Mi sistemarono in una stanza da letto al terzo piano. Passai il resto della giornata senza mai uscire da lì. C’era un televisore, ma lo lasciai spento. Stetti tutto il tempo buttato sul letto, con le mani incrociate dietro la testa e lo sguardo fisso sul soffitto.
Si fece notte e cercai di dormire. Invano. Ero solo, preoccupato, sfiduciato e, passata la mezzanotte, affamato. Col passare dei minuti, la fame divenne il motivo principale della mia insonnia.
Andai a cercare la cucina. La trovai dopo mezz’ora. Mi accorsi che in fondo a un corridoio c’era una luce accesa, la seguii ed entrai nella stanza dalla quale proveniva.

Vi trovai Anderlecht. Era ricurvo su un tavolo, intento a divorare un piatto pieno di patatine fritte e cozze.
«Noto con piacere che l’appetito non ti manca» gli dissi mentre mi indirizzavo verso il frigorifero.
«Noto con piacere che ti manca il sedile della mia auto» rispose lui con la bocca mezza piena.
Afferrai una confezione di wurstel e mi sedetti di fronte a lui.
«Ti piace mangiare sano» disse.
«Con quello che c’è nel tuo piatto, una critica del genere è del tutto fuori luogo.»
«Cosa ha che non va?»
«Tanto per cominciare, tutto.»
«Beh, a me piace. Lo sapevi che siamo stati noi belgi a inventare le patatine fritte?»
«Ma allora sei belga per davvero?»
«Sì, cioè quasi. Mio padre lo era, ma mia madre è italiana.»
Una grande rivelazione. Il finto belga in realtà era un mezzo belga.
Per un po’ restammo in silenzio e continuammo a mangiare senza più punzecchiarci.
«Posso chiederti una cosa?» domandai quasi alla fine del pasto.
«Dimmi pure.»
«Le fate spesso certe cose?»
«Ammazzare persone?»
«Sì…»
«Solo in casi come il tuo.»
«Cioè? Quando avete un disperato a cui far fare il lavoro sporco?»
Sorrise.
«No. Solo quando l’obiettivo è un criminale o una persona pericolosa.»
Si pulì le mani e la bocca e fece per alzarsi.
«Qualora dovessi accettare…» dissi cogliendolo di sorpresa. Tornò a sedersi.
«Dai, su» replicò. «Lo so che accetterai.»
«Come fai a dirlo?»
Mi guardò come se la cosa fosse talmente ovvia da non meritare una risposta.
«D’accordo» dissi. «Domani accetterò.»
«È la scelta giusta.»
Lasciai l’ultimo wurstel nella confezione. Lo stomaco si era chiuso.
«Lo è sul serio?» domandai.
«Non lo so. Penso che questa domanda avresti dovuto fartela tempo fa.»
«Andiamo, lo sai come funzionano certe cose. Sapevo di sbagliare, ma come avrei potuto fermarmi?»
«Beh, adesso è uguale. Non puoi fermarti.»
Per qualche secondo si sentì solo il ronzio del frigorifero.
«Mi aiuterai, non è vero?» chiesi.
«Beh, ovvio. Lo hai sentito anche tu il capo. È il mio compito.»
«Non parlo solo di questo, Andy.»
«E di cosa, allora?»
«Guardami» dissi allargando le braccia. «Sono un poveraccio che si è andato a infilare in un gioco molto più grande di lui. Ho bisogno di una mano, ho bisogno di aiuto.»
Quelle frasi rimbombarono senza che nessuno si affrettasse a rincorrerle.
«Perché lo stai chiedendo a me?»
«Non lo so» ammisi. «Sei la cosa più simile a un amico che io abbia in questo momento.»
Comparve una smorfia sul suo volto. Si accarezzò la barba scrutando il vuoto alle mie spalle.
«Va bene. Sarò il tuo cavaliere senza macchia» disse.
«Ah, bene. Questo vuol dire che io sarei tipo la tua principessa?»
«Beh, oddio, adesso non esageriamo.»
«Dovresti vedermi in abito lungo.»
«Non mi ci fare neanche pensare, per piacere. Mi viene da vomitare solo a pensarci.»
«No, quello è la merda che hai mangiato.»
«Fottiti. Dai, andiamo a dormire» disse rialzandosi.
Rimettemmo in ordine e ci salutammo. Ero quasi uscito dalla stanza, quando mi sentii richiamare.
«Ehi!»
Appena mi voltai mi lanciò un mazzo di chiavi. Erano quelle della sua auto.
«Forse lì dentro un paio d’ore di sonno riesci a fartele» disse.
Annuii.
«Grazie.»
***
Erano tutti lì ad aspettarmi.
