Aprii gli occhi e mi stiracchiai. Eravamo fermi ai bordi di una strada di campagna.

Anderlecht era fuori dall’abitacolo e stava sbraitando contro un telefonino. Dopo un paio di minuti tornò in macchina e avviò il motore.
«Dove siamo?» chiesi quasi sbadigliando.
«Siamo quasi arrivati.»
«Per fortuna…»
«Hai dormito tutto il tempo. Di che cazzo ti lamenti?»
«C’è di meglio nella vita che appisolarsi in un’auto imbottito di pillole.»
«Beh, quando hai potuto dormire su un letto vero, non lo hai fatto.»
«Cosa succederà quando arriveremo?» chiesi sapendo già la risposta.
«Non posso dirtelo. Lo scoprirai al momento opportuno.»
Non dissi più niente e aspettai in silenzio la fine del viaggio.
Mi abbandonai alla bellezza della campagna intorno a noi e passai un’ora senza pensieri. Sembravamo fuori dal tempo, lontani dalla civiltà e dai pericoli che mi minacciavano.
A un certo punto, Anderlecht svoltò in una strada laterale e dopo qualche minuto fermò l’auto davanti a un cancello in ferro battuto. Era enorme. Ci sarebbe potuta passare una limousine messa di traverso.
«La famosa Carolina Zoratti abita qui?» chiesi sbirciando dal finestrino.
«Esattamente.»
Il cancello si aprì ed entrammo.
Ci trovammo di fronte a una villa. L’edificio era semplice e lineare, in pratica un parallelepipedo alto quattro piani, ma ogni angolo era decorato con cornicioni, decorazioni marmoree e parapetti. I muri esterni erano giallo ocra. Il portone era alto, all’apparenza molto solido, in legno scuro, con dei battenti dorati. Tutto intorno, un giardino sterminato di cui non si riusciva a vedere la fine.
«Porca miseria!» mi venne spontaneo esclamare appena sceso dall’auto.
«Posto carino, vero?» scherzò Anderlecht.
«Mi domando che cosa possa collegarmi a gente del genere…»
«Niente, in effetti.»
«Cosa?» chiesi non essendo sicuro di aver capito bene.
«Tra un po’ saprai tutto» tagliò corto. «Andiamo. Ci stanno aspettando.»
Ci venne ad aprire un signore di mezza età, probabilmente il maggiordomo. Camminava con la schiena dritta, facendo passi molto lunghi. Aveva una voce baritonale, molto profonda. I capelli erano corti e bianchi. Mi colpirono i suoi occhi. Erano piccoli, ma molto vivi. Spiccavano tra le rughe del viso.
Fummo guidati attraverso corridoi lunghissimi. Di tanto in tanto davo una sbirciata nelle stanze. Il soprammobile più scadente doveva costare quanto la mia auto.
Dopo un paio di rampe di scale, il maggiordomo si fermò davanti a una porta a pochi metri da una finestra che dava sulla parte laterale del giardino.
«La signora Zoratti vi sta aspettando in questa stanza» annunciò in italiano, ma con un lieve accento inglese. Dopodiché, si dileguò senza aggiungere altro.
Anderlecht bussò alla porta. Una voce femminile ci invitò a entrare.
Era un salotto elegante e molto luminoso, anche se meno grande di quanto mi aspettassi. Un divano e una poltrona erano posizionati intorno a un tavolino sul quale era appoggiata una vecchia teiera fumante, mentre dall’altra parte della stanza si poteva ammirare un enorme tavolo di legno scuro circondato da sedie dello stesso colore.
A differenza di quanto ci aveva fatto credere il maggiordomo, era presente più di una persona. Seduti sul divano, intenti a sorseggiare una tazza di tè, c’erano un uomo e una donna, mentre un terzo tizio, con una bandana verde in testa, stava in piedi vicino alla finestra. Appena ci vide, l’uomo sul divano si alzò e si avvicinò.

Dimostrava una quarantina d’anni, ma il fisico era quello di un atleta, alto e snello. I capelli pettinati alla perfezione con una riga laterale ben si adattavano all’abbronzatura perfetta, alla rasatura impeccabile e al sorriso smagliante. Indossava un completo blu scuro con camicia bianca, al centro della quale campeggiava una cravatta gialla.
Mi tese la mano.
«Buongiorno» dissi salutandolo con una stretta vigorosa.
«Buongiorno a lei. Siamo molto lieti di averla qui con noi» replicò.
«Posso sapere con chi ho il piacere di parlare?»
