Paride arrivò puntuale, alle otto e un quarto di sera. Ci eravamo dati appuntamento a casa mia. Era mercoledì e quella sera la Juventus avrebbe giocato una partita di Champions League. Lui era un tifoso bianconero e voleva vederla, ma a casa sua gli era impossibile, visto che condivideva l’appartamento con tre interisti.

Ero esausto e avevo bisogno di rilassarmi un paio d’ore. Avevo passato tutta la giornata in giro per Padova. Volevo ispezionare il maggior numero di edifici. Su internet avevo trovato gli indirizzi di ognuno, ma ritenevo opportuno vederli dal vivo e studiare la zona in cui si trovavano. Un lavoraccio.

Dalle otto del mattino alle cinque di sera avevo vagato per le strade prestando attenzione alle insegne e alla gente che incontravo. Entrai in tutti i palazzi che avessero qualcosa a che fare con l’università. Tutto in funzione di uno studio futuro che sarebbe stato molto più approfondito.

Quando Paride mi aveva chiamato per propormi una serata a base di calcio, alcol e pizza, non avevo potuto rifiutare.

Si presentò con due confezioni di birra da sei lattine l’una. Le appoggiò sul tavolino, vicino a una capricciosa formato famiglia, e si mise sul divano.

«Fra quanto comincia?» chiese.

«Mezz’ora» risposi prendendo posto accanto a lui.

«Farai il tifo per noi, voglio sperare.»

Ironia della sorte, quella sera la Juventus giocava contro l’Anderlecht. Se ad agosto, in quella famosa partita per la quale avevo discusso più di una volta col mio amico omonimo, l’arbitro non si fosse inventato quel rigore, ci sarebbe stato il mio Werder Brema.

«Te l’ho già detto che tifo Werder, no?» chiesi di rimando.

«Ah, già. Il rigore inesistente.»

Ingannammo il tempo che mancava al fischio d’inizio ingozzandoci di pizza e facendo commenti poco galanti sulla scollatura della giornalista che stava conducendo il telegiornale su un’altra rete.

Alle nove meno un quarto, la partita cominciò.

Il primo tempo non ebbe troppi sussulti. Un paio di azioni pericolose per parte, ma niente di eclatante. Paride seguiva l’andamento della gara con molto trasporto e non mancò di gridare un paio di insulti nei confronti dell’arbitro e del terzino sinistro dell’Anderlecht. Non capii perché, ma ce l’aveva in particolare con lui. Non che per il resto della squadra manifestasse simpatia, ma almeno con loro aveva l’accortezza di tenere le madri fuori dalla questione.

All’intervallo il risultato era 0 a 0.

«Arbitro del cazzo! C’erano almeno due rigori per noi» commentò aprendo una lattina.

Non era vero. In entrambi i casi il difensore aveva preso la palla, ma preferii non farglielo notare.

«Vuoi un po’ di patatine?» chiesi mentre mi alzavo e andavo in direzione della dispensa.

«No, grazie. Mangio quest’ultima fetta di pizza.»

Presi un sacchetto, lo svuotai in una scodella e tornai a sedere.

Lui bevve un lungo sorso di birra e appoggiò la lattina sul tavolo.

«L’hai più chiamata Elisabetta?» chiese dopo essersi pulito la bocca con le mani.

«La bionda?»

«Sì, lei.»

«No, ma ho i miei buoni motivi.»

«Hai scoperto che non ti piacciono le donne?»

«No. Idiota.»

«Quali sarebbero questi motivi, allora?»

Mi distesi con i piedi sul tavolino.

«Non mi va di usare un numero di telefono recuperato in quel modo.»

«Cosa c’è di sbagliato?»

«Andiamo, sembrerei un maniaco!»

«Non dire stronzate. Sai quante ragazze ho rimorchiato con questa tattica? Nessuna di loro si è mai lamentata.»

«Beh, lei mi dà l’idea di essere una a cui non andrebbe bene.»

«Stai dubitando della moralità delle mie conquiste amorose?»

«Onestamente, sì.»

Fece spallucce e si scolò l’ultimo goccio di birra rimasto nella lattina.

