Gaia entrò in casa mia e si guardò in giro curiosa.

«Vivi qua da solo?» chiese.
«Magari. No, abito con i miei genitori e mio fratello.» Per un attimo il suo volto si corrucciò. «Ma sono appena partiti per le ferie. Per qualche settimana questa casa è tutta mia.»
Rise.
«Bene, saremo solo io e te quindi.»
Mi corse un brivido dietro la schiena e mi diedi dell’idiota per l’ennesima volta.
«Accomodati pure sul divano» dissi. «Vado a prendere i CD. Fai come se fossi a casa tua.»
La vidi sedersi e sparii nel corridoio. La mia stanza era una discarica come al solito, vestiti ovunque, libri e giornali sparsi. Persi del tempo a trovare quello che stavo cercando.
Mi cadde l’occhio sulla foto che stava sopra al comodino. Era stata scattata durante le ultime vacanze di Natale e raffigurava me e Giulia abbracciati e sorridenti. La presi in mano e la fissai.
Che cosa sto facendo, pensai.
Non ne voglio più sapere niente di questa storia, aveva detto Giulia. Mi ritornò in mente quella sua uscita. Che cosa aveva voluto dire? Perché comportarsi in quel modo?
Ma nonostante tutto, le volevo troppo bene. Non avrei potuto ferirla, non in quel modo, non proprio con Gaia.
Sì, non è giusto. Adesso torno di là, mi scuso e la mando via. Voglio andare dalla mia fidanzata!
Quella che continuava a criticarmi, ad accusarmi, a stressarmi, a lasciarmi nel bel mezzo di una discussione con dubbi atroci e spaventosi.
«Ehi, ma che fine hai fatto?» urlò Gaia.
La foto mi cadde dalle mani, sbatté sul pavimento e il vetro della cornice andò in frantumi. Imprecai sottovoce.
«Scusami. Sto arrivando» gridai.
Mi chinai e raccolsi un po’ di cocci. Non feci attenzione e mi tagliai. Un graffio innocuo, ma molto doloroso. Imprecai di nuovo. Preso da un raptus di rabbia, diedi un calcio alla cornice. Andò a urtare uno scatolone dove tenevo varie cose. Ecco dove avevo messo i CD.
Tornai dalla mia ospite con i dischi. Era seduta sul divano, rannicchiata, a piedi scalzi. Le sue gambe erano lunghe, affusolate, abbronzate.
«Vedo che hai preso alla lettera il mio invito a metterti comoda» commentai appoggiando i CD sul tavolino di fronte a lei.
Sorrise come sua abitudine. I denti bianchissimi, le labbra soffici, gli occhi verdi, le piccole pieghe causate dal leggero movimento dei muscoli facciali. Tutto perfetto, tutto proporzionato. Tutto.
«La cosa ti dispiace?» chiese inclinando la testa.
«No, no. Fai pure» risposi divertito. «Cosa bevi?»
«Cosa hai di alcolico?»
Andai in cucina, ma nel frigo non c’era niente. Tornai in salotto e aprii il mobiletto dei liquori. Avevo solo due bottiglie di spumante, una vodka alla fragola e un Biancosarti che doveva trovarsi lì dentro da ben prima che io nascessi.
«Non c’è molta scelta» annunciai.
«Sono di bocca buona. Va bene qualsiasi cosa.»
Scelsi la vodka. Presi due bicchierini e mi sedetti di fianco a lei.
Versai e partì il primo brindisi.
«Grazie per i CD. Te li riporto il prima possibile» disse dopo il primo sorso.
«Non c’è fretta, tranquilla.»
Sorrise ancora. Sempre meglio.
«Altro giro?» chiese agitando il bicchiere ormai vuoto.
La accontentai subito.
«Questa volta voglio fare un brindisi speciale» disse alzando il braccio.
«Cioè?» chiesi incuriosito.
Respirò a fondo. Il suo seno abbondante sporse verso di me. La maglietta sottile mi parse di colpo troppo sottile. O troppo poco.
«Propongo un brindisi alla nostra amicizia.»

Ecco, vedi? Amicizia…
«Un’amicizia» proseguì lei guardandomi dritto negli occhi «che spero ci riservi delle grosse sorprese.»
Ecco, appunto…
Alzai il bicchiere anche io.
«Alla nostra amicizia, dunque.»
