Dopo aver cacciato Gaia, non uscii per due giorni. Cercavo ogni tanto di telefonare a Giulia, ma il cellulare era sempre spento e non avevo il coraggio di chiamarla a casa.
Al terzo giorno decisi che dovevo smetterla di autocommiserarmi e andai a fare un giro coi miei amici. Passammo il pomeriggio in un centro commerciale. Mangiammo un gelato, guardammo le vetrine. Nessuno sapeva. Verso le sette di sera tornammo a casa. Ero in auto col Biondo.
«Si può sapere che ti è successo?» chiese lui all’improvviso.
«Chi ti dice che mi sia successo qualcosa?»
«Non ti sei fatto vedere per più di una settimana e oggi avrai detto dieci parole al massimo. Secondo te?»

Guardai fuori dal finestrino, anche se in realtà ero concentrato sul riflesso della mia faccia.
«Ho fatto una cazzata» ammisi.
«Del tipo?»
«Ho tradito Giulia.»
Si mise a ridere.
«Per una settimana di fila?»
Mi voltai verso di lui.
«Sì…»
«Ah… sei serio?»
Annuii.
«Giulia lo sa?» chiese dopo averci riflettuto qualche secondo.
«Mi ha colto in flagrante» risposi.
«Ah, però…»
«Mi ha mollato dicendomi che le faccio schifo e che non vuole più vedermi.»
Nel frattempo, arrivammo a casa mia.
«Ma cosa è successo?»
«È una storia lunga.»
«Ti va di raccontarmela?»
Sbuffai.
«Sì, ho bisogno di sfogarmi un po’.»
Entrammo in casa e ci piazzammo in salotto, io sul divano, lui sulla poltrona. Iniziai il mio racconto dalla sera in discoteca e non omisi nessun dettaglio.
«Scusa se te lo dico, ma è veramente una storia assurda» commentò alla fine.
«Mi rendo conto anch’io che è difficile da credere.»
«Cioè… hai avuto per giorni una figa mai vista per casa che ti faceva da schiava?»
«Proprio così…»
Si piegò in avanti verso di me.
«Ascolta, non voglio dire che non ti creda, però sai… se avessi qualche prova…»
Mi morsi un labbro per evitare di mandarlo a quel paese. Mi ricordai delle mutande di Gaia che avevo nascosto in camera. Le andai a recuperare. Quando tornai gliele tirai in faccia e mi rimisi a sedere.
«Ah, aspetta!» dissi rialzandomi.
Andai nella stanza da letto dei miei e trovai il biglietto che lei mi aveva lasciato dopo la prima notte. Gli portai anche quello.
Lesse il biglietto senza dire nulla. Passò all’esame delle mutande. Le aprì davanti a sé e le studiò.
«Se vuoi puoi provare anche a telefonare a Giulia e chiedere di me» dissi.
Posò tutto da una parte.
«No, no, va bene. Ti credo.»
Sprofondai sui cuscini guardando il soffitto.
«Cosa devo fare adesso?»
«Non hai molta scelta. Hai provato a spiegarti con Giulia?»
«Ma sì, te l’ho detto. Quando mi ha scoperto non ha voluto sentire ragioni e al telefono nemmeno mi risponde.»
«Beh, non puoi biasimarla…»
«Lo so…»
«E della proprietaria delle mutande che mi dici? Potevi aspettare prima di cacciarla.»
«In che senso?»
«Ammetto che sia un pensiero un po’ squallido, ma ti sei fatto scaricare per lei. Tanto valeva che ne approfittassi ancora un po’, no?»
«Ma per lei non provo niente. Scopava solo da dio.»
«Solo, certo…»
Lo guardai con una smorfia.
«Va bene, forse sono stato un po’ precipitoso, ma non c’erano più i presupposti per andare avanti.»
Afferrò le mutande con due dita e le sollevò, mettendomele davanti.
«Eh, immagino…»
Gliele strappai di mano e le gettai il più lontano possibile.
«Smettila! Non è lei il punto, comunque.»
Mi mise una mano sulla spalla.
«Ascoltami, se faccio tutti questi discorsi è proprio per non essere troppo diretto. Mi spiace dirtelo, ma hai fatto un pasticcio troppo grosso perché tu possa sperare che Giulia ti perdoni. Guarda in faccia alla realtà e vai avanti.»
«Lo pensi davvero?»
«Tu cosa ne dici?» chiese indicando con la testa le mutande finite in mezzo al salotto.
Abbassai lo sguardo e strinsi le palpebre.
«Sono un coglione…»
«Dovevi pensarci prima.»
«Già.»
«E magari potresti risentire questa Gaia…»
Lo gelai ancora con lo sguardo.
«Mi ascolti quando parlo?»
«Lo dico per te. Ti potrebbe aiutare a non pensare.»
«Vabbè, lasciamo perdere… ora è meglio se mangio. Vuoi fermarti qua?»
«No, grazie, se mangio fuori anche questa sera mia madre mi ammazza. Ci sentiamo dopo, ok?»
