Le prime settimane di lezioni furono quasi una perdita di tempo. Frequentai tutti i corsi possibili, ma con scarso successo. Quando avevo un’ora libera, controllavo le varie aule e appena vedevo gente entravo. Ormai ero più che certo che l’obiettivo non fosse uno studente della mia facoltà. Prendevo appunti su tutti quelli che vedevo. Ero arrivato persino a compilare una sorta di archivio nel quale registravo ognuno di loro. Di alcuni ero riuscito a capire il nome, ma della maggior parte ignoravo le generalità. Presto il mio schedario si riempì di voci bislacche come “il biondo scontroso”, “il nano saccente” o “Leo Messi”. Non ero molto sicuro dell’utilità di un’operazione simile, ma non volevo lasciare niente di intentato. Quel materiale mi sarebbe potuto essere d’aiuto, prima o poi.
Pur non avendo molta voglia di socializzare, riuscii anche a fare qualche conoscenza. La prima persona con la quale legai si chiamava Paride. Era un ragazzo alto e allampanato, con un naso importante e una totale avversione per i rasoi da barba. Lo conobbi durante una lezione di letteratura italiana. Aveva preso posto di fianco a me e mi era subito sembrato un po’ intontito. La prima volta ci ignorammo. La volta dopo me lo ritrovai vicino. Finimmo per scambiare due parole sulla strana voce del professore.
«Sembra Louis Armstrong che ha preso un calcio nelle palle» commentò in punta di fioretto. Dopo un’uscita del genere, mi piacque subito.
Mi raccontò un po’ di sé. Anche lui era uno studente fuori sede. Aveva programmato di iscriversi a Giurisprudenza per diventare un avvocato, ma ci rinunciò dopo qualche mese e così si ritrovò a Lettere.
Era una persona spigliata e disinvolta. Conosceva tante persone e faceva amicizia con tutti. Ogni scusa era buona per uno spritz, una birra, un’ora di pausa. Era di casa in tutti i bar più frequentati di Padova. Per me, una manna dal cielo. Grazie a lui, tante voci strampalate del mio schedario ebbero un nome proprio.

Un giorno, dopo una lezione di letteratura inglese che mi sembrò durare tre mesi, mi propose di andare a mangiare in mensa. Mi portò sul Lungargine del Piovego, vicino alla facoltà di ingegneria.
«Come mai siamo venuti proprio qua?» gli chiesi mentre aspettavamo il nostro turno in fila.
«È la mensa più grande di tutta Padova.»
«E con ciò?»

La cosa in realtà non mi dispiaceva. Più grande, più persone, più possibilità di scovare il mio uomo.
«Più spazio vuol dire più gente. E più gente vuol dire più ragazze.»
«Non fa una grinza.»
«È ovvio che non ne faccia. La logica è un’arma importante se vuoi rimorchiare.»
«E se, per caso, volessi laurearmi invece di correre dietro le sottane?»
Si voltò di scatto con un’espressione di finta indignazione.
«Non sarai mica venuto all’università per studiare?»
«Ma no, ci mancherebbe. In realtà sono un agente sotto copertura che si è infiltrato per ammazzare un assassino.»
Si mise a ridere.
«Come ti vengono certe scemenze?»