«Non hai tutti i torti.» Ci mettemmo a ridere. «Quindi cosa hai intenzione di fare?» chiese stiracchiandosi.

«Non lo so. Non sono ancora del tutto convinto. Ma se decidessi di fare qualcosa, vorrei conoscerla di persona. Senza telefoni, messaggi e altre scemenze. Come si faceva una volta.»

«Lo dicevo io che eri della vecchia scuola.»

La partita ricominciò e la nostra conversazione si interruppe.

Il secondo tempo fu migliore del primo. Le due squadre giocarono a viso aperto e le occasioni da gol furono numerose. Al diciottesimo, l’Anderlecht passò in vantaggio con un tiraccio da trenta metri del terzino sinistro. Sì, proprio quello che Paride aveva insultato per tutta la prima parte. Vi lascio immaginare i commenti.

La Juventus non si perse d’animo e nel giro di venti minuti riuscì a ribaltare il risultato. L’umore del mio amico migliorò molto. Al quarantasettesimo, con appena trenta secondi da giocare, le due squadre erano ancora sul 2 a 1.

«Dai, ormai è fatta. Fischia!» disse Paride stringendo i pugni.

Non feci in tempo a replicare che il terzino sinistro belga, quello degli insulti e del gol del vantaggio, entrò in area e cadde al suolo non appena un difensore bianconero si avvicinò per fermarlo. Rigore. Il loro centravanti lo segnò e la partita finì 2 a 2. Naturalmente i replay mostrarono che non era fallo.

Contro ogni previsione, la reazione di Paride fu alquanto composta. Fissò lo schermo a bocca aperta per circa un minuto, senza dire una parola. A me veniva da ridere, ma cercai di contenermi. Farfugliò insulti per un po’ e poi si ammutolì di nuovo.

«Alla fine un pareggio in trasferta è un buon risultato» provai ad abbozzare per interrompere il silenzio.

Fui fulminato da uno sguardo feroce.

«Vaffanculo.»

«Non fare così. Lo so meglio di te come ci si sente» replicai.

«Meglio parlare d’altro» disse spegnendo il televisore.

Mi alzai e cominciai a dare una sistemata.

«Quante birre sono rimaste?» chiesi.

«Sei. Una confezione intera.»

Si alzò e venne a darmi una mano. Mentre rimetteva l’alcol in frigo, riprese la discussione dell’intervallo.

«Quindi hai intenzione di invitare la bionda fuori?»

«Te l’ho detto. Ho qualche dubbio. Poi non riesco mai a beccarla in giro.»

«Che vuoi dire?»

«È da una settimana che non la vedo in facoltà. Era già capitato che sparisse per un paio di giorni, ma mai per così tanto tempo.»

Paride chiuse il frigorifero e si grattò il mento barbuto.

«Ho sentito dire che è una cosa che fa spesso.»

«Sparire per giorni?»

«Sì. Nessuno sa dove vada. Dicono che anche l’anno scorso era solita comportarsi così.»

«L’anno scorso? Ma se è sempre ai corsi del primo anno.»

«Sì, ma lei è del secondo. Da quanto mi hanno riferito, durante il primo non ha frequentato quasi mai.»

Mi sedetti su una sedia della cucina e Paride fece lo stesso.

«Cerca di recuperare il tempo perduto, quindi.»

«Le voci sono queste.»

«Ma te come fai a sapere tutte queste cose?»

«Ho le mie fonti» rispose sorridente.

«Lo sai che non potrai rispondere così quando la polizia ti interrogherà, vero? Perché prima o poi succederà.»

«Sei solo invidioso. Piuttosto, hai visto il mio cellulare?» disse subito dopo tastandosi le tasche.

«No. Prova a vedere se è rimasto sul divano.»

Andò a controllare. Sollevò un paio di cuscini. Diede un’occhiata anche sul tavolino e vicino al televisore. Guardò per terra e di colpo assunse un’aria perplessa. Si chinò e raccolse qualcosa da sotto il divano.

«Lo hai trovato?» chiesi.

Non rispose. Si alzò tenendo una cosa in mano e me la mostrò.