«D’accordo.»
***

Quella sera uscii ancora col Biondo e tutto il resto della compagnia. Andammo nel nostro pub preferito a ubriacarci. Fu molto divertente, anche perché per quasi tre ore evitai di pensare. Dopo la quinta bionda media, decidemmo di tornare a casa. Il locale si trovava nel nostro paese e quindi eravamo tutti a piedi. Facemmo un tratto di strada in comune, poi ci separammo.
Casa mia si trovava alla fine di una strada senza uscita, non molto distante dalla piazza principale.
A metà della via venni fermato da Lemmy, il mio cane. In realtà, non era davvero il mio cane, ma a me piaceva definirlo così. Era un randagio che bazzicava sempre in quelle zone. Quando mi degnava della sua presenza, una carezza e una ciotola piena non gli venivano mai negate.
Non era di razza. Il corpo era tozzo e robusto, il muso più allungato. A vederlo sembrava un incrocio tra un setter e qualche molossoide, ma con ogni probabilità aveva un background genetico così vario che era impossibile stabilire con certezza cosa fossero i suoi antenati.
Mi venne incontro scodinzolando. Era da un po’ che non ci vedevamo.
«Lemmy! Amico mio!» lo salutai con eccessivo trasporto dovuto all’alcol.
Mi saltò sulle ginocchia e frugò tra le mie mani alla ricerca di cibo. Una volta appurato che non avevo niente, si mise seduto con la lingua penzolante.
«Hai fame, vero?»
Rimase in quella posizione a guardarmi.
«Vieni con me.»
Lo feci entrare in giardino. Andai in cucina e tornai da lui con qualche confezione di grissini. Ci sedemmo sugli scalini d’ingresso e iniziammo a mangiare.
«Beh, insomma… come va la vita?» gli chiesi mentre gli porgevo il primo grissino. Lui l’annusò con circospezione e poi gli diede un morso.
«A me non va tanto bene. Giulia mi ha lasciato… te la ricordi Giulia, no? La ragazza che mi veniva spesso a trovare. Quella che ti faceva sempre un sacco di coccole.»
Gli porsi un altro grissino.
Continuammo a mangiare e parlare per quasi un’ora. Gli raccontai tutta la storia di Gaia. Non fu proprio prodigo di consigli, ma sfogarmi un’altra volta mi fece sentire ancora meglio.
Mancava ancora una confezione. La aprii. Avvicinò il naso alla ricerca di altro cibo.
«Ehi, con calma!» dissi ridendo.
Fu a quel punto che notai una macchia bianca nel buio. Dalla finestra del salotto, a pochi metri da noi, usciva un lembo di stoffa. Le ante avrebbero dovuto essere chiuse. Le controllavo sempre prima di uscire e lo avevo fatto anche quella sera.
Mi alzai e entrai in casa. Andai nella stanza in questione. La vetrata era rotta. Per terra, in mezzo ai cocci, c’era un sasso avvolto da un foglio di carta. Lo aprii. C’era un messaggio.
Sappiamo cosa hai fatto.
Ringrazia il cielo che non possiamo venirti a prendere subito.
Sei un uomo morto.
M. Parise.
Conoscevo quel cognome. Mi tremarono le braccia.
Ebbi però subito un momento di lucidità e mi alterai. Presi il telefono e chiamai il Biondo.
«Pronto?» rispose con voce rauca.
«Bello scherzo del cazzo! Complimenti» esordii.
«Come, scusa?»
«Quando posso passare da te per farmi dare i soldi per la finestra?»
«Ehi, ti senti bene?»
«Non è stato per niente divertente!»
«Ma di che cazzo stai parlando?»
«Dello scherzo idiota che mi hai fatto! Bella mossa mettere in mezzo anche la mafia…»
«Tu sei ancora ubriaco. È meglio se vai a dormire.»
«Dai, smettila! Tanto lo so che sei stato tu a lanciarmi il sasso in salotto.»
«Cosa? Ti pare che ti possa fare una cosa del genere? E poi quando avrei dovuto farlo se siamo rimasti insieme quasi tutto il giorno?»
Rimasi senza niente da dire.
«Puoi sempre aver mandato qualcuno…»
«Senti, adesso sono io che non mi diverto. Non so di cosa tu stia parlando. Vai a dormire. Ciao.»
Non mi diede il tempo di replicare.
***

Il giorno dopo mi alzai e decisi di interrogare tutti i miei amici. Mi armai di cellulare e iniziai il giro delle chiamate.
Per il Nico dovevo smetterla di mischiare birra e vino.
Per il Dade avevo bisogno di una lunga vacanza.
Per il Bill avevo inventato una storia davvero molto bella, ma era il caso che evitassi di drogarmi, visto che già bevevo troppo.
Il mio furore investigativo andò scemando quasi subito. Presi in considerazione l’ipotesi di essere stato la vittima random di uno scherzo generico. Il fatto che avessi sul serio combinato qualcosa di rilevante nei giorni precedenti poteva essere una coincidenza.