Feci spallucce.
«Così.»
Dopo un quarto d’ora di fila, riuscimmo a caricare i vassoi e andammo alla ricerca di un paio di posti. Nonostante la sua sagoma fosse molto sottile, Paride aveva un appetito esagerato. Prese il menu completo e mangiò di fretta, come se ci fosse un cronometro da battere. Io feci lo stesso, ma solo perché a casa ormai non andavo oltre la pizza di Carletto e un pasto normale non mi pareva quasi vero.
Finite le penne al sugo, mi distesi sullo schienale e osservai per bene l’ambiente. Un enorme salone pieno di gente intenta a mangiare, ridere, scambiarsi le ultime notizie su quel determinato professore o su un particolare esame. Tutto molto normale e rumoroso. Feci la solita ispezione dei visi maschili, più complicata del solito visto il trambusto. Era meglio fare un giro. Afferrai i nostri bicchieri e mi alzai dal tavolo.
«Vado a riempirli. Cosa vuoi?» chiesi a Paride.
«Vino» rispose con la bocca mezza piena di spezzatino.
Per andare a recuperare da bere bisognava attraversare mezzo salone e recarsi agli appositi dispenser automatici. C’erano persino alcolici e questo spiegava molte cose.
Tornai a sedere. Non notai nessun sospetto ma, poco prima di sedermi, scorsi una faccia familiare a una ventina di metri da me. Era la bionda del primo giorno, quella che leggeva Grisham. Stava mangiando senza troppo entusiasmo una ciotola di insalata. La indicai a Paride.
«Sai chi è quella ragazza laggiù?» chiesi.
La squadrò.
«No, ma posso avere il suo numero prima che esca da questa stanza.»
«No, non volevo arrivare a tanto» dissi agitando le mani.
«Ho capito. Sei uno all’antica, di quelli che si presentano di persona e fanno i galanti alla vecchia maniera. Non è vero?»
«No. È che non voglio provarci. Tutto qui.»
«Sì, sì. Diciamo tutti così all’inizio.»
«Dico sul serio.»
«Certo, come no? Non pensavo che avessi dei gusti così ariani.»
«Non ce li ho, infatti!»
«Allora perché mi hai chiesto il suo numero?»
«Non ti ho chiesto il suo numero!»
«Mi hai chiesto se la conosco. Questo vuol dire che ti interessa, e se ti interessa vuoi il suo numero.»
«Smettila con la logica.»
«Tu dovresti smetterla di negare ciò che è palese.»
«Va bene, hai ragione. Mi piace. È bella e ha l’aria di essere una ragazza molto simpatica.»
«Visto? Avevo ragione. Perché mi racconti bugie?»
Repressi a fatica l’istinto di dargli un pugno in faccia.
***
Quando finimmo il nostro pranzo, uscimmo dalla mensa. Paride per un po’ stette in silenzio. Notai che stava armeggiando col cellulare. Non dissi niente.
«Si chiama Elisabetta» esordì lui all’improvviso.
«Chi?»
«La bionda della mensa.»
«Non ce la fai proprio a stare fermo quando si tratta di ragazze?»
Sorrise soddisfatto.
«Puoi biasimarmi?»
«No. Come diavolo sei riuscito a scoprirlo?»
«Ho le mie fonti. Le ho scattato di nascosto una foto col cellulare e l’ho mandata a un mio amico.»
«Ha l’aria di essere una cosa vagamente illegale.»
«Andiamo, l’amore non conosce leggi.»
«Ma la privacy sì, invece.»
Si mise a ridere e mi diede una pacca sulle spalle.
«Tira fuori il cellulare che ti do il numero.»
«Devo proprio?»
«Su, non fare il timido. Scriviti questo numero e invitala a uscire» mi consigliò.
Lo guardai per un paio di secondi, cercando una buona scusa per evitare di doverlo fare. Pensai a Giulia. Pensai a quanto potesse essere pericoloso diventare intimo con un’altra persona nella mia situazione.
Mi venne in mente di professarmi gay come scusa per evitare di dover prendere quel numero. Sapendo con chi avevo a che fare, capii subito che ciò avrebbe provocato delle conseguenze ancora peggiori.
«Dammi qua» dissi strappandogli il telefono dalle mani. «Dove lo hai salvato?»
«È sull’ultimo messaggio ricevuto» disse con un sorriso che gli andava da un orecchio all’altro.
Mi squillò il telefono. Quello per le chiamate importanti. Era Anderlecht.
«Ce la fai a farti trovare tra un quarto d’ora in Via Vescovado?» mi chiese.
Feci mente locale per ricordarmi dove si trovasse quella strada.
«Posso essere lì tra venti minuti.»
«Bene. Ti aspetto.»
«Chi era?» domandò Paride.
«Un amico. Devo andare.»
«Andare dove? Abbiamo lezione tra…» si fermò a controllare l’orologio. «Cinque minuti fa!»
«Mi spiace, ma non posso proprio farne a meno. Ce la fai a prendere appunti anche per me?»
«No! Che domande fai?»
«Perfetto. Ci vediamo tra due ore al bar davanti al Maldura, d’accordo?»
«Sì, ma cerca di non bidonarmi.»
Lo salutai e mi diressi quasi correndo al luogo indicato.
Anderlecht stava fumando sotto il portico, davanti all’entrata di un bar.
«Sei in ritardo.»
«Ho fatto più in fretta che ho potuto» risposi ansimando.
Entrammo nel locale e ci sedemmo il più lontano possibile da tutti gli altri avventori.
Quella settimana ci eravamo già incontrati. Doveva esserci qualcosa di importante se mi aveva fatto venire fin lì con così poco preavviso.
«Volevo parlarti di una cosa» mi disse contrito.
Arrivò la cameriera e ordinammo due caffè macchiati.
«Cioè? Devo preoccuparmi?» chiesi quando tornammo a essere soli.
«No, no. Volevo solo dirti che qualunque cosa succeda, sappi che puoi e devi contare sul mio aiuto.»
«Beh, questo lo sapevo già.»
«Quello che voglio dire è che a prescindere da Everton e Celtic, tu puoi venire da me per qualsiasi cosa.»
«Non capisco dove vuoi andare a parare…»
Si portò una mano alla bocca e pensò a cosa dire per qualche secondo.
«Ascoltami. So bene come funzionano certe cose. In casi come il tuo non si è mai abbastanza al sicuro. Ti sto solo offrendo un’ulteriore garanzia.»
«Beh, penso che la mia incolumità sia nell’interesse di tutti.»
«Certo, ma i miei colleghi sono troppo fissati con gli ordini dei superiori. Il programma di protezione che hanno studiato per te è buono, ma non lo ritengo del tutto sufficiente.»
Benone, pensai.
«Non credi sia arrivato il momento di raccontarmi cosa ti è successo?» chiesi.
«No. Anche fosse, non sono affari che ti riguardano.»
«Non sono d’accordo.»
«Non è il caso di parlarne.»
«Perché?»
«Perché per ora è meglio così. Punto e basta.»
Stava quasi urlando. La cameriera arrivò coi caffè proprio al culmine della discussione. Rimase col vassoio in mano a un metro dal tavolino. La rassicurai con un sorriso. Lei ricambiò e ci servì. Bevemmo in fretta, senza dire più una parola, pagammo e uscimmo insieme dal bar.
Anderlecht si accese una sigaretta.
«Carina la cameriera, no?» disse dopo un po’.
«Per piacere, non ti ci mettere anche tu. In università ho conosciuto un tipo che mi stressa perché vuole che ci provi con una ragazza.»
«Beh, se non ti invischi in relazioni sentimentali stabili, una donna potrebbe anche aiutarti a scaricare la tensione.»
«Dici che dovrei dargli retta?»
«No, se eviti è meglio. Ma se proprio ti serve un modo per rilassarti quello è uno dei migliori. Se fai attenzione.»
Mi immaginai per un secondo la bionda in biancheria intima accarezzandomi il mento.
«Non lo so. Troppi rischi. Mi sa che non ne vale la pena.»
Le ultime parole famose.