Mi presentai all’appuntamento con Gaia in orario. La trovai già lì. Indossava una maglietta attillata nera e una minigonna di jeans. Ai piedi portava dei sandali con un po’ di tacco.
Mi salutò abbracciandomi. Mi accarezzò la schiena e mi diede due baci sulla guancia tenendomi per i fianchi. Sentii il suo seno morbido sul mio petto.
Mentre entravamo nel locale mi chiesi come avrei potuto fare a portarla in bagno e saltarle addosso. Poi mi venne in mente Giulia.

Ci sedemmo a un tavolo e ordinammo entrambi una birra. Non c’era molta gente. La musica era tenuta a volume basso ed era possibile conversare in tranquillità. Tutti gli uomini squadrarono Gaia come se non avessero mai visto una donna in vita loro. Per fortuna, nessuno di loro mi conosceva.
«Allora, come va?» esordì mentre aspettavamo che il cameriere ci portasse da bere.
Sorrisi.
«Bene, dai. Come ti ho detto, ho avuto serate migliori, ma va bene.»
«Ti va di parlarne?» chiese assumendo un’espressione imbronciata.
Le raccontai tutta la storia del litigio con Giulia. Non tralasciai nessun particolare. Evitai solo di dire che era lei la causa di tutto. Al suo posto mi inventai una barista un po’ troppo socievole. Ascoltò tutto quanto con attenzione. Non mi aspettavo che si lasciasse coinvolgere così.
Quando terminai il resoconto, mi afferrò una mano.
«Potevi dirmelo che avevi passato una serata del genere. Ti avrei lasciato in pace» disse.
«Ah, tranquilla» la rassicurai. «Fossi rimasto a casa sarebbe stato peggio.»
Inclinò un poco la testa verso destra e mi passò una mano nei capelli.
«Ascoltami» iniziò a dire. «Anche io ci sono passata. Ho vissuto crisi di coppia molto più gravi di questa e alla fine si è quasi sempre risistemato tutto. Vedrai che andrà tutto bene.»
«Lo credi sul serio?»
«Certo. Le vuoi bene, no?»
«Ovvio.»
«E lei vuole bene a te?»
«Fino a oggi pomeriggio non avrei avuto dubbi al riguardo. Ora non saprei…»
«Dammi retta. Non svanisce tutto per un litigio, per quanto brutto e violento possa essere.»
«Ma sì, hai ragione!» reagii sbattendo una mano sul tavolo. «Mi sto facendo un sacco di film per nulla. Non ho nulla da nascondere e questa storia si risolverà per il meglio. Grazie per avermi fatto ragionare.»
Gaia sorrise, ma subito la sua espressione si fece seria. Corrugò la fronte e mi strinse più forte la mano.
«Però, pensandoci, quella frase che ha urlato andandosene potrebbe nascondere qualcosa di più grave…»
«Che intendi?» chiesi mentre un eccesso di saliva mi scendeva per la gola.
«Beh, non ti ha detto di essere stufa di questa storia?» rispose lei.
«Ah, sì, ma intendeva la storia della partita. Non la nostra storia intesa come la nostra relazione.»
«Sì, certo. Ha senso…»
«Era quello che intendeva, no?»
La sua espressione tornò di colpo sorridente e solare.
«Ma sì, stai tranquillo. Dico solo che dovresti cercare di parlarle al più presto.»
Arrivarono le nostre birre. Lei bevve subito un sorso. Le sue labbra morbide si arricciarono sul collo della bottiglia. Una goccia di condensa rese il suo rossetto ancora più lucente senza rovinarlo.
Si accarezzò i capelli, posò la bottiglia e tornò a stringermi le mani.
«Mi prometti che per stasera ti sforzerai di non essere triste?» chiese con un altro sorriso enorme.
«Ci proverò» risposi facendo scorrere le punte delle mie dita sui suoi polsi.
Si morse le labbra e bevve un altro sorso. Per un secondo immaginai che al posto della bottiglia ci fosse altro.
Cercai di spostare la conversazione su argomenti più frivoli. Vidi sulla televisione posta dietro di lei lo spot di un film d’azione con Sylvester Stallone che volevo andare a vedere. Glielo dissi e finimmo a parlare di cinema per un po’.
Mentre parlavamo successe un fatto strano. Strusciò il piede sulla mia gamba. Fu solo per pochi secondi, ma non potei fare a meno di notarlo. Sarà un tic, pensai, non l’ha fatto apposta. Quando smise, tornai a concentrarmi sulla conversazione. Parlava e gesticolava molto, ma ogni suo movimento sembrava calcolato per attirare l’attenzione senza dare fastidio.

