Era un caldo mercoledì di inizio agosto, poco tempo dopo il mio incontro con Gaia.
Ero venuto a sapere che il Werder avrebbe giocato un’amichevole in Italia a poca distanza da casa mia. Era un’occasione unica per vederlo finalmente dal vivo.
Approfittando dell’assenza della mia famiglia, avevo invitato Giulia a casa mia per passare il pomeriggio insieme. Il programma era collaudato e sicuro. Aria condizionata, film in DVD, schifezze da mangiare e tanto amore. Trascorremmo la giornata stesi sul divano, oziando e coccolandoci.
Decidemmo di cenare assieme. Quando ci sedemmo a tavola, la vidi molto rilassata. Le avevo fatto passare una bella giornata ed era di buon umore. Dopo un paio di forchettate di pasta col tonno, venni allo scoperto.

«Volevo parlarti di una cosa» esordii.
Si sistemò una ciocca dietro l’orecchio e inclinò la testa.
«Dimmi pure.»
«Questa domenica…» mi bloccai un attimo perché mi resi conto che sotto il tavolo la sua gamba aveva preso a tremare. Brutto segnale, ma andai avanti. «… il Werder viene a giocare qua vicino…»
Serrò le labbra e non disse nulla. Infilzò due fusilli e se li mise in bocca. L’armonia che regnava appena pochi minuti prima era già dimenticata. Il vetro si era crepato. Tanto valeva che lo rompessi del tutto. Feci scivolare una mano verso di lei.
«E quindi?» chiese prima che potessi toccarla.
Fissava a fasi alterne il piatto e la porta. Bevvi un bicchiere d’acqua e le risposi.
«Quindi vorrei andarci…»
La gamba si agitava sempre di più. Ormai ero un soldato in trincea, con le mani sulle orecchie, in attesa dell’esplosione della bomba appena lanciata.
«E quindi?» domandò di nuovo.
Anche la porta venne esclusa dal suo campo visivo. Testa bassa e occhi fermi sul piatto, con i capelli che le nascondevano in parte il volto. Fu lì che iniziai a sospettare che ci sarebbero stati più danni del previsto.
«Dovrò stare via tutto il giorno e non so se riusciremo a vederci.»
Le cadde la forchetta dalle mani.
Alzò la testa e si tirò indietro i capelli con un gesto nervoso e poco fluido. Gli occhi si erano fatti lucidi, la voce stridula.
«Basta, mi sono rotta.»
«Che vuoi dire?» chiesi corrugando la fronte.
«Sono stufa di questa tua mania, davvero stufa.»
«Mania? Che cazzo stai dicendo?»
«Sì, mania. Le partite di calcetto, le partite in televisione, le partite allo stadio!»
«Ancora con questa storia?»
«Sì, ancora!» urlò. «Finché verrò sempre dopo un pallone, come pretendi che me ne stia zitta e buona?»
«Dopo un pallone? Ma sei seria? Sei sempre stata al primo posto per me e te l’ho dimostrato ogni giorno!»
«Sì, certo. Tra un primo e un secondo tempo!»
«Dai, smettila. Quante partite ti ho costretto a vedere? Quante volte ti ho lasciato sola per il calcetto? Quante volte sono andato allo stadio da quando stiamo insieme? Dai, dimmelo!»
Si ritirò imbronciata sullo schienale della sedia.
«A febbraio ci sei andato un paio di volte» disse quasi sussurrando.
Allargai le braccia.
«Un paio di volte in nove mesi, cazzo!»
«Beh, sono sempre troppe!» gridò tornando a urlare.
«Non mi sembra di averti fatto mancare attenzioni nel frattempo.»
Si alzò e portò il piatto nel lavandino. Qualche lacrima le scese lungo le guance.
Finii di mangiare mentre lei, braccia conserte, rimuginava stando appoggiata sul lavabo.
«A quella partita non ci andrai. Non voglio» riprese rompendo il silenzio che si era creato e che per qualche istante mi aveva illuso che si potesse risolvere tutto per il meglio.
Mi avvicinai per posare posate e bicchieri.
