«Buongiorno, redazione della rivista Ryoko.»

«Buongiorno» replicai cercando di mantenere un tono serio.

Dentro quella cabina telefonica si gelava. Era la stessa che avevo utilizzato per contattare la prima volta il giornale dove lavorava Flavio Rinaldi, il tizio che aveva scritto l’articolo sull’ispettore Zoratti. Erano passati più di dieci giorni da allora.

«Sono il signor Niccolai…»

«Ah, signor Niccolai, mi ricordo di lei» mi interruppe.

«Mi fa piacere. Posso sapere se il signor Rinaldi è tornato dalle ferie?»

«Certo. È rientrato ieri sera.»

«Posso parlare con lui?»

«Aspetti un secondo.»

«Grazie.»

Venni messo in attesa e una canzone jazz molto accattivante iniziò a suonare. Mi sorpresi a fischiettare mentre osservavo il traffico muoversi a fatica sulla strada adiacente.

D’un tratto la musica si interruppe.

«Buongiorno, sono Flavio Rinaldi.»

Era una voce acuta, molto diversa da come me l’ero immaginata.

«Salve, sono Biagio Niccolai.»

«Sì, sì, la segretaria mi ha riferito.»

«Avrei bisogno di parlarle.»

«Riguardo a cosa?»

«Come sta messo a memoria?»

«Abbastanza bene, credo…»

«Scriveva per il giornale “L’Adige” qualche anno fa, non è vero?»

«Sì, ma sono passati più di vent’anni ormai…»

«E si ricorda di aver scritto un articolo sulla morte di un ispettore di polizia, un certo Giuseppe Zoratti?»

«Aspetti un attimo. Perché vuole sapere queste cose? Chi è lei?»

«Gliel’ho già detto. Mi chiamo Biagio Niccolai.»

«Il nome vuol dire tutto e niente.»

«Ascolti, mi trovo in una situazione molto particolare. Non posso rivelarle più di tanto sul mio conto. Ho solo bisogno di avere notizie su quell’omicidio e lei è l’unica persona che può aiutarmi.»

«È una richiesta molto strana…»

«Si fidi di me. Le garantisco che non c’è nulla di illegale. Ho solo bisogno di avere quelle informazioni. Una volta che me le avrà date, non sentirà più parlare di me.»

«Così, su due piedi, non posso esserle d’aiuto. Avrei bisogno di consultare il mio archivio.»

«Non c’è problema. Si prenda tutto il tempo che le serve.»

«E dopo? Come faccio a contattarla?»

«Mi farò sentire io a intervalli regolari.»

«Ripeto: questa cosa non mi convince molto…»

«La prego, si fidi. Non c’è niente di losco. Mi trovo solo in una situazione in cui devo agire con estrema cautela. Ne va della mia incolumità.»

«E presumo anche della mia…»

«Sì» dovetti ammettere.

Ci fu qualche secondo di riflessione. Dall’altra parte della cornetta riuscii a riconoscere il rumore di una stampante in azione.

«Posso fare quello che mi ha chiesto» disse alla fine lui.

Serrai il pugno.

«La ringrazio molto» mi affrettai a rispondere.

«Questo però le costerà qualcosa.»

«Quanto?» chiesi chiudendo gli occhi.

«Cinquemila euro.»

Ebbi un piccolo giramento di testa.

«Immagino non ci siano margini per una trattativa» commentai.

«Più che altro, lei non mi sembra nelle condizioni di trattare. O cinquemila, o niente.»

Cercai di immaginare un modo in cui avrei potuto guadagnare in poco tempo quei soldi, ma lasciai perdere subito.

«D’accordo» dissi. «Lei recuperi quelle informazioni. Io, nel frattempo, cercherò di trovare la somma. Quando l’avrò, mi farò sentire. Siamo intesi?»

«Mi sta bene» disse lui.