«Questo chi è?»

Fitta al cuore.

L’obiettivo. Aveva trovato la sua foto. Fanculo a me e al mio disordine, pensai.

«Quello?» farfugliai cercando di prendere tempo. «È… è… un parente! Sì, sì, è un cugino di mio padre.»

Fece una smorfia.

«E perché tieni la sua foto in giro per casa?»

«No, niente. È che i miei genitori hanno saputo che vive a Padova e vogliono assolutamente che lo vada a trovare. Siccome non l’ho mai visto, mi hanno dato quella foto.»

Strinse gli occhi.

«Scusa, ma perché non ti hanno dato il suo indirizzo?»

«Beh, è una storia lunga.»

Tanto lunga che non so nemmeno dove farla cominciare, pensai.

«Del tipo?» chiese lui.

Lo fissai in silenzio. Avevo il vuoto in testa. Nessuna idiozia venne ad aiutarmi.

«Se non vuoi parlarne non c’è problema. Non vorrei toccare argomenti delicati.»

«No, no! Non è niente di scabroso» dissi senza sapere di cosa stessi parlando. Poi, d’improvviso, l’illuminazione. «Il fatto è che i miei ci hanno litigato. Non hanno sue notizie da anni. Così quando hanno saputo che si trovava qua, mi hanno pregato di cercarlo per provare a riallacciare i rapporti.»

«E come mai hanno litigato?»

Ma farti i cazzi tuoi pare brutto, fui sul punto di urlare.

Mi guardai intorno in cerca di aiuto. Il mio sguardo cadde su una confezione vuota di carne in scatola. Su di essa era stampato un bovino sorridente.

«Corna!» esclamai.

«Come, scusa?»

«Sì, corna. Tempo fa questo tizio è andato a letto con mia madre.»

Paride strabuzzò gli occhi.

«Fammi capire. Tua madre ha tradito tuo padre. Lui ha litigato con suo cugino e adesso, dopo anni, manda te a riallacciare i rapporti, come se si vergognasse?»

La mia bugia era diventata la trama di una telenovela sudamericana.

«Sì» risposi con quanta più sicurezza riuscissi a simulare.

«La tua famiglia è davvero strana» si limitò a commentare.

Tirai un sospiro di sollievo.

«Tu non sai quanto» replicai cercando di assecondarlo.

«Ah, io non sono nessuno per giudicare. Mio padre ha quattro figli avuti da una moglie e da due segretarie diverse. E mia madre ha una striscia aperta di tre divorzi.»

Ora capivo da chi avesse preso.

Paride però non smise di guardare la foto che teneva in mano. Mi avvicinai a lui per recuperarla e farla sparire il prima possibile.

«Non vorrei sbagliarmi» disse all’improvviso. «Ma io questo tizio credo di averlo già visto.»

Mi bloccai.

«Dici sul serio?» domandai incredulo.

Studiò la foto per una manciata di secondi, senza dire niente.

«Sì, ma non riesco a ricordare dove.»

«Potresti sforzarti?» chiesi implorando. «Sarebbe molto importante per me.»

«Per te?» chiese dubbioso.

«Sì, volevo dire per mio padre, dai.»

Si passò una mano sulla guancia e socchiuse gli occhi. La mia salvezza era lì, a un passo, a un ricordo di distanza.

Schioccò le dita.

«Ci sono!» esclamò. «L’ho visto l’altro giorno che bazzicava negli uffici della segreteria studenti.»

«Ne sei sicuro?»

«Non saprei dirti se sia proprio lui, però gli somiglia davvero tanto.»

Mi lanciai su di lui e lo abbracciai forte.

«Grazie! Grazie! Grazie!»

Rimase impietrito.

«Ci tenete davvero tanto a questo tipo…»

Liberai la presa e cercai di ricompormi.

«Che vuoi che ti dica? Prima di litigare, quei due si volevano molto bene.»

«Non sapevo che le corna fossero una dimostrazione d’affetto…»

«Ah, sono passati tanti anni. Vedrai che sarà contentissimo di ricevere notizie da mio padre.»

Sì, sarebbe proprio morto dalla felicità.

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