Paride era appena andato via e io ero su di giri come una scimmia. Passeggiai su e giù per il salotto non capendo più niente. Mi diedi due schiaffi per accertarmi di essere sveglio. Lo ero. Forse.

Afferrai il cellulare e feci partire la telefonata.

Dopo una decina di squilli, Anderlecht si degnò di rispondere.

«Come mai a quest’ora?» chiese subito senza neanche salutare.

«Ho una grossa novità» risposi euforico.

«Ti conviene.»

La sua voce era rauca e impastata.

«Forse ho trovato l’obiettivo.»

Silenzio. Nei secondi che impiegò a realizzare la cosa, sentii solo il rumore del suo respiro.

«Dici sul serio?» chiese.

«Secondo te potrei mai scherzare su una cosa del genere?»

«No» convenne. «Come hai fatto?»

«Un mio amico ha visto la foto. Dice di averlo notato alla segreteria studenti.»

«Hai fatto vedere la foto a un estraneo?» Il tono della sua voce si alzò di un’ottava per lo sconcerto.

«Non l’ho fatto apposta» mi difesi.

Vi fu un altro silenzio.

«Ascoltami. Ormai è tardi» riprese d’un tratto. «Troviamoci domani mattina e ne parliamo con calma. D’accordo?»

La parola “calma” mi piacque poco.

«Dimmi dove.»

«All’angolo tra Via Morgagni e Via Meneghetti c’è un bar. Fatti trovare lì alle otto e mezza. Se arrivi prima di me, prendi un tavolo lontano dall’ingresso.»

«Ricevuto.»

Quella sera ci misi tre ore per prendere sonno.

***

Dormii poco e male. Non feci colazione, mi lavai di corsa e mi vestii.

Per le scale incontrai Till. Era di ottimo umore, come sempre. Mi riempì di pacche sulle spalle e mi annunciò che in quei giorni sarebbe passato per farmi assaggiare l’ultima birra artigianale che aveva scoperto in qualche angolo sperduto della Germania. Risposi che non vedevo l’ora, ma in realtà speravo che la missione fosse finita prima di una simile eventualità.

Uscii in strada. Ormai l’autunno era iniziato da un po’, ma il sole non ne voleva sapere di arrendersi. La temperatura era gradevole e non c’era vento. Si poteva credere di essere ancora in maggio.

Arrivai al bar con qualche minuto d’anticipo. Ordinai un cappuccino e attesi l’arrivo di Anderlecht. Tardò e questa era una cosa parecchio strana. Alle nove meno un quarto non si era ancora fatto vedere. Ordinai una birra.

La cameriera mi guardò scandalizzata. Una birra alle nove del mattino dopo aver bevuto un cappuccino. E poi mi lamentavo di Till.

Alle nove e dodici minuti Anderlecht varcò la soglia del bar.

«Sei in ritardo» dissi non appena si sedette di fronte a me.

«Scusa.»

«Non è da te. Che è successo?»

«Niente di interessante» rispose veloce.

Lanciò un’occhiata alla tazza vuota sul tavolino e poi alla bottiglia che tenevo in mano.

«Ma che cazzo di colazione stai facendo?» chiese.

«Non vedendoti arrivare, mi sono preoccupato.»

«Non colgo il nesso con la birra di primo mattino.»

«Lascia perdere» tagliai corto. «Parlami dell’obiettivo, piuttosto. Come agiremo?»

Si sporse in avanti e si appoggiò sui gomiti girando la testa verso il bancone, evitando il mio sguardo.

«Non agiremo.»

L’alcol mi impedì di realizzare subito.

«Come, scusa?»

«Per adesso non faremo niente, non nell’immediato almeno.»

Mi guardò dritto in faccia, ma solo per un secondo.

«Puoi spiegarti meglio?» chiesi cercando di stare calmo.

«Dobbiamo prima compiere delle verifiche e programmare un paio di cose.»

«Un paio di cose?» esclamai quasi gridando. «Si può sapere di cosa stai parlando?»

Si drizzò sullo schienale e allargò le braccia.

«Non è colpa mia. È il protocollo.»

«Protocollo? Sai dove te lo puoi infilare il tuo protocollo? Ho trovato l’obiettivo. Che c’è ancora da aspettare?»

«Credi che non sappia cosa voglia dire?» disse interrompendomi. «Ma cosa pretendi? Vuoi che adesso ci alziamo, lasciamo il bar e andiamo dal nostro amico e lo ammazziamo così, per strada? Non funziona così, c’è una procedura da seguire e delle precauzioni da prendere.»

Mi sentivo come un bambino a cui avevano appena negato un gelato promesso in precedenza.

«Non si era mai parlato di protocolli e cazzate simili.»