Il mercoledì successivo uscii di nuovo con la mia compagnia. Stesso pub, stessi litri di birra. Mi scusai per le accuse che avevo rivolto e ne approfittai per rivelare che tra me e Giulia era finita, ma senza raccontare tutta la storia di Gaia.
Restammo al bar fino alla chiusura.
Per tornare a casa feci lo stesso tragitto di sempre. Arrivato nella mia via, mi guardai intorno alla ricerca di Lemmy. Lo chiamai un paio di volte, ma non comparve. Non era una cosa strana e non ci feci caso. Avevo molto sonno.
Entrai e accesi la luce. Tutto tranquillo, niente fuori posto. Andai in cucina a prendere da bere. Presi una bottiglia d’acqua dal frigo e mi appoggiai sul tavolo bevendo direttamente dal collo. Cadde una goccia di condensa. Era rossa. Come le mie dita.
D’istinto lasciai la presa e finì tutto per terra. Controllai la maniglia del frigorifero. C’era l’impronta di una mano, anche questa rossa. Mi aggrappai al tavolo per non cadere. Sentii una scossa dietro il collo. Gli occhi iniziarono a rimbalzare da una parte all’altra. Ricontrollai il pavimento. La bottiglia stava finendo di svuotarsi. A pochi passi un’altra mezza impronta rossa, di una scarpa o di uno stivale.
Respirai a fondo, muovendo le mani aperte davanti a me per aiutarmi. Andai in salotto. Non c’era niente di sospetto. Semmai mancava qualcosa.
Le mutande di Gaia non c’erano più. Dalla chiacchierata col Biondo non si erano mai mosse dal centro del tappeto. Nel corridoio notai delle macchie rosse per terra. Portavano in camera mia. Le seguii. Un passo alla volta, sempre più lento. Gettai un occhio nella stanza dei miei. Era ancora in disordine, ma non sembrava esserci stato nessuno.
Arrivai davanti alla mia porta. Era aperta, ma col buio non si vedeva niente. Accesi la luce e vidi che le macchie finivano in prossimità del letto. Non era sfatto, ma il cuscino era strano, aveva una forma irregolare, un rigonfiamento centrale. Mi avvicinai e tolsi le coperte. Un’enorme macchia rossa imbrattava le lenzuola. L’odore era disgustoso. Anche la federa era sporca.
Chiusi gli occhi, deglutii. I muscoli del torace erano rigidi, bloccati. Sollevai il cuscino.
La testa di Lemmy.

La ricoprii subito e andai alla finestra per cercare un po’ d’aria. Mi veniva da vomitare. Fuori non c’era nessuno, solo un albero. Mi voltai di nuovo verso il letto. Ripensai a quello che avevo visto e mi venne un dubbio. Mi avvicinai e sollevai di nuovo il cuscino. Sotto la testa c’era un foglio di carta. Cercando di non venire a contatto con quello che rimaneva del mio cane, lo tirai fuori. Un altro messaggio.
Pensavi stessimo scherzando?
Manca poco e farai la stessa fine.
M. Parise.
Una fitta mi trafisse il cervello, un’altra il cuore. La frequenza cardiaca aumentò. La bocca dello stomaco si contorse. Mi sedetti sul letto con gli occhi chiusi e il viso rivolto verso la porta. Stetti in quella posizione per circa dieci minuti. Tremavo, non riuscivo a bloccare le mani, ma era come se mi avessero intontito con un pugno sulla tempia.
Gli occhi di Lemmy mi fissavano.
Mi alzai e tornai in cucina. Recuperai qualche sacchetto. In uno misi la testa, negli altri le lenzuola e la federa sporche di sangue. Capovolsi il materasso in modo che non si vedesse l’alone. Andai in bagno, riempii un secchio d’acqua e pulii tutte le tracce e le macchie presenti in giro per casa. Chiusi a chiave ogni possibile via d’accesso e scesi in garage coi sacchetti. Li caricai in macchina e partii alla ricerca di un posto che fosse lontano e isolato.
Guidai per poco meno di un’ora. Metà del tempo la passai a controllare gli specchietti. Ogni luce era un attacco d’ansia. Arrivai in un campo abbandonato poco distante dai capannoni di una zona industriale. Pensai di dare fuoco a tutto, ma rischiavo di farmi vedere da qualcuno. Scorsi un piccolo fosso. Ne seguii il corso per qualche passo. In un punto, il suo letto veniva quasi ostruito da delle sterpaglie. Gettai tutto lì.
Tornai in auto. Mi stesi sullo schienale stringendo il volante, fino quasi a farmi male.
Accesi la radio e avviai il motore. Mi diressi verso casa. Alla prima rotonda, un cartello mi ricordò che il mio paese distava cinquanta chilometri. Pensai ai Parise che seguivano quelle stesse indicazioni per arrivare da me. All’uscita successiva un altro segnale, di colore verde, indicava l’autostrada.
La scelta fu semplice.