«Può chiamarmi Fenerbahçe.»
Il nome di un’altra squadra di calcio.
«Sbaglio o iniziano a essere un po’ troppi i fissati col pallone?»
Si mise a ridere. Il ciuffo non si spostò di un millimetro.
«Da noi funziona così.»
La sua espressione era distesa e rilassata. Tutto ciò che diceva sembrava parte di un copione che aveva ripetuto chissà quante volte. La donna sul divano ci ascoltava in silenzio.
«Nomi stupidi e rapimenti di sconosciuti. Avete fin troppe abitudini strane per i miei gusti.»
Sorrise mostrandomi i denti bianchi e perfetti.
«Capisco la sua confusione, ma siamo qua apposta per dare delle spiegazioni. Prego, si accomodi» disse indicandomi la poltrona.
Si sbottonò la giacca e ritornò a sedere vicino alla donna, proprio di fronte a me.
Ebbi un momento di esitazione nel prendere posto. Mi sembrava uno spreco usare quel pezzo di antiquariato per il mio culo, ma alla fine vinsi ogni titubanza e ci sprofondai. La donna si accigliò per un attimo. Appoggiò la tazza sul tavolino e accavallò le gambe con un movimento leggero che quasi non fece rumore.
Indossava una camicetta celeste e dei pantaloni bianchi. Portava degli orecchini in oro e una collana con un cammeo in corallo.
I lineamenti del viso erano delicati, la carnagione pallida. I capelli erano rossi, ma di una tonalità troppo accesa che tradiva il fatto che fossero quasi sicuramente tinti. Gli occhi erano azzurri, ma capii subito che si trattava di lenti a contatto. Osservandola bene, capii che non poteva avere più di trent’anni, anzi forse era persino una mia coetanea.
Si accorse che la stavo spogliando con l’immaginazione e mi lanciò un’occhiataccia. Preso in flagrante, provai a replicare con un sorriso un po’ forzato, ma la sua espressione severa non mutò per niente.
«Non vi aspettavamo così presto» esordì Fenerbahçe.
«Abbiamo avuto un piccolo contrattempo. Siamo stati costretti ad accelerare i tempi» rispose Anderlecht. Era andato a posizionarsi vicino al tipo con la bandana.
«Che genere di contrattempo?»
«Siamo stati attaccati…»
«Attaccati? Sono riusciti a localizzarvi?»
«Non loro. Altri.»
«Già, questi erano asiatici» dissi inserendomi nel discorso.
«Asiatici?» domandò Fenerbahçe strabuzzando gli occhi. «Ma quelli che ti stanno dando la caccia non sono asiatici.»
«Appunto…» rispondemmo quasi in coro io e Anderlecht.
Si passò una mano sul ciuffo. Si avvicinò all’orecchio della donna e le disse qualcosa che non riuscii a capire. Dopo qualche scambio di battute tornai a essere coinvolto nella discussione.
«Questo cambia un po’ le cose, ma la sostanza rimane la stessa.»
«E in cosa consisterebbe questa sostanza?» chiesi con la voce che tremò un istante verso la fine della frase.
«Abbiamo bisogno del suo aiuto.»
«Del mio aiuto?»
«Esattamente. Lei deve svolgere una missione per noi. Anzi, sarebbe più giusto dire che è per conto della signora Zoratti. Noi siamo solo degli intermediari.»
Come? Cosa? Dove? Quando? Io? Perché? Questi sono matti, pensai.
«Fatemi capire. Non siete voi l’associazione segreta piena di uomini pronti a tutto? Perché dovreste volere… me?» chiesi. «Ho già i miei problemi a cui pensare.»
«È per questo che l’abbiamo scelta.»
«Si spieghi meglio.»

Avevo già mal di testa.
«Se lei ci aiuterà, la signora Zoratti sarà ben lieta di provvedere alle spese per la sua protezione.»
Guardai la donna cercando di scorgere qualcosa. Continuava a stare in silenzio. Ogni tanto beveva un po’ di tè, ma non diceva nulla. Una statua.
«Come siete arrivati a me?» domandai appoggiando le braccia sulle ginocchia.
«Stavamo monitorando alcune situazioni simili alla sua. Tutte persone che avevano combinato qualche casino o che avevano pestato i piedi sbagliati. Tutta gente in cerca d’aiuto, per capirci.»
«Che la signora Zoratti si rende disponibile a offrire in cambio di un paio di lavoretti» aggiunsi con sarcasmo.
«Può vederla anche in questo modo, se vuole.»