«Dai, sii serio. Non siamo mica la mafia, noi.»

«Al diavolo! Per quanto tempo ancora mi toccherà giocare all’infiltrato?» chiesi incrociando le braccia sul petto.

Si appoggiò di nuovo sul tavolino e si grattò la testa. Questa volta i suoi occhi rimasero fissi su di me.

«Farò in modo che tutto avvenga nel minor tempo possibile.»

Sbuffai.

«D’accordo. Aspetterò, allora.»

«È l’unica opzione che hai a disposizione» mi fece notare.

«Sì, lo so. Ormai è da un pezzo che mi viene negato il gusto della scelta. Che cosa devo fare nel frattempo?» chiesi fissando l’ingresso. «Aspetta nostre notizie e stai buono.»

***

Non riesco a immaginare un posto più angosciante della segreteria studenti di una qualsiasi università. Un luogo inutile che serve solo a dare brutte notizie.

Quella di Padova era un grosso stanzone circondato da sportelli, con un pilastro al centro della sala. Quel giorno era gremita di gente. Dovevamo essere vicini a qualche scadenza importante.

Appena arrivato, presi il bigliettino col mio numero d’attesa. Avevo il 147. Entrai e controllai il display. Erano arrivati al 23. Rischiava di essere una lunga mattinata.

Riuscii a trovare un posto a sedere. Ero in mezzo a una ragazza sovrappeso coi capelli tinti male e un tipo palestrato vestito come se si trovasse in spiaggia. Estrassi dalla mia borsa un libro di linguistica e feci finta di studiare. In realtà stavo ripassando le parole di Anderlecht.

La sera prima mi aveva chiamato per avvisarmi che eravamo pronti ad agire. Non sarebbe stata un’operazione rapida, ma non avremmo perso altro tempo. Quella mattina, per prima cosa, dovevo osservare e scrutare. Era necessario studiare il posto, verificare i dettagli e, cosa più importante di tutte, accertarsi che l’informazione che avevo ricevuto da Paride fosse corretta. Solo in seguito avremmo agito sul serio.

L’obiettivo lavorava in segreteria. Era dietro gli sportelli che dovevo controllare. C’erano facce stanche e scocciate, nessuna degna di particolare attenzione. Lui non c’era. Non ancora, almeno.

Trascorse un’ora e si arrivò al numero 73. Facendo finta di cercare qualcosa, infilai la mano nella borsa e controllai che fosse tutto in ordine. La pistola era ancora lì. Quando venni a contatto con il ferro della canna percepii solo la voglia che tutto finisse al più presto.

Numero 93. La testa mi faceva male. Avevo dormito poco quella notte. Dell’obiettivo ancora nessuna traccia. Poteva anche non presentarsi affatto. Magari era il suo giorno libero, magari si era preso un permesso, magari aveva capito tutto quanto e si era dato alla fuga.

In ogni caso, se ne fosse andato, lo avrei saputo. Anderlecht e gli altri sorvegliavano tutte le entrate e tutte le uscite. Avevano studiato la planimetria del posto per ore. Non potevano sbagliare.

124. Non mancava molto al mio turno. Avevo bisogno di una storia credibile per il personale della segreteria, in modo tale da poter indugiare davanti allo sportello quel tanto che bastava per avere una visuale più chiara degli uffici dietro la vetrata.

Cercai di rilassarmi. Mi appoggiai sullo schienale e sentii i muscoli che si allungavano. Chiusi gli occhi e provai a immaginarmi da un’altra parte. Non era semplice, ma non ebbi neanche il tempo di provarci. Il cellulare squillò. Era Everton.

«Vieni fuori. Subito!»

Mi alzai e uscii con calma. Una volta fuori, lasciai perdere la prudenza e mi misi a correre. Arrivai al marciapiede e girai l’angolo.

Andai a sbattere contro qualcosa e caddi per terra. Un rumore sordo, una botta tremenda e un mucchio di fogli che planavano sull’asfalto.

Mentre mi toccavo il braccio, una voce maschile, molto acuta, mi apostrofò male.

«Ti pare il modo di camminare per strada, imbecille?»

Avrei voluto replicare, ma sapevo di essere nel torto. Mi alzai da terra e tesi la mano allo sconosciuto. Questi, un po’ riluttante, accettò il mio aiuto e si tirò su.

«Scusa» gli dissi. «Ero di fretta e non ti ho visto.»

«Avresti potuto farmi male» protestò. Lo ignorai continuando a guardarmi attorno. «Non puoi correre in questo modo!» insistette.

Con i problemi che ho, ci mancavi solo tu, pensai. Ho una pistola nella borsa. Dì ancora mezza frase e ti faccio un buco in testa.

«Mi stai a sentire? Sei un incosciente. Potevi mandarmi all’ospedale, idiota!»