Fenerbahçe stava leggendo un quotidiano con in mano una tazza di caffè. La Zoratti sorseggiava il suo solito tè. Anderlecht e il tizio con la bandana se ne stavano in un angolo a ingoiare dolci, il maggiordomo era in piedi vicino a una porta.
Al mio ingresso tutti si immobilizzarono. Li ignorai e andai a sedermi. Chiesi se fosse possibile avere un cappuccino con un po’ di biscotti e mi stiracchiai sulla sedia. La Zoratti mi diede la prima occhiataccia della giornata.
«Buongiorno anche a lei» esordii. Non si degnò.
Fenerbahçe ripiegò il giornale e si sporse verso di me. Lo avevo di fronte.
«Buongiorno. La stavamo aspettando.»
«Lo so.»
«Bene. Vuole farci attendere ancora?»
«No.»
«Perfetto. Qual è la sua risposta?»
Il maggiordomo arrivò con il cappuccino, ma si fermò sull’uscio col vassoio in mano aspettando, come tutti, che proferissi parola.
«Accetto la vostra proposta» dissi sottolineando il concetto con un ampio gesto del capo.
La Zoratti si alzò e sparì dalla stanza senza salutare nessuno. Fenerbahçe invece iniziò a sorridermi e volle stringermi la mano.
«Siamo molto soddisfatti della sua scelta.»

«Spero di poterlo dire anche io tra qualche mese.»
«Non ne dubiti» disse alzandosi. «Starei molto volentieri con lei, ma purtroppo altri impegni impongono la mia presenza altrove. Saranno Anderlecht e Celtic a seguirla d’ora in poi.»
Finalmente scoprivo il nome di Bandana Verde.
«Guardi, a me basta solo andare via da qui il prima possibile. Inizio a non sopportare più questo posto.»
«Non credo che sia possibile.» Si infilò la giacca e recuperò il giornale. «Dovrà stare qui ancora una settimana.»
«Come una settimana?»
«Lei sa già come uccidere un uomo?» replicò mentre guadagnava l’uscita.
«No, ovvio, ma…»
«Allora vedrà che i prossimi giorni saranno molto proficui. A presto.»
Sparì dal mio campo visivo senza darmi il tempo di lamentarmi.
Anderlecht si avvicinò e mi mise una mano sulla spalla.
«Sbrigati a bere quel cappuccino. Ti aspetto in giardino.»
***
Con la scusa dell’addestramento, Anderlecht mi prese a pugni per giorni. Per mia fortuna le lezioni di combattimento corpo a corpo erano solo una parte. La mattina la passavo a sparare in un poligono di tiro improvvisato sul retro della villa. Questo fece migliorare tantissimo la mia mira, ma facevo ancora schifo.
Dopo pranzo, dalle due alle quattro, Celtic mi istruiva su tutti i dettagli tecnici e tecnologici della missione. Avrei avuto a disposizione due cellulari. Uno da usare normalmente e l’altro riservato solo alle comunicazioni con loro. L’appartamento dove avrei alloggiato sarebbe stato sempre sorvegliato e pieno di microspie. Io stesso sarei stato seguito, monitorato, attenzionato e tutta un’altra serie di participi passati che mettevano angoscia.
Dalle quattro del pomeriggio in poi iniziava la lezione di metodi di autodifesa a mani nude con Anderlecht. In pratica prendevo pugni per tre ore di fila e alla fine dovevo anche ringraziare.
A metà seduta del quarto pomeriggio crollai sull’erba senza neanche più la forza per insultarlo.
«Basta. Pietà…» implorai.
«Non possiamo perdere tempo. Rialzati.»
«Ti scongiuro. Non ne ho più.»
«Un’ora in più di allenamento potrebbe salvarti la vita in futuro.»
«No. Un’ora in più di allenamento potrebbe ammazzarmi subito.»
Studiò le mie condizioni e si sedette vicino a me.
«Forse ho esagerato un po’…» disse.
Alzai la testa verso di lui sgranando gli occhi.
«Forse? Ma hai visto come mi hai ridotto?»
«Smettila. Non ci sto neanche mettendo tanta forza.»
«Ah beh, gentile da parte tua…»
«Non fare storie. Questo è niente in confronto a quello che ho passato io.»
«Che vuoi dire?»
«Niente» rispose rialzandosi. «Ti lascio il resto della giornata libero. Vai a farti una doccia.»
«Ti hanno fatto fare la stessa cosa?» insistetti.
«Non ne voglio parlare e comunque non sono affari tuoi.»
«Secondo me sì, invece.»
Sbuffò. Si mise le mani sui fianchi. Per un attimo pensai che stesse meditando di darmi in un colpo solo tutti i pugni che mi aveva risparmiato sospendendo l’allenamento.
