avrò avuto almeno il diritto di farlo di persona, no?»
«Sì, ma è stato imprudente farla venire qua.»
«Pensa un po’, credevo fosse il posto più sicuro di Padova.»
«Dov’è adesso?»
«L’ho riportata a casa.»
«Che cosa le hai raccontato?»
Sentii una contrazione all’altezza del diaframma. Infilai il pollice all’interno della mano chiusa a pugno e strinsi con le altre dita.
«Niente» risposi. «Ho cercato di far finta di non sapere cosa stesse accadendo. Poi l’ho convinta che il russo doveva essere un ladro e che sarei andato dalla polizia a denunciare tutto. Non è la storia migliore del mondo, ma non ho saputo improvvisare niente di meglio.»
«Se l’è bevuta?»
«Credo di sì, ma ho dovuto dirle che l’avrei tenuta aggiornata.»
Questa frase mi uscì di getto. Solo dopo averla pronunciata capii che poteva darmi l’occasione di rivedere Elisabetta un’altra volta.
Celtic fece una smorfia.
«Hai fatto bene, ma ricordati che devi troncare. Inventati un’altra bugia, fai quello che ritieni più giusto, ma fai scappare quella ragazza da te. Ti sta solo complicando la vita.»
«Come se non fosse stata già abbastanza difficile…»

***
Dopo la fuga fedifraga della sera dell’assalto, non avevo più né visto né sentito Paride. In pratica avevo passato cinque giorni in isolamento a risistemare l’appartamento e a progettare con calma le nuove spedizioni alle mense.
Rividi Paride alla ripresa delle lezioni, dopo la pausa per gli esami. Lo trovai seduto su una panchina del Maldura, quella più vicina all’ingresso, da solo. Si stava rollando una sigaretta e non si accorse del mio arrivo. Mi colpì che indossasse una maglia a maniche corte. La temperatura si era alzata negli ultimi giorni, ma non tanto da rischiare una polmonite in maniera così sfrontata.
Mi sedetti vicino a lui e fu solo allora che si rese conto della mia presenza.
«Ah, sei tu! Come va?»
«Stanco. Ho avuto qualche casino di recente.»
«Mi dispiace. Sempre colpa di Elisabetta?»
«Sì, anche.»
Alzò il capo di scatto e mi guardò.
«Un momento! Come è finita con la tipa del bar? Non mi hai più raccontato niente!»
«Niente di che» minimizzai. «È andata di sicuro meglio a te» buttai lì.
Voleva essere una stilettata polemica, ma lui equivocò.
«Vecchio, che serata! Quella tipa è un’esagitata. Il culo! Dovresti vedere come muove quel…»
«Sì, sì, ho capito, ho capito. Non c’è bisogno che mi racconti tutti i dettagli.»
«No, tu non hai idea» disse scuotendo la testa. Socchiuse gli occhi e si morse le labbra. «Un sogno, cazzo!»
«Scusami, ma Tina?»
«Tina cosa?»
«La tua fidanzata, ricordi?»
«Sì, ma che c’entra lei adesso?»
«Sa delle tue avventure con Miss Culo da Sogno?»
«Certo che no.»
«Pensi di dirglielo?»
«Mi hai preso per scemo?»
«No, domandavo così, per fare conversazione.»
Si accese la sigaretta e distese le gambe.
«La tipa dell’altra sera non era mica una cosa seria. Era solo un passatempo.»
«Sì, sì, ovvio, ci mancherebbe.»
«Non sarai mica dispiaciuto per Tina?»
«Non saprei. Dipende.»
«Tra di noi ci sono sempre state condizioni chiare e cristalline. Stiamo insieme, ma non ci neghiamo altri divertimenti.»
«Se lo dici tu.»
«Fidati. Guarda che le voglio bene.»
Decisi che avevo bisogno di una tregua.
«Vado a prendermi qualcosa da bere alle macchinette. Vuoi niente?»
«No, grazie. Resto qua a godermi il sole» disse poggiando sul naso un paio di occhiali da sole dalla grossa montatura gialla.
Lo lasciai lì ed entrai nel palazzo. Superai un piccolo corridoio ricoperto di annunci e svoltai subito a sinistra, sotto la struttura della scala, dove erano piazzati i distributori. Mi aggiunsi alla coda davanti a quello del caffè.
Iniziai a pensare ai fatti miei, ma una voce mi riportò alla realtà quasi subito.
«Ciao, Biagio.»
Mi voltai per vedere chi fosse. Anche se lo avevo già capito.
«Ciao, Eli» risposi.
Indossava una giacca beige con grosse cerniere argentate. I capelli erano sciolti, il trucco appena un po’ più marcato del solito.
«Vorrei parlarti» disse.
Anche io, tanto, pensai.
«L’altra sera mi sembrava di essere stato chiaro.»
«Lo so, ma ho bisogno di parlarti. Lasciamelo fare almeno per un’ultima volta.»
«Fammi prendere il caffè prima» risposi.
Aspettò in silenzio che arrivasse il mio turno. Quando la guardavo sorrideva. Non ero così sicuro di voler sentire cosa volesse dirmi.