«Non sei mia madre. Tu non decidi proprio un cazzo.»
«Lo so, sono solo la tua ragazza. Dovresti ricordartene ogni tanto.»
«Senti, Giulia, finiscila!»
«Con chi andrai allo stadio?»
«Con chi vuoi che vada? Forse con Mauro, molto probabilmente da solo!»
«Sì, certo. Da solo…»
«Aspetta un secondo» dissi agitando le braccia. «Non avrai mica paura che abbia un’altra?»
Mi scappò un sorriso.
Avevo fatto fatica a trovare una ragazza, figurarsi una seconda.
Le accarezzai un braccio, ma lei mi schiaffeggiò la mano e fece un passo indietro. Comparvero altre lacrime.
«Come si chiama?»
Deve essere uno scherzo, pensai. Adesso si metterà a ridere e mi darà dello sciocco.
«Come si chiama chi? Non capisco di cosa tu stia parlando.» A ogni mia parola muoveva il capo e si mordeva le labbra. «Vuoi spiegarmi cosa ti sei messa in testa?» chiesi urlando forse un po’ troppo.
Il suo respiro si fece più rapido, il petto batteva sotto la canotta di cotone azzurro.
Non sapevo più che cosa dire. Ero certo che qualunque cosa fosse uscita dalla mia bocca sarebbe stata dannosa. Tornò il silenzio. Lei ormai piangeva senza contenersi.
Dissi qualcosa. Dovevo dire qualcosa.
«Giulia, non c’è nessun’altra, nella maniera più assoluta.»
Quelle parole le fecero riprendere forza e fiato in un istante.
«Ah, sì?» gridò serrando i pugni lungo i fianchi. «Allora quella puttana che hai rimorchiato in discoteca chi sarebbe?»
Gaia.
Gettai il capo all’indietro tirando fuori la lingua.
Lei interpretò male la mia reazione e ricominciò.
«Visto? Avevo ragione! Chi è? Come si chiama?»
«Si chiama Gaia e per tua informazione non l’ho rimorchiata. Ho fatto conoscenza e basta. Le ho rovesciato per sbaglio un bicchiere d’acqua addosso e abbiamo scambiato qualche parola. Tutto qui. Da allora, non l’ho più vista né sentita.»
Mi stavo quasi tranquillizzando. Non avevo niente da nascondere e più di qualcuno sarebbe stato pronto a testimoniare in mio favore.
Solo che a quel processo, con mia grande sorpresa, sbucò un teste inatteso.
«Non è quello che mi ha detto Marta.»
Marta era una sua amica. La sua migliore amica, con la quale, per inciso, ci tolleravamo a malapena.
«Che c’entra Marta adesso?»
«Era in discoteca e ti ha visto vicino ai bagni mentre cercavi di infilare le mani sotto il vestito di quella troia.»
Dovetti reprimere una risata. Non c’ero neanche andato in bagno quella sera.
«È la più grande scemenza che abbia mai sentito. Non è successo nulla di tutto questo.»
«Se Marta è venuta a raccontarmelo ci deve essere un motivo.»
«Ovvio che c’è! Mi odia! Da quando stiamo insieme non ha fatto altro che cercare di farci mollare.»
«Non è vero!»
«Mi vuoi dire che credi più a lei che a me?»
«Lei almeno è venuta a parlarmi subito. Tu perché non mi hai detto niente di questa Gaia?»
«Perché pensavo non fosse importante! Io mica ti chiedo di dirmi di tutti i ragazzi che conosci!»
Le comparve una specie di sorriso sul volto, ma intuii subito che era più una smorfia.
«Dici le stesse frasi di tutti gli altri.»
Chiusi gli occhi e respirai a fondo per evitare di sbottare.
«Allora, per piacere, io non sono come quei minorati con cui hai avuto a che fare prima di me. Io non ti ho mai tradita e non lo farei mai.»

«Lo hai già fatto.»
Diedi un pugno sullo sportello della credenza.
«Fanculo. Smettila di dire stronzate» dissi scandendo ogni sillaba.
Si asciugò le lacrime col dorso della mano. Agitava la testa da una parte all’altra.