Bevemmo in un sorso solo. La sua testa si inclinò all’indietro accompagnata dal movimento dei capelli. Poi tornò dritta, lei chiuse gli occhi per assorbire la carica alcolica della vodka e si chinò in avanti per appoggiare il bicchiere sul tavolino. I suoi seni vennero a contatto col mio braccio. Erano sodi, morbidi e naturali. Proprio come me li ero immaginati. Maledissi ancora una volta la sua maglietta. Per quale motivo, non ero ancora in grado di stabilirlo.
«Buona questa vodka. Però mi ha impastato la lingua» dissi rompendo il silenzio.
«Anche a me» rispose lei.
«Se ne bevo un altro po’ potrei non riuscire più a parlare.»
«Già. Potrebbe paralizzarmi la lingua. E questo potrebbe essere davvero molto spiacevole. Soprattutto per te. Non sai cosa ti perderesti» disse prima di mettersi a ridere appoggiando la testa sulla mia spalla.
Rimasi serio e imbambolato. Ripetei quella frase nella mia testa più volte cercando di trovare un senso diverso dal primo che mi era venuto in mente.
Mentre sghignazzava riversa su di me, fui travolto dal suo odore. Sapeva di buono, di fresco, ma allo stesso tempo aveva qualcosa di selvatico.
I muscoli cominciarono a tirare.
«Sei davvero molto divertente» disse appena terminò il suo momento di ilarità.
Mi appoggiò una mano sulla coscia. Ebbi un altro brivido.
Scese fino al ginocchio. Mi rilassai e sospirai.
Scivolò verso l’interno della gamba. Ripresi a sudare.
Piano piano risalì. Panico.
«Che cosa vuoi fare?» le chiesi bloccandola prima che arrivasse troppo in alto.
Sorrise, di nuovo.
«Beh, siamo un ragazzo e una ragazza, mezzi brilli, in una casa tutta per noi. Secondo te cosa ho intenzione di fare?»
«Una visita andrologica?» dissi sperando che dell’umorismo stupido la raffreddasse.
Rise ancora.
«Non proprio. Su, rilassati. Che problema c’è? Siamo entrambi single, no?»
Trovai la forza di reagire e mi alzai dal divano. Mi piazzai davanti a lei tenendo il tavolino in mezzo.
«Aspetta un secondo» dissi. «Io non sono single. Io ho una fidanzata.»
Sbuffò annoiata.
«Andiamo, cerca di guardare in faccia la realtà. Prima al bar ho cercato di tenerti su di morale, ma so bene come ragiona una donna. Ti ha scaricato.»
«Non è vero, non ci credo» replicai.
Si alzò dal divano, sempre con quel cazzo di sorriso perfetto in faccia. Si avvicinò lenta, camminando scalza.
«Invece è così. In ogni caso, anche se ciò non fosse vero, non dobbiamo mica andare a raccontarle nulla.»
«Ascoltami, non so che cosa tu abbia in mente, ma stasera, qua dentro, non succederà un bel niente.»
La mia intonazione sembrò artefatta come quella di un attore incapace.
«Ma io ho voglia.»
«Mi dispiace. Io ho una fidanzata.»
Mi prese per le spalle e si accostò a me. Il suo seno si compresse sul mio petto. Il cuore accelerò, la pressione sanguigna aumentò. Tese la testa verso il mio orecchio.
«Ho voglia di fare l’amore con te tutta la notte, di stare tra le tue braccia. Dal primo momento in cui ti ho visto ho pensato solo a te, alle tue mani, al tuo odore. Voglio sentire i nostri corpi nudi e sudati. Voglio fare l’amore. Una, due, tre volte. Tutta la notte.»
Una goccia di sudore mi scese lungo il collo. La vista mi si annebbiò per un istante. Strinsi i pugni. Chiusi gli occhi.
«Ascoltami, non nego di essere lusingato, ma io…»
Si sfilò la maglietta e fece cadere la gonna.
Mi passai una mano sulla bocca, mi grattai la fronte, sentii le mani formicolare.
Era più bella nuda che vestita. La pelle era perfetta, liscia, senza alcuna imperfezione.
Si avvicinò di nuovo e mi abbracciò. Provai a chiudere gli occhi, ma così facendo ero completamente in balia del suo odore ed era quasi peggio che vederla nuda.
«Non posso» implorai con un filo di voce.
Ero fermo, immobile, ma allo stesso tempo stremato.
«Non puoi, ma vuoi» sussurrò lei un’altra volta.
«No, no, non voglio.»

«A giudicare da quello che sento qua sotto, non direi» commentò ridacchiando.
Si portò le mani dietro la schiena e si slacciò il reggiseno. Cercai ancora di non guardare, ma era impossibile.