Nella mia mente comparve la solita sequenza di immagini: la mia famiglia, Giulia, la mia vita, la cella di una prigione, una pistola puntata in testa. Una bara. Il mio funerale.
«Che cosa dovrei fare?» chiesi un po’ più convinto.
Fenerbahçe estrasse una foto da una valigetta posta vicino al divano e me la mise davanti.
«Deve uccidere questa persona.»
Scattai in piedi. Diedi un’occhiata fugace a quel volto. Era un uomo, più o meno sulla trentina. Non lo conoscevo.
«Io me ne vado» dissi voltandomi. «Non faccio certe cose. Trovatevi un altro disperato.»
A quel punto, la Zoratti decise finalmente di intervenire.
«Se esce da questa stanza, lei è un uomo morto. Ha fatto incazzare la famiglia Parise. Gente del genere non avrà mai nessuna intenzione di lasciarla stare. Sono dei mafiosi e lei lo sa bene.»
Mi bloccai. Chiusi gli occhi e imprecai sottovoce.
Pur non sapendo molto sui Parise, una cosa l’avevo ben chiara: con quella gente non avevo speranze. Avrei potuto provare a scappare, ma sarebbe stato soltanto un posticipare l’inevitabile. In più erano spuntati fuori anche gli asiatici. Ero da solo contro due eserciti. Senza nemmeno una spiegazione.
Mi voltai e diedi un’altra occhiata alla foto del tizio che avrei dovuto uccidere. La vita di uno sconosciuto in cambio della mia. Non era l’offerta migliore che potesse capitarmi, ma purtroppo forse era l’unica che mi avrebbero mai fatto.
Se rifiutavo, finivo ammazzato. Se accettavo e andava male, finivo ammazzato. Se accettavo e andava bene, diventavo un assassino. Qualunque fosse stato l’esito, ci sarebbe scappato un morto. Tanto valeva fare in modo che non fossi io.
Mi rimisi a sedere sulla poltrona, tirai un lungo sospiro e guardai con attenzione i miei interlocutori.
«Vorrei sapere alcune cose.»
Fenerbahçe mi rispose annuendo.
«Siamo qua per questo.»
«Perché dovrei farla io questa cosa?»
«Non si tratta di un semplice omicidio.» Quella parola mi fece venire un brivido. «Non sappiamo con esattezza dove si trovi l’obiettivo. Occorre che qualcuno lo rintracci.»
«Continuo a non capire.»
«Dovrà agire da infiltrato, sotto copertura.»
«E quindi?»
La mia voce si stava facendo più increspata e tremante.
«E quindi nel contesto della missione un nostro agente darebbe troppo nell’occhio. Uno come lei invece potrebbe muoversi con meno problemi.»
«Fanculo, si può sapere di cosa stiamo parlando?»
«Università» disse senza specificare altro.
«Cosa? Mi state prendendo per il culo?»
«No. Dell’uomo che cerchiamo sappiamo poche cose. Una di queste è che di recente si è rifugiato a Padova e che da allora ha a che fare con l’università. Non sappiamo in quali termini. Scoprirlo sarà compito suo.»
Mi alzai di nuovo dalla poltrona e cominciai a passeggiare avanti e indietro, tenendomi la fronte con entrambe le mani.
«Che altro sapete su questo tizio?»
«Niente. Sappiamo solo questo.»
«Ok.» Mi fermai un attimo per riprendere fiato e poi ricominciai a muovermi e gesticolare. «Ricapitoliamo: io dovrei trasferirmi a Padova, fare finta di essere uno studente universitario e rintracciare quest’uomo senza conoscere niente di lui, a parte la faccia. Infine, una volta trovato, dovrei ammazzarlo. È questo che mi chiedete di fare?»
La Zoratti mi guardò come se fossi un idiota.
«Proprio così» disse dopo aver sorseggiato ancora una volta il suo maledetto tè.
Mi appoggiai sullo schienale della poltrona.
«Scusate se mi permetto, ma voi con il vostro super-apparato di super-spie non potevate scoprire qualcosa di più su questo povero cristo?»
«Potevamo» rispose Fenerbahçe con il solito aplomb.
Avrei ucciso lui in quel momento, altro che l’obiettivo.
«E perché non lo avete fatto?» urlai.

«Perché simili pratiche lasciano tracce e noi non possiamo permettercelo. Se l’obiettivo si accorgesse della nostra presenza, capirebbe tutto e scapperebbe di nuovo. Abbiamo scoperto quanto più potevamo senza dare nell’occhio. Il resto dovrà farlo lei.»