«Bene. A presto, signor Rinaldi. Grazie ancora della sua disponibilità.»

«Grazie a lei. Buona giornata.»

Uscii dalla cabina col sangue che pulsava forte in testa.

Dove li trovo tutti quei soldi, pensai. Ci metterò una vita a metterli da parte. Mi fermai in un bar sperando che un caffè mi aiutasse a ragionare. Non appena mi resi conto che era del tutto inutile, mi diressi verso casa.

Mi stesi sul divano e mi massaggiai le tempie. Andai a farmi una camomilla per resettare la mente.

Squillò il cellulare. Era Elisabetta.

«Buongiorno» la anticipai.

«Ciao, Biagio! Come va?» domandò.

«Bene, bene, tu?»

«Alla grande. Oggi abbiamo finito il set e nel pomeriggio sono di ritorno a Padova.»

«Vuol dire che stasera sei libera…?» la buttai lì.

«Chiamavo proprio per questo» rispose ridendo.

«Ottimo. Pure io sono libero.»

«Degli altri che mi dici?»

«Saranno sicuramente disponibili anche loro, non ti preoccupare.»

In realtà lo ignoravo, ma non volevo aspettare ancora.

«Ok, perfetto. Ci troviamo alle sette e mezza davanti al ristorante giapponese che c’è vicino al Maldura. Va bene?»

«Guarda, era proprio il posto che avevo in mente io.»

Pur ignorandone l’esistenza fino a dieci secondi prima.

«Bene, a stasera allora. Ciao.»

Chiamai Paride per informarlo. Rispose dopo uno squillo e mezzo.

«Pronto?» rispose parlando a bassa voce.

«Buone notizie» annunciai subito.

«Ti conviene che lo siano.»

«Dove diavolo sei?»

«È una storia lunga…»

«Vabbè, mi spiegherai. Elisabetta torna oggi pomeriggio. Stasera facciamo l’uscita a quattro.»

«Non posso.»

«Come non puoi?»

«È sempre colpa della storia lunga di prima. Dille di posticipare.»

«Ci siamo già messi d’accordo.»

«Allora vai tu da solo.»

«Le ho confermato che ci sareste stati anche tu e Tina.»

«Chiedere prima pareva brutto?»

«Non ho voglia di aspettare ancora. E poi tu non hai mai un cazzo da fare! Proprio stasera dovevi prendere impegni?»

«Scusa se vivo senza tenere conto delle tue esigenze…»

«Dovresti, invece.»

Sentii un botto.

«Che cosa è stato?» chiesi.

«Ascolta, adesso è meglio se ci salutiamo.»

«Si può sapere che succede?»

«Te lo racconto stasera.»

«Quindi vieni?»

«Sì, ma non garantisco nulla. Se sopravvivo, ci sarò.»

«Se sopravvivi?»

«Quando e dove?»

«Alle sette e mezza, davanti al ristorante giapponese di fronte al Maldura.»

«Ok. A dopo.»

***

Per strada c’era molto freddo. I telegiornali avevano minacciato neve. Camminavo facendomi spazio tra le nuvole di vapore che mi uscivano dalla bocca. Dopo circa dieci minuti, arrivai.

Elisabetta mi stava già aspettando. Indossava il solito cappotto scuro, il trucco era leggero. Aveva lasciato i capelli sciolti sulle spalle con davanti un ciuffo che andava da destra a sinistra. Pettinata in quel modo mi ricordava Giulia. Mi si strinse lo stomaco, ma cercai di non pensarci.

«Beh, dov’è il tuo amico?» esordì subito.

Solo lì realizzai che Paride non era ancora arrivato.

«Bella domanda.»

«Lo hai avvertito, no?»

«Certo. Aspetta che lo chiamo.»

Estrassi il cellulare e mi allontanai di qualche passo.

«Pronto?» Il volume della sua voce era normale.

«Dove sei?» chiesi.

«Scusami, non riesco a venire.»

