«No, ma dai! Ma che razza di nome è?» chiesi agitando le mani giunte in segno di disperazione.
Celtic e Anderlecht mi stavano portando a Padova in auto. Partimmo di notte per evitare traffico. Durante il tragitto mi vennero dati i miei nuovi documenti: carta d’identità, tessera sanitaria, codice fiscale, patente. Non mancava niente. Erano dei falsi, ma erano quasi meglio degli originali.
«Biagio Niccolai? Chi se ne è uscito con questa roba?» domandai deciso a trovare il colpevole.

«Non rompere» mi rispose Anderlecht scrutandomi dallo specchietto retrovisore. «Un nome vale l’altro.»
«D’accordo, ma questo è tremendo.»
«Guarda che ti è andata bene» intervenne Celtic. Aveva gli occhi fissi sullo specchio sopra di lui e armeggiava con la bandana verde. «Una volta mi assegnarono una missione sotto copertura. Facevo la parte di un italo-americano. Mi toccò farmi chiamare Glenn Anzalone. Terribile…»
«Sempre meglio di questo.»
«Mi spiace» disse Anderlecht. «Non posso farci niente. Questo ti abbiamo dato e questo ti tieni.»
Sbuffai e sprofondai nel sedile senza dire altro.
Mentre ero intento a curiosare tra le targhe delle altre auto, Celtic si girò verso di me.
«Facciamo un piccolo ripasso, ti va?»
«Come vuoi» risposi con poco entusiasmo.
«Bene. Parlami un po’ di te, Biagio.»
«Fottiti.»
«Dai, non farmi arrabbiare.»
«Va bene. Mi chiamo Biagio Niccolai. Ho ventiquattro anni. Sono originario di un piccolo paese in provincia di Verona che si chiama Valponaro. Fino all’anno scorso frequentavo Economia presso l’università di Verona, ma a un certo punto ho deciso di seguire il mio sogno. Ho mollato tutto e mi sono trasferito a Padova per studiare Lettere.»
Il particolare di Lettere lo avevo scelto io. Visto che dovevo far finta di essere uno studente era meglio farlo in un luogo dove la cosa fosse più semplice.
«Vedo che hai studiato» disse Anderlecht.
«Ora dimmi che cosa dirai alla tua famiglia quando ti chiameranno dopo essere tornati dalle vacanze» rilanciò Celtic.
I miei genitori e mio fratello erano partiti per le ferie. Mi avevano lasciato la casa libera prima che succedesse tutto quanto. Presto sarebbero tornati e la mia assenza doveva essere spiegata in qualche modo.
«Dirò che ho vinto un bando per una borsa di studio per andare a studiare negli Stati Uniti. Gli spiegherò che sono dovuto partire subito e che non si devono preoccupare perché chiamerò tutti i giorni e tornerò per Natale e forse anche per Pasqua.»
Dall’alto della loro immensa magnanimità, mi avevano concesso di tornare a casa almeno una volta, anche se per pochi giorni. Nei loro piani la missione non sarebbe dovuta durare più di un anno. Nel caso ci avessi messo più tempo, avremmo ridiscusso sia le bugie da raccontare che i permessi da accordare.
«Perfetto. Bravo» si congratulò Celtic.
Il viaggio proseguì senza particolari sussulti per circa un’ora. Nessuno parlò molto. Io tacqui il più possibile.
Tra Bergamo e Brescia, Anderlecht fece una sosta in autogrill. Era deserto. L’unica auto parcheggiata era la nostra. Più distante vi erano un paio di tir in cui riposava qualche camionista esausto.
Io e Anderlecht ci dirigemmo al bar, mentre Celtic rimase fuori per sorvegliare l’auto e fumarsi una sigaretta. Andai subito in bagno. Quando ne uscii, il mio compagno di viaggio stava bevendo una coca grande.
«Quanto manca per arrivare?» gli chiesi.
«Tre o quattro ore.»
«Forse è meglio se mangio qualcosa.»
«Già, è venuta fame anche a me.»
Controllai le tasche e mi accorsi di aver dimenticato il portafogli in auto.
«Vado a recuperarlo.»
«No, aspetta» mi disse mentre raggiungevo l’uscita. «Pago io.»
«No, grazie. Non voglio essere in debito con voi più di quanto non sia già.»
Mi guardai intorno e non vidi Celtic da nessuna parte.
Un botto.
Sembrava il rumore di due oggetti di metallo che si scontravano. Non capii da dove provenisse. Proprio in quel momento, il lampione posto dall’altra parte del piazzale, che fino a quel momento era rimasto spento per qualche motivo ignoto, tornò a funzionare per qualche secondo.
