Presi due sedie e le sistemai in salotto. Le ragazze si accomodarono sul divano, mentre io e Paride andammo nella zona cucina a prendere da bere.

«Posso chiederti un favore?» mi disse a bassa voce.

«Dimmi» risposi aspettandomi il peggio.

«Hai una camera da letto in più in questo appartamento?»

«C’è solo la mia… e no, non ci andrai a fare quello che stai pensando.»

«Dai! Te lo chiedo come un fratello. La giornata ha preso la piega che ha preso e non so dove andare.»

«Eh, appunto. Mi devi ancora raccontare cosa ti è successo.»

«Tra un po’ ti racconto tutto.»

«Bene, ma la mia risposta è sempre no.»

Le ragazze si voltarono verso di noi, incuriosite dal nostro bisbigliare davanti al frigo aperto.

«Tutto bene lì?» chiese Tina.

«Sì, sì. Stiamo cercando la birra» rispose Paride.

«Sarà una ricerca lunga visto che non ne ho» commentai a bassa voce.

«Farò tutto quello che vuoi» riprese lui.

«No. Non userai il letto dove dormo per scopare.»

«Allora concedimi il divano. Tu ed Elisabetta andate di là e noi rimaniamo qua.»

«Ma no, non posso farlo. È il nostro primo appuntamento.»

«Deve essere un gran casino quel frigo» disse Elisabetta ridendo.

«Arriviamo, un momento!» replicai.

«Non mi sembra che prima steste andando troppo lenti.»

Gli misi tra le mani le bottiglie di vino.

«Fatti gli affari tuoi.»

Afferrai l’acqua e mossi un passo verso il divano.

«Sono disposto a pagare» disse quando ormai gli avevo dato le spalle.

Rinaldi e il suo compenso passarono da un neurone all’altro come una pallina di gomma impazzita.

Feci perno col piede destro e tornai a guardarlo in faccia.

«Cinquecento» sparai subito.

«Porca troia!» esclamò. Le ragazze ricomparvero da dietro lo schienale del divano. «Io adoro questo vino! Come hai fatto a scegliere proprio il mio preferito?» aggiunse con prontezza di riflessi.

«Eh, ormai ti conosco bene, amico mio» risposi sorridendo.

Le ragazze ripresero a parlare tra loro e tornammo a bisbigliare.

«Arrivo al massimo a cento» riprese.

«Ok, per te posso fare un prezzo di favore: quattrocento.»

«Centocinquanta.»

«Trecentocinquanta.»

«Sei un ladro.»

«Duecentocinquanta. È la mia ultima offerta.»

«Ok, va bene. Sei peggio di mio padre quando tratta coi clienti.»

Non replicai e tornai soddisfatto verso il divano. Era una somma esigua rispetto a quanto dovevo dare a Rinaldi, ma era comunque un inizio.

Mi sedetti sulla sedia vicino a Elisabetta. Stappai una bottiglia di rosso e facemmo un brindisi.

«Credo sia arrivato il momento di raccontarci il motivo del vostro ritardo» dissi.

Tina sorrise e poggiò una mano sul ginocchio di Paride.

«Cominci tu o comincio io?» gli chiese.

«Ma non c’è niente da dire» replicò subito lui. «Abbiamo solo incontrato il suo ex.»

«Solo incontrato? Vi siete presi a pugni!»

«Che cosa?» chiese Elisabetta incredula.

«Lo abbiamo incrociato in università» spiegò Tina. «Ha fatto qualche commento poco educato su di me e Paride ha reagito.»

«Quando mi hai chiamato ci avevano separato da poco. Per la rabbia stava prendendo a calci quello che trovava davanti» aggiunse lui.

Presi la bottiglia e mi riempii un altro bicchiere.

«Ti sei fatto male?» domandai.

«Nah, per chi mi hai preso?»

«È andata bene allora. Ti poteva succedere qualcosa di brutto.»

«Hai ragione» convenne Tina. «È un incosciente, un fortunato incosciente.»

Paride ruotò gli occhi al cielo.

«Hai intenzione di farmi la predica ancora a lungo?»

«Sì, mi hai fatto morire…» rispose lei.

Lui sbuffò.

«Lo capisci che l’ho fatto anche per te?»

Tina si imbronciò.

«Ho avuto paura…»

Lui allungò il braccio e le strinse una mano.

«Volevo difenderti. Ho temuto che quel troglodita potesse farti del male.»

Il volto di Tina si rilassò.

«Che dolce che sei quando ti preoccupi per me…» sospirò.

«Oddio, andateci piano con tutto questo zucchero» dissi venendo ignorato.

Si diedero un bacio e si fissarono come se stessero guardando la cosa più bella della loro vita.