«Spero tu abbia una buona scusa.»

«Ho un’ottima scusa.»

«Sentiamola.»

«È una storia lunga…»

«Questo me lo hai già detto.»

«Eh, è la verità. Ascolta, vedo se riesco a raggiungervi più tardi, va bene?»

«Qualcosa mi dice che non ti vedrò.»

«Dai, smettila di fare l’offeso. Ti tengo aggiornato.»

«D’accordo. A dopo.»

«A dopo. Cerca di divertirti.»

Ritornai da Elisabetta con le mani in tasca e una faccia perplessa.

«Paride ha avuto un contrattempo.»

«Niente di grave, spero.»

«Non credo.»

«Non ti ha spiegato?»

«Mi ha detto solo che è una storia lunga.»

Sbatté le palpebre.

«Quel tizio è quasi più strano di te.»

Sorrisi.

«Iniziamo coi complimenti?»

«Non sta scritto da nessuna parte che la stranezza sia una brutta cosa.»

«È meglio se andiamo a mangiare.»

Il locale era molto tranquillo, con un sottofondo di musica ambientale. C’erano solo un paio di clienti. Una cameriera ci fece accomodare a un tavolino dietro un piccolo muretto separatore che creava un angolo raccolto.

Passammo davanti a una vetrata che dava sulla cucina. Uno dei cuochi stava tagliando dei rotoli di alga e riso con una mannaia. Il fatto di trovarmi a pochi metri da un asiatico armato mi fece tornare in mente brutti ricordi.

Elisabetta aprì il menu, lo sistemò davanti a sé e lo lesse con i palmi delle mani appoggiati sul bordo del tavolo. Ebbi un altro flash di Giulia. Scrollai la testa.

«Guarda che le robe da mangiare sono sul menu, non su di me» disse senza aver alzato lo sguardo.

Volsi gli occhi verso l’alto.

«Ah, ecco perché non trovavo il risotto alla cantonese» replicai cercando di fare lo spiritoso.

«No, quello non lo trovi perché siamo in un ristorante giapponese, non cinese.»

Decisi di sprofondare nel menu e di lasciar perdere l’umorismo.

Venne la cameriera e ordinammo. Elisabetta disse un paio di nomi giapponesi con l’aria di una che se ne intende. Io sparai a caso sperando di non scegliere schifezze. L’unica cosa che ordinai in maniera del tutto consapevole fu la birra.

Una volta soli si tornò al silenzio. Siamo alle solite, pensai.

«Come va il lavoro?» chiesi.

«Bene» rispose senza aggiungere altro.

Annuii.

«Mi fa piacere» dissi.

Aspettai invano una replica. Mi sembrava di giocare a tennis con un comodino.

«Sei già venuta in questo posto?» domandai.

«Sì, mi ci portava spesso il mio fidanzato» rispose facendomi quasi cadere la bottiglia dalle mani. «Cioè, il mio ex-fidanzato» aggiunse dopo un secondo.

Inghiottii lo spavento insieme a un sorso di birra.

«Ah, capisco. Spero che trovarci qui non ti faccia venire brutti ricordi, allora.»

Sorrise.

«No, tranquillo. Ormai è finita da quasi due mesi.»

Ci portarono il cibo e iniziammo a mangiare.

«Se ti può consolare, anche io mi sono mollato di recente» dichiarai.

«Sul serio?»

«Sì.»

«Non l’avrei mai detto.»

«Perché?»

«Non mi sembravi troppo afflitto.»

«È una cosa negativa?»

«No. Cioè dipende da come è finita. L’avrai lasciata tu, immagino.»

«No, in realtà è stata lei a scaricarmi, ma aveva talmente tante ragioni che è stato quasi come se avessi deciso io di troncare.»

Si accigliò.

«Non è molto chiara come spiegazione.»

«Il punto è che subito dopo mi sono successe tante cose. Forse non ho avuto ancora il tempo per razionalizzare tutto.»