La sua luce si riflesse su un furgone nero che non avevo ancora notato, parcheggiato qualche metro più distante.
Un attimo, pensai, ma io lo conosco quel furgone…
Mi avvicinai per controllare meglio, ma dopo pochi passi una forza improvvisa mi bloccò. Mi ritrovai con due braccia estranee intorno al collo.
«Se stai fermo e non opponi resistenza, non ti faremo nulla» disse una voce dietro di me.
Aveva un accento insolito. Asiatico, direi.
Iniziai a sbracciare più forte che potevo. Riuscii a divincolarmi e scappai verso il bar. Anderlecht era appoggiato su un tavolino circolare e stava per addentare una rustichella fumante. Corsi verso di lui urlando.
«Sono qui! Sono loro! Non c’è Celtic!»
«Ehi, calmati!» disse lui.
«Mi hanno trovato!»

«Chi? I mafiosi?» chiese iniziando ad allarmarsi.
Non feci in tempo a rispondergli che un colpo di pistola trafisse il suo panino facendolo andare in pezzi. Le due cameriere presenti si buttarono terrorizzate sotto i banconi. Lui si voltò in direzione dello sparo e si rese conto della situazione.
«Ah, gli asiatici…» commentò.
Partì un’altra pallottola, ma riuscimmo a buttarci dietro alcuni scaffali di dolciumi.
«Dove diavolo è andato a finire Celtic?» mi chiese mentre gattonavamo verso qualche riparo.
«Non lo so. Sono uscito, non c’era e poco dopo è sbucato questo qua.»
Si alzò la maglietta e tirò fuori dai pantaloni due pistole. Me ne porse una.
«Tieni.»
L’asiatico continuò a sparare. Un colpo centrò un’enorme confezione di cioccolatini che cadde vicino a noi facendomi sussultare.
«Che cosa ci devo fare?» chiesi prendendo l’arma.
«Mah… secondo te?»
Una bottiglia di vino andò in mille pezzi.
«Ok, ho capito» dissi. «Che cosa devo fare?»
Mi indicò uno scaffale dall’altra parte della sala.
«Lo vedi quello?» Un’altra bottiglia esplose. «Cerca di raggiungerlo. Poi cerca una via sicura per l’uscita. Da lì ti sarà più facile.»
«E io come diavolo dovrei arrivarci fin lì?»
«Secondo te perché ti ho dato la pistola? E poi ci sarò io a coprirti le spalle.»
«Una volta fuori che devo fare?»
Sentimmo dei passi venire nella nostra direzione.
«Cerca Celtic. Se non lo trovi prendi l’auto e scappa. Prosegui verso Padova da solo.»
«Da solo? E tu?»
«In qualche modo ti raggiungerò. Ora vai!»
Prima ancora che potessi ribattere, si alzò e urlò qualcosa contro l’asiatico. Ciò mi permise di avere qualche secondo di vantaggio. Si spararono a vicenda qualche colpo, ma nessuno dei due ebbe la mira o il sangue freddo per centrare l’altro.
Scattai verso la mia destinazione, ma non feci i conti con l’enorme pozzanghera di vino che si era formata. Scivolai per terra, andando a sbattere la fronte contro uno spigolo. Tutto il frastuono fece sì che l’asiatico si ricordasse di me. Si avvicinò ricaricando la pistola, mentre io ero ancora intontito dalla botta. Anderlecht gli sparò a una spalla. L’asiatico barcollò per un secondo. Approfittando della situazione, il mio amico prese la rincorsa e lo colpì con un gomito all’altezza dell’addome. Iniziarono a rotolare per il pavimento dandosi pugni e testate. A poco a poco mi ripresi e mi alzai. Ero ancora poco lucido e non stavo capendo bene quello che stava succedendo.
«Scappa! Vai via!» urlò Anderlecht vedendomi titubante.
Scossi la testa e corsi verso l’esterno. Mi appoggiai all’auto e controllai la fronte. C’era un taglio, ma non sembrava nulla di serio. Dall’interno dell’autogrill continuavano a provenire rumori di ogni genere, nessuno dei quali rassicurante.
Entrai in macchina e avviai il motore. Partii sgommando. Superate le pompe di benzina, diedi un’occhiata allo specchietto retrovisore e mi fermai.
I rumori della rissa dentro l’autogrill si sentivano fino a lì.
«Fanculo…» sussurrai.
Feci retromarcia e ritornai davanti all’entrata. Recuperai un tubo di ferro dal baule dell’auto e rientrai nel bar.