«Vi va di fare qualcosa?» chiesi per interrompere il silenzio.

«Del tipo?» domandò Paride.

«Non so. Un film o qualche gioco stupido. Ho delle carte da poker da qualche parte.»

Paride si allungò verso la bottiglia.

«Quasi quasi, una partita a strip poker non sarebbe mal…»

Si bloccò a metà. Serrò gli occhi e mosse le labbra senza emettere alcun suono. Posò la bottiglia e si voltò verso Tina. Lei, dubbiosa, sgranò gli occhi.

«Qualcosa non va?»

Lui la ignorò e si rivolse a me.

«Dov’è il bagno?» domandò.

«Là» risposi indicando la porta in fondo al piccolo corridoio.

«Puoi accompagnarmi?»

«Seguimi.»

Arrivammo davanti alla porta e controllò che le ragazze fossero distratte.

«Hai dei preservativi in casa?» chiese.

Trattenni a fatica una risata.

«Come, scusa?»

«Non c’è niente da ridere!» reagì.

«No, non ne ho» ammisi.

«Fammi capire: inviti una ragazza nel tuo appartamento e non hai nemmeno un preservativo?»

«Te l’ho già detto. Questo è solo il nostro primo appuntamento.»

«Sei un idiota.»

Si infilò in bagno, sbattendomi la porta sul naso. Tornai in salotto. Dopo un minuto scarso riapparve anche lui.

«Tina, mi sono ricordato che devo passare da un mio amico. Mi accompagni?»

«A quest’ora?» chiese lei.

«Sì, sì. Si trova in un locale. Facciamo in fretta.»

Non parve molto convinta, ma si alzò e si infilò il cappotto. Paride fece lo stesso. Si avvicinò e mi parlò all’orecchio.

«Sarò di ritorno tra venti minuti al massimo. Il patto è ancora valido.»

Risposi con un cenno e lo accompagnai all’uscita.

«Ci vediamo dopo.»

Richiusi la porta. Andai verso il divano e mi sedetti vicino a Elisabetta.

«Tu e il tuo amico siete un po’ loschi stasera…»

«Quando mai non lo siamo stati?»

«Anche questo è vero.»

«Vuoi dell’altro vino?»

«No, grazie. Sono già mezza brilla.»

Silenzio.

Le accarezzai una coscia. Lei spostò il peso del corpo per starmi di fronte. Fece scorrere le dita sulla mia mano, risalendo per tutto l’avambraccio.

«Mi fai il solletico» dissi.

«Allora continuo» rispose sorridendo.

Presi coraggio e le cinsi un fianco. Aveva una curva molto simile a quella di Gaia, anche se il suo abbigliamento non la valorizzava abbastanza. Serrò le labbra e mi accarezzò il petto. Le mani erano leggere e sottili. Stonava solo il colore dello smalto, un rosso vistoso e acceso.

Le alzai la manica del golfino. La pelle era morbida e abbronzata.

«Vedo che non hai fretta» commentò divertita.

«Ti dispiace?»

«No, no, continua.»

Le mani mi formicolavano, desideravo venire a contatto con la sua pelle. Arrivai persino a maledire la mia voglia di calma e la mancanza di preservativi.

Eppure, se da una parte del cervello partiva l’impulso ad agire, da un’altra arrivava l’ordine di sabotare tutto.

«Tutto ok?» chiese lei guardandomi negli occhi.

Non le risposi. Feci scorrere i polpastrelli sulla sua guancia e appoggiai la fronte sulla sua.

Fu lì che la vidi.

Vicino alla porta, in alto, a qualche centimetro dal soffitto. Era una sorta di presa d’aria, forse solo una griglia a coprire un buco inutile. Così almeno l’avevo sempre interpretata. Tra le stanghette di plastica scorsi un riflesso causato dalla lampada a muro posizionata sulla parete adiacente. Una superficie di vetro. Vitrea e rotonda. Una telecamera.

Sapevo bene di essere spiato, ma non mi importava. Anderlecht, Celtic ed Everton potevano godersi quel bacio. Se fosse stato abbastanza buono ce ne sarebbe stato un altro, poi un altro, poi un altro ancora. Magari ci saremmo rivisti, avremmo passato ancora del tempo insieme, in giro, a casa mia, a vedere un film, a mangiare fuori, a fare del sesso. Elisabetta sarebbe entrata nella mia quotidianità. Mi sarei legato a lei.

Era un’eventualità. I miei controllori avrebbero visto tutto quanto. Forse non solo loro. Forse anche i Parise e Lukjanenko. Se fossimo diventati una coppia avremmo condiviso tutto.

«No, non posso.»