«Continui a essere un po’ troppo criptico» commentò divertita.

«È una storia lunga…»

«Mi rimangio quello che ho detto prima. Tu sei molto più strano di Paride.»

Ridemmo entrambi. Presi coraggio.

«Nel tuo caso, invece? Chi ha mollato chi?»

Inzuppò una palla di riso nella salsa di soia.

«È stato lui, ma non poteva fare altrimenti.»

«Come mai?»

«Non gli andavano bene alcune cose della mia vita.»

«Il lavoro?»

Le bacchette che teneva in mano si incrociarono facendo schizzare il sushi fino al centro del tavolo.

«Vedo che anche tu hai problemi con quei cosi» commentai.

Si affrettò a pulire con un tovagliolo.

«Come hai fatto a capirlo?» chiese evitando il contatto visivo.

«Beh, guarda che pasticcio che hai fatto.»

«Ma no! Intendo come hai fatto a capire che il mio ex aveva dei problemi col mio lavoro.»

«Sei una modella, no?»

«Sì…» disse alzando la testa di qualche grado.

«È normale che un ragazzo possa essere a disagio in una situazione del genere. Non è bello sapere che la tua ragazza sta sempre sotto gli occhi di tanti altri uomini.»

Si ricompose dritta sulla sedia e riafferrò le bacchette.

«Hai colto il punto.»

«Troppo geloso?»

«Sì. Mi ha posto un ultimatum. Io però non volevo rinunciare al mio lavoro. Abbiamo discusso a lungo. Ho cercato di fargli capire, ma alla fine mi ha mollata.»

«Per me non hai perso niente.»

«Dici?»

«Tu sei anche il tuo lavoro. Se una persona ti vuole bene, ti accetta a prescindere da quello che fai per vivere.»

Fissò la bottiglia d’acqua per qualche istante. Accennò un altro sorriso.

***

Quando uscimmo dal ristorante, la temperatura si era abbassata ancora. La condensa sulle auto rifletteva i lampioni provocando piccoli giochi di luce.

La cena era stata piacevole. La compagnia di Elisabetta pure.

Capendo che l’argomento “ex-fidanzati” poteva essere deprimente, cercai di virare la conversazione verso le nostre carriere accademiche. C’era da piangere anche lì, ma almeno si poteva sdrammatizzare meglio. Sparlammo di tutti i professori che avevamo in comune e della maggior parte dei nostri compagni di corso.

Raggiungemmo delle strisce pedonali.

«Scusa la domanda un po’ indiscreta, ma col tuo lavoro riesci davvero a coprire tutte le spese?» chiesi mentre lei controllava che non arrivasse nessuna auto.

«Più o meno. Non sono una top model. Faccio cose molto più terra terra. I libri e l’affitto dell’appartamento me li pago io, ma per le tasse mi aiuta mio nonno.»

«Tuo nonno?»

«Sì, quando non sono a Padova o in giro per lavoro vivo con lui. Non posso più vivere coi miei.»

«Ah, capisco…» mi limitai a commentare.

Si voltò divertita.

«Ma che hai capito? Guarda che sono ancora vivi!»

«Ah, ok! Per un attimo ho temuto di aver fatto una gaffe. Voglio dire, un’altra gaffe…»

Arrivammo dall’altra parte della strada, poi attraversammo di nuovo finendo sotto il portico di Via Petrarca. Ci lasciammo la statua del poeta sulla sinistra.

«I miei sono divorziati» continuò. «Si sono mollati quando avevo cinque anni. Da allora mio padre si è trasferito in Giappone. L’avrò visto cinque, sei volte negli ultimi quindici anni.»

«Giappone? Così distante?»

«Per colpa del lavoro. Voleva cambiare aria, ha ricevuto un’offerta da un’azienda che aveva una sede lì ed è andato.»

«Immagino sia stata dura.»