«Quindi?» chiese.
Deglutii a fatica.
«Rivestiti…» sussurrai.
Mi afferrò una mano e la mise su uno dei suoi seni. Dal cervello partì l’impulso a scostarmi, ma non arrivò da nessuna parte. Lo strinsi e le accarezzai il capezzolo con un dito.
«No, mi fai il solletico!» esclamò ridendo.
Feci scorrere le mani lungo i suoi fianchi. Arrivai fino agli slip. Respirai.
«No, no, non posso…»
«Dai, ti prego. Farò qualsiasi cosa tu voglia. Ti scongiuro.»
Strinsi gli occhi ancora più forte e iniziai a ripetere in modo incessante il nome di Giulia sottovoce.
«Sai a cosa ho pensato molto in questi giorni?» chiese mentre mi abbracciava di nuovo.
«No e non credo di volerlo sapere…»
«Ho fantasticato molto su noi due in discoteca. L’altra sera ero da sola a casa e ho pensato a te. Ho immaginato che i tuoi amici non arrivassero. Tu ti alzavi e mi dicevi di seguirti. Mi portavi in bagno, mi facevi entrare in quello degli uomini e ci appartavamo in una delle cabine.»
«Ti prego, smettila.»
«Mi baciavi, mi infilavi le mani sotto al vestito. Poi mi facevi mettere in ginocchio e io ti toglievo i pantaloni e le mutande.»
«Basta, basta…»
Sorrise e si morse le labbra. Mi baciò sul collo.
«Sono brava, sai?»
«Smettila!» gridai.
«Poi mi facevi rialzare. Mi toglievi il vestito e mi abbassavi le mutandine. Anzi no, me le strappavi proprio. Mi voltavi e mi piegavi sul muro.»
Fanculo, fanculo, fanculo.
«E poi?» sussurrai.
«Mi prendevi da dietro, spingendo forte, stringendomi il seno, mordendomi il collo. Dio, solo a pensarci non capisco più niente…»
La sua mano scese in mezzo alle mie gambe. Mi accarezzò, strinse. Con l’altra mano mi sfiorò una guancia, mi avvicinò a lei. Mi baciò.
«Ti voglio. Adesso» ordinò.
Basta, basta, basta.
Basta.
La strinsi tra le mie braccia e la baciai anche io. Le mani scesero lungo la schiena. Le afferrai il sedere. Era tondo, sodo, morbido. L’odore, il calore, il respiro si mescolarono tutti assieme cancellando ogni pensiero.
La presi in braccio e la portai in camera dei miei. La gettai sul letto e mi spogliai. Lei aspettava, non smetteva mai di guardarmi. Mi tolsi le mutande e mi distesi su di lei. La baciai in bocca, sul seno, sul collo.
Feci scivolare una mano tra le sue gambe, dentro le mutandine. Gemette. Non ne potevo più. Le tolsi gli slip e li gettai a caso da qualche parte. La voltai e mi alzai.
«Dove vai?» chiese.
«Stai zitta» risposi.
Andai in camera mia, recuperai un preservativo e tornai di là.
Lei era ancora a pancia in giù. Mi infilai il profilattico e mi misi su di lei. Spinsi forte.
Lei girò la testa verso di me, mi sorrise, mi accarezzò, mi baciò. Ansimava e gemeva a ogni spinta.
Durai meno di cinque minuti.
Una scarica elettrica dritta nel cervello. La tensione dei muscoli raggiunse l’apice e poi crollò. Avevo il fiatone. Ero sudato.
Mi sollevai da lei e mi buttai sul letto. Chiusi gli occhi cercando di controllare il respiro. La testa mi girava, l’adrenalina scemava.
Fissai il soffitto.
Giulia.
Sospirai.
Gaia si strinse a me. Mi fissava e mi accarezzava le spalle. Il suo odore era addirittura più intenso di prima. Spettinata e col fiatone era ancora più bella.
«È stato bello» mi disse sorridendo soddisfatta.
«Grazie» risposi senza pensarci.
Mi baciò sul collo e continuò a coccolarmi per un paio di minuti. Le accarezzai i capelli e la baciai in fronte.
Di colpo alzò la testa e sorrise.
«La pausa è finita, caro mio.»
«Pausa?» chiesi spaventato.
«Ho detto che voglio fare l’amore per tutta la notte. Abbiamo appena cominciato.»
«No, aspetta. Non credo che…»
Prima che potessi finire la frase, scivolò verso il basso, baciandomi il petto, sempre più giù.
Non protestai più.