Anderlecht stava avendo la peggio. Era sdraiato a terra e dava l’impressione di non riuscire a rialzarsi. L’asiatico ruppe una bottiglia di vetro e la puntò verso di lui. Lo assalii brandendo il tubo.
Un colpo sullo stomaco, un pugno e una testata. Questa fu la sequenza dei colpi. Peccato che a subirla fossi io. Il mio assalto fu un fiasco. L’asiatico riuscì a neutralizzarmi e a disarmarmi con facilità.
Un altro pugno, un calcio sul petto e finii volando tra biscotti e caramelle. Avrei potuto usare la pistola, ma volevo tenerla come ultima risorsa. Quando lo vidi avvicinarsi col tubo capii che era il momento. Purtroppo, lo capì anche lui. Sfoderai l’arma ma, senza darmi il tempo di premere il grilletto, me la fece volare via dalle mani con un calcio.
Il mio attacco comunque era stato utile. Anderlecht ebbe il tempo di rialzarsi e di contrattaccare. Tentò una presa al collo dell’asiatico, ma questi fu rapido a sgusciargli via dalle braccia. Lo afferrò per la maglia e lo scaraventò a pochi metri da me, tra gli stessi dolciumi.
«Che diavolo ci fai ancora qua?» mi disse Anderlecht a denti stretti mentre si toglieva di dosso alcune scatole. «Ti avevo detto di scappare!»
«Non se ne parla! Non ti lascio da solo!»
«Guarda che sono io che devo proteggere te!»
L’asiatico aveva ritrovato la pistola persa nella colluttazione e ce la puntò contro.

«Non ho più voglia di giocare» disse col suo solito accento. «Il ragazzo ora viene con noi.»
«Voi chi?» chiese di rimando Anderlecht.
«Cambia qualcosa saperlo?»
Nessuno rispose. Anderlecht mi guardò. Nei suoi occhi si leggevano sconcerto, rabbia e istinto omicida nei miei confronti. Abbassai la testa e mi alzai da terra.
Proprio in quel momento l’impensabile accadde. Celtic spuntò dal nulla brandendo un badile enorme. Colpì l’asiatico sulla schiena, ma questi in un modo o nell’altro riuscì a non cadere. Anderlecht reagì di scatto. Balzò in piedi, corse verso di lui e lo placcò come un giocatore di football. Gli sfilò la cintura dai pantaloni e con quella gli legò le mani. Lo alzò di peso e lo trascinò nei pressi del bancone. Gli fece sbattere la testa una, due, tre volte. A quel punto intervenni io e gli spaccai sulla nuca una bottiglia di spumante. Anderlecht raccolse da terra una pistola e gliela puntò in gola.
«Ti è andata male, amico» gli disse sorridendo.
L’asiatico gli sputò in faccia. Celtic si avvicinò e gli diede un pugno sul naso. Dal rumore, capii che doveva averglielo rotto.
«Grazie» gli disse Anderlecht pulendosi.
«Prego. Continua pure.»
Il mio mezzo belga preferito fece maggiore pressione con la canna della pistola e iniziò a sbraitare.
«Adesso, brutto figlio di una buona donna dagli occhi a mandorla, ci dici chi siete e chi vi ha mandati.»
«Scordatelo» rispose l’asiatico sputando un’altra volta. Anderlecht questa volta fu più lesto. Evitò il colpo e rispose lui stesso con un pugno, ancora più forte del precedente.
«Non hai capito. O parli tu, o ti faccio parlare io. A te la scelta.»
In quel momento una delle cameriere fece capolino da sotto il bancone per vedere cosa stesse succedendo. Stava tremando. Incrociò il mio sguardo e le feci cenno di stare tranquilla. È tutto sotto controllo, le dissi muovendo le labbra senza voce.
«Andiamo, Andy. Cerchiamo di non perdere il controllo» dissi. «Non ci conviene lasciare morti per strada» aggiunsi.
«Un nome» disse Anderlecht ignorandomi. «Lo so che non avete nulla di personale contro il ragazzo. Vi ha mandato qualcuno. Dammi solo un nome e ti lascio andare. Senza che però torni a romperci i coglioni, ovviamente.»
L’asiatico stette in silenzio per una manciata di secondi. Poi, d’un tratto, parlò. Disse due parole incomprensibili che nessuno capì.
«Ripeti!» urlò Andy strattonandolo per il colletto.
«Anton Lukjanenko» scandì bene.
Ci guardammo tutti perplessi.
«Chi è?» domandammo al prigioniero.