«All’inizio sì. L’ho odiato. Per anni non ho voluto parlargli. Ma poi col tempo l’ho capito e ci siamo riconciliati. L’anno scorso si è risposato con una giapponese e sono persino andata al matrimonio.»

«Ora capisco perché eri così esperta di sushi.»

Rise.

«No beh, quello è perché mi piace un sacco e ne mangio fin troppo. Tu invece non mi sembravi molto ferrato.»

«Diciamo che sono più tipo da pizza.»

Passammo un ponte e arrivammo in Via Dante. Per strada c’erano poche persone e i nostri riflessi sulle vetrine godevano solo della loro reciproca compagnia.

«Ma allora perché abiti con tuo nonno e non con tua madre?»

«Perché mia madre è una pazza.»

«In senso metaforico, voglio sperare.»

«Sì, sì. È una brava persona, ma molto particolare. Abbiamo sempre avuto un buon rapporto, ma qualche anno fa ha deciso che doveva aiutare gli altri. Così mi ha mollata a Marsiglia ed è partita per l’Africa per fare volontariato.»

«Marsiglia? La Marsiglia in Francia?»

«Perché? Ce ne sono altre?»

«No, no. È che conosco una persona che abita lì vicino.»

«Davvero? Come si chiama?»

«Non credo che tu la conosca» cercai di sminuire. «Beh, ma perché proprio lì?»

«Perché è lì che abita mio nonno, suo padre.»

«Wow» commentai stupito, non sapendo che altro dire.

«Lo so, è una storia abbastanza assurda.»

Ci fu qualche secondo di imbarazzo.

«Scusa» dissi.

«Per cosa?»

«Per averti fatto ricordare cose così spiacevoli.»

Mi appoggiò una mano sulla spalla.

«Ma dai, figurati. Non sono mica la sola al mondo ad avere dei genitori particolari.»

«Beh, mio padre comunica con me solo per ricordarmi che nella vita bisogna scopare e mia madre è una persona ossessiva con manie di controllo estreme. Diciamo che posso capire come ti senti.»

Ci facemmo entrambi una risata.

Nel frattempo, arrivammo davanti al mio portone.

«Io abito qui» dissi.

Osservò l’entrata piegando le labbra verso l’interno. Era un broncio molto buffo.

«Mi stai congedando?» domandò mentre il faro di un’auto le illuminava il volto.

«Ovviamente.» Rimase confusa e inclinò la testa in avanti. «Dai, scherzo!» esclamai.

Mi diede un pugno sulla spalla come gesto d’affetto.

«Per un attimo ci avevo creduto! Stupido!»

«Davvero?» replicai.

Fece partire un altro destro. Parai il colpo e, quasi d’istinto, le cinsi il polso e la tirai verso di me.

I nostri visi si ritrovarono molto vicini. Potevo vedere i riflessi verdi dei suoi occhi e sentire il profumo dei suoi capelli. Avevo addosso il calore del suo fiato. Si morse il labbro inferiore. L’afferrai per i fianchi. Alzò la testa. Respirai a fondo, godendomi il contrasto di temperatura tra noi e l’aria circostante.

«Finalmente vi ho trovati!» gridò Paride all’improvviso apparendo da non so dove assieme a Tina.

Io ed Elisabetta ci staccammo come se avessimo preso una scossa.

«Paride, finalmente!» dissi omettendo un sacco di insulti.

«Ho interrotto qualcosa?» chiese.

Guardai per un attimo Elisabetta. Stava trattenendo a fatica una risata.

«No, no, tranquillo» risposi. «Dove eri finito?»

«Ti racconterò tutto, ma per piacere andiamo in un posto riparato. C’è un freddo cane qua fuori.»

Mi rivolsi a Elisabetta.

«Ti va di venire su a bere qualcosa?»

«Certo» disse annuendo.

«Benissimo! Tutti da me, allora!»

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