«Non puoi capire.»
«Sei tu che non capisci un cazzo! Con quella Gaia non ci ho fatto niente! In che lingua te lo devo dire?» La mia voce si sentiva perfino per strada. «Ma se vuoi credere a quell’imbecille frustrata della tua amica, fai pure. Fai come cazzo vuoi!»
«Basta! Basta! Basta! Non ne voglio più sapere niente di questa storia!» urlò lei piangendo.

«Bene. Puoi andare pure fuori dai coglioni allora» replicai sovrastando i suoi singhiozzi.
Prese la borsa e lasciò la stanza sbattendo la porta.
Rimasi lì senza muovermi per non so quanto tempo. Quel rumore mi riecheggiò nel cervello per diversi minuti.
Quando trovai la forza, andai a stendermi sul divano e ci rimasi non meno di un’ora, immobile. Rivissi più volte tutta la discussione, cercando di capire in che cosa avessi sbagliato.
Forse avevo reagito con troppa violenza. Forse, se solo avessi potuto, le mani sotto il vestito di Gaia le avrei infilate volentieri. Forse, anche solo col pensiero, l’avevo tradita. Forse le dovevo delle scuse. Forse. Ma forse no.
Non c’era stato nessun reato. Solo un’istintiva propensione a commetterlo. Perché dovevo essere sottoposto a giudizio? Per colpa della testimonianza di una deficiente?
Presi il cellulare e aspettai invano una chiamata di Giulia. Volevo sentire la sua voce, volevo sentirle dire che si era sbagliata e che in realtà il nostro rapporto non stava finendo, anzi.
Passarono le ore, ma il mio telefono non volle saperne di interrompere quel triste mutismo.
Fino a quando, finalmente, squillò.
Ebbi una fitta al cuore.
Brutte notizie, pensai, me lo sento.
Ma non si trattava di Giulia. Ci rimasi male, ma ero anche un po’ sollevato. Tutte queste sensazioni però furono spazzate via dalla vista del display del cellulare.
«Pronto?» dissi non nascondendo una certa sorpresa.
«Ciao! Sono Gaia. Ti ricordi di me? Sono la ragazza dell’altra sera. Quella a cui hai rovesciato il bicchiere d’acqua addosso in discoteca.»
Per un attimo pensai che fosse Giulia in vena di scherzi di cattivo gusto. Ebbi la seconda fitta al cuore nel giro di pochi minuti. Sembravo finito in una sceneggiatura scritta da un idiota.
«Ah, sì certo, Gaia!» dissi grattandomi la testa. «Come stai?»
«Bene, grazie! Tu?»
«Ho avuto giorni migliori, ma fa niente.»
Per telefono la sua voce era piacevole come dal vivo. Dopo le urla di Giulia fu come passare da una musicassetta degli Slayer copiata male a un disco in vinile di Bach.
«Sul serio? Come mai?» chiese preoccupata.
«È una storia lunga. A cosa devo l’onore di questa chiamata?»
«Ecco, ho passato tutta la giornata dalle tue parti e mi trovo ancora nei paraggi. Mi chiedevo se ti andasse di incontrarci per bere qualcosa? Mi devi ancora quella birra, ricordi? Sempre che tu non abbia altri impegni, ovvio.»
Guardai l’orologio e mi venne l’angoscia. Erano già le nove e mezza. Era chiaro che Giulia per quella sera non si sarebbe fatta viva. Ero di umore nero e stare da solo in casa mi avrebbe dato il colpo di grazia.
Io non avevo fatto niente.
«Sei fortunata. Stasera non ho impegni» risposi mentre arrivava un’altra fitta al petto.
«Fantastico! Dove ci possiamo trovare?»
Le suggerii di incontrarci in un locale che si trovava a una decina di chilometri da casa mia. Accettò ben volentieri, sottolineando la cosa con una risata che non mi lasciò indifferente.
«Allora ci vediamo lì tra mezz’ora, va bene?» chiese.
«Certo! A dopo!»
Non fate quella faccia. Aspettate di conoscere il resto della storia. Questo vi sembrerà quasi fisiologico paragonato al seguito.