Ecco, quelle erano le parole giuste da dire. Non potevo. Non così.

Peccato che a pronunciare quella frase non fossi stato io.

Elisabetta aveva il viso basso e l’espressione dispiaciuta. Mi teneva la guancia, come a volere bloccare ogni mia mossa. Non era un tocco deciso, le tremava il polso. Mi afferrò le mani e le strinse in mezzo alle sue, tenendole sulle ginocchia. Mi sistemò un ciuffo sopra l’occhio destro.

«Scusami» disse.

Scusa un cazzo, pensai subito.

Lei faceva fatica a reggere il mio sguardo e la sua presa diveniva sempre più forte.

«Non devi scusarti» dissi. «Se non te la senti, non c’è problema.»

Mi accarezzò di nuovo i capelli.

«Credimi. Mi piaci, ma forse è ancora presto. Sono in un momento un po’ incasinato della mia vita. Voglio pensarci bene prima di prendere qualsiasi decisione. Soprattutto per quanto riguarda cose del genere.»

Il dispiacere le rese la voce più incerta.

«Non preoccuparti» dissi. «Capisco cosa intendi.»

Inclinò la testa.

«Davvero?» chiese aggrottando la fronte.

«Mi trovo nella stessa situazione. Se non ti fossi fermata tu, l’avrei fatto io.»

«Davvero?»

Annuii. Gettò la testa sullo schienale, sospirando. Poi fece scorrere le dita tra le mie e mi sorrise.

«Giura che è la verità!» esclamò.

«Non ho una Bibbia su cui giurare. Se vuoi possiamo usare il libro di Grisham che mi hai prestato. Può andare lo stesso?» risposi.

Mi diede una botta sulla spalla.

«Stupido!»

Prima che potessi replicare, il display del mio cellulare sul tavolino si illuminò, emettendo due bip in sequenza. Mi allungai per controllare. Era un messaggio di Paride.

PARIDE

Se siete ancora vestiti, aprimi. Se siete già nudi… aprimi lo stesso!

Mi alzai dal divano.

«Chi è?» domandò Elisabetta.

«Paride e Tina. Sono qua sotto» dissi premendo il pulsante che apriva il portone.

La scala si riempì di passi. Afferrai il cappotto.

«Vestiti» dissi a Elisabetta.

«Perché?»

«Facciamo un giro e ti riporto a casa.»

«Ma hai detto che sono arrivati gli altri.»

«Fidati, quei due si divertiranno benissimo anche da soli.»

Non fece altre domande. Gli altri comparvero sull’uscio, proprio mentre noi stavamo per uscire. Nella tasca della giacca di Paride si notava un rigonfiamento squadrato. Sul viso, un sorriso ebete.

«Vado ad accompagnare Elisabetta» annunciai. «Fate come se foste a casa vostra.»

Elisabetta si scambiò due baci sulla guancia con Tina, poi uscì. Mentre mi incrociavo con Paride, gli parlai all’orecchio.

«Ti do un’ora di tempo. E domani mattina voglio il contante.»

Non disse niente, ma per lo meno gli scomparve l’espressione allegra dal volto.

Arrivammo sotto i portici senza dire nulla. Continuammo così per tutto il tragitto. Non sapevo dove abitasse, la seguivo standole a fianco.

«Siamo quasi arrivati» fece a un certo punto, dopo un quarto d’ora di passeggiata.

«Bene» risposi.

Si sistemò la sciarpa, poi si voltò a guardarmi.

«E adesso?» domandò.

«Adesso cosa?»

«Tra noi due, intendo.»

«Dovremmo parlarne, in effetti…» Non disse niente, per cui continuai. «Ti va di vedermi ancora?»

«Vuoi dire fare un’altra serata del genere?»

«Sì, magari…»

«Da soli?»

«Potremmo invitare ancora Paride e Tina.»

«Non credo che si possa contare molto sulla compagnia di quei due…»

«Questo è vero.»

Sbuffammo vapore per qualche secondo, guardandoci in giro, cercando un suggerimento tra i lampioni e le luci degli aerei che passavano alti nel buio sopra di noi.

«Che ne dici se iniziassimo a frequentare le lezioni insieme?» chiese lei. «Con calma, per vedere come va.»

Mi passai una mano sul mento, tenendo lo sguardo fisso sul marciapiede davanti a me.

«Perché no? Possiamo provare» sostenni.

Si diede un piccolo morso sulle labbra.

«Sul serio?»

«Certo. Per adesso questo può essere un buon compromesso. E poi ho bisogno di qualcuno che ogni tanto mi aiuti contro gli sproloqui di Paride.»

Sorrise.

«Puoi contare su di me, allora.»

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