«Ma potrebbero volerci dei mesi, forse anni. Avete idea di quanta gente abbia a che fare con l’università a Padova?»
Estrasse una cartellina dalla valigetta dalla quale aveva preso la foto. L’adagiò sul tavolino e l’aprì.
«Circa sessantamila studenti e duemila docenti» declamò dopo aver studiato il contenuto dei documenti che aveva davanti.
Mi misi le mani in faccia e feci un respiro profondo.
«Più tutti i segretari e gli impiegati vari, ovviamente» aggiunse Fenerbahçe subito dopo, non capendo cosa volesse dire il mio silenzio.
«Certo. Come potremmo dimenticarcene…» commentai.
«Io non ho fretta» intervenne la Zoratti. «A me basta che quell’uomo sia morto. Prima o dopo.»
«E poi, pur dovendo agire da solo, sarà supportato da alcuni nostri uomini» aggiunse ancora Fenerbahçe indicando il tizio con la bandana e Anderlecht.
Quest’ultimo incrociò il mio sguardo e mi fece cenno di stare tranquillo. L’altro tizio invece mi guardò storto. Avrei potuto mai fidarmi di uno con una bandana verde in testa?
«Nella sciagurata ipotesi che non riuscissi a trovarlo, cosa succederebbe?» chiesi.
«Non abbiamo ragioni per credere che l’obiettivo possa spostarsi da Padova. Avrà tutto il tempo che vuole. In ogni caso saremo sempre vigili. Se lascerà la città prima che lei lo trovi, noi lo sapremo e agiremo di conseguenza.»
Mi passai di nuovo le mani sul viso. Le paroline della Zoratti ritornarono a ronzarmi in testa senza darmi tregua. Per scacciarle provai a giocarmi un’ultima carta.
«E della mia vita che ne sarà? Frequento già l’università, ho un lavoro, una famiglia, degli amici, una fidanz… no, beh… quella ormai è andata… comunque il punto è che tutta questa gente si domanderà che fine abbia fatto.»
«Ovviamente ci abbiamo pensato. Abbiamo già pronta una storia credibile e tutta una serie di accorgimenti che non faranno sospettare niente a nessuno» rispose Fenerbahçe compiaciuto.
Mi rimisi a sedere e guardai il soffitto. Ritornarono ancora immagini di sicari, pistole, prigioni, bare e via discorrendo.
Guardai Anderlecht e mi sorrise. Guardai Fenerbahçe e mi sorrise. Guardai il tizio con la bandana e stranamente mi sorrise anche lui. Guardai la Zoratti e ricambiò con una smorfia di disgusto.
Guardai ancora la foto del cosiddetto obiettivo.
«Posso sapere che ha combinato per meritarsi una simile attenzione?» chiesi.
La Zoratti adagiò la tazza sul vassoio e mi squadrò dall’alto in basso per l’ennesima volta.
«Quella bestia ha ucciso mio marito» disse.
Sapere che si trattava di un assassino mi fece stare subito un po’ meglio. Faceva sempre tutto molto schifo, ma almeno era un delinquente e non una brava persona.
«Questo è tutto» disse infine Fenerbahçe, deciso per una volta ad arrivare al punto senza troppi preamboli. «Qual è la sua risposta definitiva?»
Mi massaggiai il collo. Ero stanco, avevo fame e sete. Desideravo un letto e un abbraccio da parte di una persona cara. Volevo sentirmi dire che era tutta una farsa. Avevo la nausea. Avevo bisogno di una pausa.
«Ve lo dico domani mattina.»
La Zoratti tornò a fissarmi come se fossi un selvaggio appena uscito dalla giungla.
«Non dovrà mica pensarci?» chiese. «Non mi sembra che sia nella posizione di poter scegliere.»
«Scusi la franchezza, ma decido io come e da chi farmi ammazzare» risposi secco.
«Benissimo» si intromise Fenerbahçe. Lei lo fulminò, ma lui le fece un gesto, come a dirle di sapere quello che stava dicendo. «Ci dorma su. Alle nove in punto di domani però esigiamo una risposta.»
«Va bene.»
La Zoratti non sembrò entusiasta, ma non disse altro. Fece chiamare il maggiordomo e lo incaricò di sistemarmi in una delle camere degli ospiti. Avevo come minimo un altro centinaio di domande da fare a quelle persone, ma ero già stufo di sentire le loro voci e di vedere le loro facce.
Volevo solo isolarmi per un po’.