«Avete detto che volevate un nome e vi ho dato un nome.»
«Voglio assicurarmi che tu non ci stia prendendo in giro.»
«Fanculo, non me ne frega un cazzo di prendervi in giro.»
«Perché?»
«Perché non conoscevo questo tizio prima di qualche settimana fa. Ci ha contattati e ci ha chiesto di recuperare il ragazzo e portarlo da lui. Possibilmente vivo. Non so perché e non mi è mai interessato saperlo. Ha pagato bene e in anticipo. A noi bastava questo.»
Anderlecht ripose la pistola nei pantaloni.
«Ok. A posto così.»
«Non mi sleghi le mani?» chiese l’asiatico con sguardo rabbioso mentre scivolava per terra contro il bancone.
Venne ignorato.
«Dov’è l’altro?» chiese poi Anderlecht diretto a Celtic.
«Fuori, legato a un palo» rispose questi indicando l’uscita con un gesto del capo.
In quel momento mi resi conto che l’autogrill era ridotto davvero male. Cocci di vetro, macchie di sangue, scaffali ribaltati.
Si sentì un rumore strano, anzi più di uno. Dei bip.
«Non siamo soli qua dentro, vero?» chiese Celtic.
«No» dissi io indicando il bancone.
Anderlecht si avvicinò e si sporse per vedere dall’altra parte. Allungò un braccio e sollevò per i capelli una delle cameriere. Aveva un cellulare in mano. Glielo prese di forza e controllò il display. Stava chiamando la polizia. Alzò quel telefono in aria e lo buttò per terra mandandolo in frantumi.
«Sono ancora in funzione le telecamere?» ci chiese Anderlecht.
Guardai in alto verso il monitor che stava sopra le nostre teste e lo trovai spento. Cercai le telecamere negli angoli dell’edificio e anche loro non sembravano funzionare.
«È tutto spento, perché?»
«Mentre stavo mangiando mi sono accorto che avevano smesso di funzionare. Presumo sia stato un accorgimento degli asiatici.»

«E quindi?»
«Quindi vuol dire che di quello che è successo qua dentro non ci saranno testimonianze.»
Si interruppe. Riprese la pistola e la puntò in faccia alla ragazza.
Ora la ammazza, pensai terrorizzato.
«Ehi, Andy! Vacci piano!» lo implorai.
La cameriera quasi svenne. Tremava, piangeva, singhiozzava. Provò a farfugliare qualcosa, ma era troppo sconvolta per farsi comprendere. La collega non si era mai alzata. Era rimasta rannicchiata sul pavimento, senza avere il coraggio di fare qualcosa che non fosse pregare e gemere.
«Mi avete capito, signore?» chiese loro Anderlecht. «Nessuna testimonianza» aggiunse scandendo nel modo più chiaro possibile le parole.
Lasciò la ragazza e si abbassò per parlare con l’asiatico.
«Noi adesso ce ne andiamo. Cinque minuti e sparite anche voi due. Intesi?»
L’altro si limitò ad annuire.
Mentre raggiungevamo l’uscita, mi avvicinai ad Anderlecht.
«Non credi di aver esagerato con le cameriere?» chiesi.
«No, fidati.»
«Se lo dici tu…»
«Piuttosto, hai idea di chi sia questo Lukjanenko?»
«Mai sentito in vita mia.»
«Fanculo, si può sapere in che cazzo ti sei andato a infilare?»
«Non so più cosa dire…»
Dopo qualche metro, una voce alle nostre spalle ci colse di sorpresa.
«Ve la faremo pagare! Delinquenti!»
Ci voltammo. Era la seconda cameriera, quella che aveva passato tutto il tempo a pregare.
Divertente, pensai, adesso sarei io il delinquente.
Mi immaginai ancora braccato dai Parise. Poi dagli uomini di Lukjanenko. Poi ancora da poliziotti e ispettori. E da detective. Da soldati, da eserciti, da generali, da qualsiasi tipo di forza dell’ordine possibile e immaginabile.
«Dammi la pistola» ordinai ad Anderlecht.
«Perché?»
«Dammela e basta.»
Presi l’arma con la forza e ritornai verso il bancone.
La cameriera, vedendomi arrivare, si ritrasse di nuovo sotto il bancone. La raggiunsi, la afferrai per il colletto e le puntai la pistola in gola.
«Cosa vuoi fare tu? Cosa cazzo hai intenzione di fare?»
Anderlecht e Celtic corsero a riprendermi e mi trascinarono via di peso.
«Stai attenta!» urlai. «Stai molto attenta!»