«Hai ragione» disse. «Forse un giorno ne parleremo. Non ora.»

Il suo sguardo si fermò. Gli occhi fissavano il vuoto.
«Ok, vado a farmi la doccia» dissi incamminandomi di fretta verso l’ingresso della villa.
Non rispose.
Quando arrivai al portone, mi voltai. Era ancora fermo lì.
***
La sera del settimo e ultimo giorno di addestramento, subito dopo cena, Anderlecht mi consigliò di andare a letto presto perché l’indomani sarebbe stata una giornata pesante. Risposi che era quello che avevo intenzione di fare, ma stavo mentendo. Volevo godermi in pieno gli ultimi momenti di libertà.
Chiesi le chiavi dell’auto per avere un posto comodo dove dormire, mi diressi verso il garage, mi assicurai di non essere seguito da nessuno e andai a farmi un giro tra gli alberi del giardino.
La serata era fresca e tranquilla. Me ne stetti sotto una quercia per quasi due ore, giocherellando con gli scoiattoli, litigando con le formiche e pensando che potevo finire schiacciato come loro a breve.
Si fece tardi e decisi di seguire il consiglio di Anderlecht. Ero quasi arrivato ai garage quando sentii un tintinnio di vetri provenire dall’ala del giardino dove sapevo esserci un grande gazebo. Andai a controllare.
La Zoratti si stava versando un bicchiere di vino rosso. Davanti a sé aveva un libro in francese. Appena mi scorse lo aprì e iniziò a leggere. Afferrai una sedia e presi posto di fronte a lei. Non si scompose.
Presi la bottiglia di vino.
«Posso servirmi?» chiesi agitandogliela davanti. Mi ignorò.
Scossi le spalle e mi accinsi a bere direttamente dalla bottiglia.
«Le consiglio di andare a dormire» disse continuando a guardare il libro, un istante prima che le mie labbra venissero a contatto col vetro.
«Non ho sonno. Che legge di bello?»
«La cosa non la riguarda» rispose secca.
«È sempre così ospitale?»
Alzò lo sguardo. Chiuse il libro e si portò in avanti appoggiando i gomiti sul tavolo. Per un attimo potei sbirciare nella sua scollatura. Stava per dire qualcosa, ma si accorse della direzione del mio sguardo. Si abbottonò la camicetta e riprese.
«Mi ascolti bene. Se si trova qui non è per cortesia e io non sono tenuta a fare conversazione. Lei è qui solo perché deve fare ciò che le è stato ordinato. Nient’altro. Il rapporto tra me e lei si esaurisce qua. Lei agisce e io pago per la sua protezione finché ce ne sarà bisogno. Siamo intesi?»
Parlava scandendo bene ogni parola. Il tono di voce era molto simile a quello di Gaia. Le sue erre arrotondate erano molto piacevoli da ascoltare.
«Parliamoci chiaro» dissi dopo aver bevuto un sorso di vino. «Per prima cosa, dammi del tu.»
«Non vedo perché dovrei darle questa confidenza.»
«Andiamo. Ti sembra il caso? Avrai la mia età!»
«Questo non può saperlo.»
«Mi hai preso per stupido?»
Si ritirò sulla sedia e incrociò le braccia sul petto.
«Onestamente, sì.»
«Ah, guarda, non che possa contraddirti. Ma sulla tua età ho ragione io. Non è così?»
La sua gamba si mosse nervosa sotto il tavolo.
«Ho ventiquattro anni. Qualche problema al riguardo?»
«Sì, se continui a parlarmi come se fossi mia nonna.»
Gli occhi le si iniettarono di sangue.
«Non ti permettere, brutto cafone che non sei altro!»
«Oh, ora mi dai del tu?»
Per poco non mi tirò il libro in mezzo agli occhi. Mi strappò la bottiglia dalle mani e si riempì il bicchiere. Se lo scolò in un sorso.
«Che cosa devo fare per essere lasciata in pace?» chiese.
«Voglio sapere di più su di te e sull’uomo che dovrei uccidere.»
Fissò un punto lontano su nel cielo.
«Dopo mi lascerai in pace?»
«Ci proverò.»
Bevve un altro bicchiere. Spostò il libro di lato, incrociò le mani e le appoggiò sul tavolo.
«Vengo da un piccolo paese di campagna, in Italia. Non mi ero mai spostata da lì, a parte qualche vacanza. Dopo la maturità, io e altre due mie amiche decidemmo di premiarci facendo un viaggio qua, in Provenza. Passammo qualche giorno a Marsiglia e fu lì che incontrai mio marito.»
«L’uomo che vorresti vendicare?»