Quando l’argomento cinema si esaurì, dalle casse del bar uscirono le note di una delle mie canzoni preferite, “I was made for lovin’ you” dei Kiss.
Lei drizzò subito la schiena e spalancò gli occhi.
«I Kiss!» esclamò. «Li adoro!»
«Stai scherzando?» chiesi divertito.
La maggior parte delle ragazze che conoscevo li trovava dei poveri pagliacci mascherati che avevano fatto il loro tempo da un pezzo. Giulia apparteneva a questa categoria.
Gaia tornò ad attaccarsi alla bottiglia e questa volta il mio cervello passò ai pensieri sconci senza troppi scrupoli.
«No!» disse posando la birra sul tavolino. «Sono tra i miei gruppi preferiti. Ho quasi tutti i loro CD a casa.»
«L’anno scorso sono stato a un loro concerto» buttai lì per far colpo.
«Sul serio?»
«Certo! La serata più divertente della mia vita. Ho avuto la pelle d’oca per tutta la notte!»
Si appoggiò sui gomiti e si sporse in avanti. Ringraziai il cielo che la sua maglietta non fosse scollata.
Risentii il suo piede strusciare sulla mia gamba. Questa volta fu più intenso e prolungato. Stavo quasi per farglielo notare, ma pensai che avrei potuto metterla in imbarazzo ed evitai.
Non era una brutta sensazione.
«A me sarebbe piaciuto da matti andare a un loro concerto negli anni Settanta, nel loro periodo d’oro» commentò lei.
«Anche a me. Dovevano essere dei grandi spettacoli.»
Tornò dritta sullo schienale e si aggiustò la frangetta.
«E poi avrei avuto la possibilità di intrufolarmi nel backstage e finire nel camerino di Paul Stanley!» esclamò.
«Bah, io preferirei finire a letto con Gene Simmons.»
Scoppiammo entrambi a ridere.
«Non si sono ancora ritirati. Magari un giorno potresti riuscire a finire in quel letto sul serio» dissi.
«Ormai è troppo vecchio per i miei gusti. Preferisco l’uomo un po’ più giovane.»
«Ma Paul Stanley è Paul Stanley.»
«Mi accontento di meno. Basta trovare qualcuno che gli somiglia, un po’ di immaginazione ed è fatta.» Si morse le labbra. «Tu, per esempio, un po’ lo ricordi» disse ridacchiando.
«Questo cosa vuol dire, signorina?» domandai impostando la voce come un pessimo attore.

Riprese lo strusciamento del piede. Arrivò fin sopra il ginocchio. Per un attimo pensai che le mie gambe fossero troppo lunghe.
«Beh, stasera potrei essere molto gentile con lei» sussurrò imitando una voce sexy.
Nessuno dei due resistette oltre e finimmo per riprendere a ridere.
«Quali sono gli album che ti mancano?» chiesi tornando all’argomento iniziale.
Ci pensò un attimo.
«Allora… se non ricordo male, “Animalize” e “Revenge”» rispose.
«Ce li ho!» replicai orgoglioso di me stesso. «Potrei prestarteli.»
«Davvero? Grazie! Sarebbe davvero gentile da parte tua.»
«Figurati, non c’è problema.»
Controllai l’ora. Erano le undici passate.
«Questo posto non ti ha stufato?» chiesi.
«In effetti sì. Ma è mercoledì. A quest’ora non c’è più niente di interessante in giro.»
«Però io non ho sonno…» dissi più rivolto a me stesso che altro.
«Senti, perché non andiamo a casa tua? Mi fai vedere dove abiti, mi offri qualcosa da bere e chiacchieriamo un altro po’.»
Oddio, ditemi che non me lo sto immaginando, pensai.
«E così mi dai anche i CD» aggiunse divertita.
«Ah, certo! I CD…»
Mi alzai dal tavolo.
«Dove vai?» mi chiese.
«Vado un secondo in bagno e poi andiamo da me, va bene?»
Annuì.
Raggiunsi i servizi e mi lavai la faccia con l’acqua più fredda che il rubinetto potesse offrirmi. Mi asciugai con una salvietta e mi appoggiai sul lavandino facendo un lungo respiro.
La mia immagine riflessa allo specchio mi guardò con una severa espressione di rimprovero.
Non fare cazzate, pensai. Non fare cazzate.