Presi un caffè con cioccolato e proposi di andarci a sedere sulle panchine del piazzale in marmo bianco che si trovava lì vicino.
Prendemmo posto in quella più distante dalla vetrata, nell’unico angolo d’ombra.
«Non hai lezione, vero?» domandò subito.
«No, tranquilla. Nel caso, può anche aspettare.»
Poggiò la borsa per terra e prese fiato.
«Bene» iniziò. «Io non ti credo.»
«Non credi a cosa?»
«A tutto quello che mi hai raccontato.»
Le poggiai una mano sul ginocchio.
«Eli, ascoltami, so benissimo che la mia storia è assurda, ma mi devi credere.»
«No. Ti sei inventato tutto per potermi scaricare» replicò rimanendo dritta sulla schiena.
«Ma magari! Non voglio allontanarti da me.»
«Hai cercato di farlo.»
«Sì, ma per il tuo bene.»
«Dai, smettila. È la più classica delle scuse idiote!»
«Ma anche fosse, secondo te mi sarei inventato una cosa del genere?»
Non disse niente e si voltò dall’altra parte.
«Potrebbe anche essere» rispose.
«Cosa devo fare perché tu mi creda?»
«Voglio delle prove.»
«Sei stata aggredita da un delinquente russo grande il triplo di me! Che altre prove vuoi?»
«Quell’uomo poteva essere chiunque.»
«Certo, avrei assunto un energumeno per farmi prendere a legnate e distruggere casa solo per poterti mollare.»
Tornò a guardarmi. Aveva le mani ferme, i muscoli facciali ben distesi. Non era tranquilla, ma la sua era un’espressione di turbamento, non di rabbia.
«Se è vero quello che mi hai raccontato, dimostramelo. Ti prego.»
Mi avvicinai e le accarezzai il volto. La strinsi a me e le diedi un bacio in fronte.
«Perché insisti così tanto? Di cosa hai paura?»
«Dammi delle prove, qualcosa di concreto. Posso vivere tranquillamente senza di te, ma non con il sospetto che tu mi abbia preso in giro.»
Le accarezzai i capelli, godendomi il loro odore. La afferrai per le spalle e la allontanai di qualche centimetro per parlarle in faccia.
«Non ti sto prendendo in giro. L’ho fatto con talmente tante persone che ormai mi nausea anche solo l’idea.»
Allungò le braccia verso il collo e mi abbracciò forte.

Stavamo lì, vicini, a contatto. Sentivo la forma del suo corpo e mi parve così delicata e fragile, tanto da aver paura di romperla, di lasciarla andare via, di perderla.
«Se la cosa può farti star meglio, posso vedere cosa posso fare» dissi.
Si strusciò con leggerezza. Un formicolio mi attraversò il corpo.
«Grazie.»
Le feci qualche grattino lungo la schiena e lei si fece dondolare dal mio respiro in silenzio.
«Anche io ti ho preso in giro» disse mentre stava ancora con la guancia contro il mio petto.
«Cioè?»
«Anche io all’inizio volevo solo una storiella da una botta e via.»
Sorrisi.
«Bene, vuol dire che siamo pari.»
«E poi ti ho anche mentito riguardo al mio lavoro.»
«Lasciami indovinare. Sei un assassino mandato dalla mafia per uccidermi?»
Mollò la presa, tornando a sedersi in modo composto.
«No. Stupido.»
«Scusa. Dimmi pure.»
Prese di nuovo fiato, poi declamò incerta.
«Non sono una modella. Sono un’attrice.»
Mentre parlava, le labbra sporsero all’infuori, in modo lieve, come quelle di una bambina imbronciata. Un’onda di calore mi coprì la zona sinistra del torace.
«Che tenera che sei…» le sussurrai.
«Sono un’attrice di film per adulti» aggiunse ritmando bene l’andamento delle parole.
«Che tenera che sei…» ripetei replicando in maniera esatta tono e gestualità.
La sua schiena si irrigidì e il sopracciglio sinistro si alzò.
«Hai sentito quello che ho detto?»
«Sì, sei un’attrice, ho capito.»
«Un’attrice di film per adulti.»
«Che tenera che sei…»
«Faccio film porno!» sbottò evitando di alzare troppo il volume della voce, mentre controllava che non vi fosse nessuno nelle vicinanze.
«Sì, sì, certo» replicai. «Come mai hai tutta questa voglia di scherzare?»
Spalancò la bocca e mi diede uno schiaffo su una gamba.
«Non sto scherzando!»
«Ma certo, come no?»
«Non mi credi?»
«Dai, come potrei credere a una storia così assurda?»
«Ma io ho creduto alla tua!»
«Sì, ma la mia è vera!»
Notai che la spalla stava per partire per un altro schiaffo, ma si fermò prima. Afferrò la borsa, se la mise a tracolla e si alzò.
«Bene, se la metti così sarò costretta ad agire di conseguenza. Oggi pomeriggio, ore 15, casa mia. Non ti azzardare a non venire. E porta le prove che ti ho chiesto.»
Se ne andò senza darmi il tempo di replicare. Rimasi a fissarla mentre si allontanava.
Dai, non può essere vero, pensai.