«Sì. Matthieu era bellissimo. Lo vidi per la prima volta seduto in un bar. Mi piacque subito. Avvenne tutto molto di fretta. Ero andata lì da sola per fare colazione. I camerieri fecero confusione e scambiarono le nostre ordinazioni. Ce ne accorgemmo subito. Lui ne approfittò per attaccare bottone, io stetti al gioco. Alla fine, riuscì a strapparmi un appuntamento. Poi un altro, poi un altro ancora. Dopo una settimana, non potevamo più fare a meno l’uno dell’altra.»
«Avevate fretta, eh?»
Arrivò un’occhiataccia abbastanza scontata. La pregai di soprassedere e di andare avanti.
«Decisi di non tornare in Italia e andai a vivere da lui.»
«A quanto vedo, sapeva trattarsi bene.»
«Era figlio di Edmond Dugarry, un armatore di Marsiglia. Era già stabilito che sarebbe diventato presidente della ditta di famiglia. Suo padre non vedeva l’ora di andare in pensione e passare le sue giornate in barca. Quando conobbi Matthieu ormai era tutto pronto per la successione. E anche per il suo matrimonio…»
Trasalii.
«Matrimonio?»
«Sì, era fidanzato da quattro anni con un’altra ragazza. Dopo avermi conosciuta la piantò e fece saltare tutto. Solo per me.»
«Commovente» commentai con una smorfia.

«Suo padre non la prese per niente bene. Minacciò di diseredarlo. Mi chiamava la “putain italienne”. Fu un periodo tremendo. Poi col tempo, sua madre si ammorbidì e riuscì a convincere anche il padre. Mi accettarono e le cose iniziarono ad andare bene. Ci sposammo e facemmo costruire questa casa.»
«Bene, fino a qua è la parte bella della storia. Poi cosa successe?»
«Credevo di vivere in una fiaba. Eravamo ricchi, giovani, innamorati, invidiati da tutti. Il mio Matthieu era l’uomo perfetto, lo amavo incondizionatamente. E continuai a farlo anche quando mi svelò il suo segreto.»
«Ti tradiva?»
«No!» rispose scandalizzata. «Non lo avrebbe mai fatto!»
«Scusa, sono andato sul classico.»
«Giocava, scommetteva. Aveva perso molto denaro e non riusciva a smettere. Era malato, aveva bisogno d’aiuto. Solo dopo molto tempo se ne rese conto e venne a raccontarmi tutto. La situazione era grave. Si era indebitato con le persone sbagliate.»
«Brutta storia.»
«Già. Era convinto di essere stato raggirato da quelle persone, per cui decidemmo insieme di dire tutto alla polizia. Conoscevamo parecchie persone importanti che non avrebbero fatto trapelare nulla, ma…» La sua voce si increspò e gli occhi si arrossarono. Tirò un lungo sospiro e continuò. «Pochi giorni dopo la sua confessione, dovette tornare in città per un lavoro. Non tornò più. Lo trovarono morto in un vicolo vicino al porto. Un colpo dietro la nuca…»
Stetti in silenzio qualche secondo. Lei prese un fazzoletto e si asciugò le lacrime.
«La polizia non riuscì a scoprire nulla. Non c’erano prove, nessun indizio, solo supposizioni. Dopo un po’ archiviarono tutto, ma io non potevo farlo. Ho assoldato i migliori investigatori, le persone più abili. Dio solo sa quanto ho speso per cercare la verità.»
«Ma alla fine sei riuscita a trovare l’assassino.»
«Sì. È stata dura, ma alla fine ce l’ho fatta.» Ripassò il fazzoletto sugli occhi umidi e lo piegò in modo meticoloso prima di posarlo sul tavolo. «Questo è quanto. Ora tocca a te.»
Si era rassegnata a dovermi dare del tu.
«Ti ringrazio per avermi raccontato la tua storia» dissi portando una mano sul petto. «Solo una cosa non mi è chiara. Visto che hai scoperto chi è l’assassino, perché non lasci che se ne occupi la polizia?»
Si leccò le labbra, ma nonostante questo il rosso acceso del suo rossetto non perse intensità.
«Perché anche se lo arrestassero, continuerebbe a vivere. E non è giusto. Lui ha ucciso Matthieu, quindi merita la stessa fine.»
Rimasi un po’ scosso dalla facilità di quelle parole. Per la prima volta mi parse umana, con dei sentimenti, per quanto feroci.
Le versai quel poco vino che era rimasto e glielo porsi accarezzandole un braccio. Rimase stupita, ma alla fine prese il bicchiere e bevve in silenzio.
«Scusami, ma è meglio che vada a dormire» disse alla fine alzandosi.
«Nessun problema.»
«Tu non vai?»
«Resto qui ancora un po’.»
«Vuoi che ti faccia portare dell’altro vino?»
Sorrisi.
«Ne ho bisogno. Grazie.»