Hai rotto il cazzo, pensai. Finalmente lo guardai bene in faccia. Avevo di fronte l’obiettivo.

Quanto meno doveva essere la persona di cui aveva parlato Paride. Ero talmente concentrato da non essermene reso conto prima.

La somiglianza con la foto era marcata. Occhi e bocca simili, stesso colore di capelli. Il naso e il mento erano un po’ differenti.

Non sapevo che fare.

Le mani erano curatissime. La carnagione era scura, ma aveva un aspetto poco naturale, da lampade. Anche i capelli erano molto più ordinati rispetto alla fotografia.

C’era qualcosa che non mi tornava. La sua reazione esagerata ben poco si addiceva al comportamento di un fuggiasco omicida.

Persino la luce dei suoi occhi non mi convinceva. Era brillante, intensa, forse a causa del momento di nervosismo, ma era comunque viva. Tutto l’opposto di quella che avevo scorto, per esempio, nello sguardo dei sicari asiatici. Loro avevano un riflesso opaco, spento, quasi annoiato.

No, non era lui. Non poteva esserlo. Era solo una notevole somiglianza.

Non so per quanto tempo stetti lì a fissarlo senza dire nulla.

«Si può sapere cosa hai da guardare?» domandò.

Scossi la testa deluso.

«Niente. Scusa ancora» dissi spostandomi di lato per farlo passare.

Mi guardò un po’ stranito e passò oltre, verso l’ingresso della segreteria.

Un secondo dopo squillò il cellulare. Era ancora Everton.

«Dimmi. È lui?» chiese.

«No. Gli somiglia in modo impressionante, ma non è lui» risposi sbuffando.

«Ne sei sicuro?»

«Potrei scommetterci.»

«Dici sul serio?»

«Perché dovrei raccontarti una bugia?» gridai.

Sentii Everton rivolgersi a un’altra persona per rivelargli quello che avevo appena detto. Riconobbi la voce di Celtic, che imprecava in maniera molto colorita.

«Cosa faccio adesso?» domandai.

«Lui ti ha visto in faccia?»

«Certo» risposi. «Non hai visto che gli sono andato addosso?»

«Sì, sì, volevo solo accertarmene. Dovremo fare attenzione.»

«Cosa devo fare allora?» chiesi.

«Torna nel tuo appartamento e stacci per un po’. Ci faremo sentire al più presto.»

***

Arrivai a casa e mi buttai sul divano con ancora la giacca addosso. Fissai il soffitto per quasi un’ora senza muovermi.

Non biasimavo Paride per avermi dato una falsa speranza. Io stesso sarei caduto in errore. A uno sguardo poco attento ai dettagli, il tizio della segreteria poteva sembrare davvero identico alla faccia ritratta nella foto.

Andai in cucina per farmi una camomilla. Squillò il cellulare. Era Anderlecht.

«Ciao. Come va?»

«Come vuoi che vada?»

«Fatti coraggio.»

«È facile a dirsi.»

«Dico sul serio. Sarebbe stato davvero un gran colpo di fortuna. Dopotutto, la missione è cominciata da poco. Tu però stai facendo un ottimo lavoro. Continua così.»

«Sto iniziando a pensare che se mi ammazzassero non sarebbe poi così male» dissi con un filo di voce.

«Smettila con le cazzate. Certi ragionamenti non servono a nulla.»

«Ripeto: è facile dirlo per te.»

«Mi ripeto anche io: so bene quello che stai passando. Ho già avuto modo di vivere una situazione simile.»

«Questo ormai l’ho capito» commentai.

«Una ragione in più per smetterla.»

«Che cosa è successo all’epoca?» domandai.

«Te l’ho già detto. Non sono affari che ti riguardano.»

«Potrebbe essermi utile saperlo» abbozzai.

Mi giunse un altro sospiro affannato.

«Hai ragione» disse. «Lo farò, prima o poi.»

«Sì, sì, ma perché non ora? Hai paura di impressionarmi?»

«Non lo so. Adesso non credo sia il caso.»

«Lo sarà mai?» chiesi.

Silenzio.

«La missione va avanti» disse alla fine ignorando la mia domanda.

«Lo davo per scontato» commentai. «Everton mi ha ordinato di stare in casa per un po’ e di aspettare nuovi ordini.»

«Ed è quello che farai. Non uscire, a meno che non sia necessario e anche in quel caso avvisaci prima.»

«Non ne capisco la logica, ma farò come mi dite.»

«Non c’è niente da capire. È solo una precauzione, magari eccessiva, ma necessaria.»

«D’accordo, ho capito» dissi prima di salutarlo.

Presi la mia tazza di camomilla e la bevvi guardando fuori dalla finestra.

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