La cena non fu il massimo, verdure bollite senza sale e un misero petto di pollo, ma ero comunque poco affamato e la cosa non mi infastidì più di tanto.
Come previsto, andammo a dormire presto. Alle dieci e mezza eravamo già sotto le lenzuola.
Era da anni che non cercavo di coricarmi a quell’ora. Rimasi sveglio a girarmi nel letto per quasi quaranta minuti. Era una combinazione di fattori: il non esserci abituato, la cena scarsa, la dormita pomeridiana in auto. Poi non so voi, ma stare in camera con un uomo mai visto, mentre in giro c’è gente che non vede l’ora di farmi la pelle, non mi ha mai conciliato più di tanto il sonno.
Mi voltai verso Anderlecht. Russava come una motosega. Mi appoggiai alla testiera e accesi il televisore. Tolsi il volume e provai a fare un po’ di zapping. Non c’era niente che mi interessasse. Guardai l’orologio. Erano le undici e un quarto. Spensi tutto, mi alzai dal letto e recuperai i pantaloni. Stavo per prendere anche la camicia, ma mi accorsi che puzzava di sudore. L’occhio mi cadde sulle magliette che mi aveva dato Anderlecht e ne indossai una. Cercando di non fare rumore, uscii dalla stanza e lasciai l’albergo.
Ero stufo di guardare il soffitto. Avevo bisogno di un po’ d’aria, di fare due passi e, soprattutto, di una birra.

Camminai per il paese finché non trovai un piccolo bar. L’insegna era sbiadita, tanto che il nome era diventato ormai illeggibile. L’arredamento era composto da tavoli d’acciaio e sedie di plastica rossa. Il classico locale dove i vecchi vanno per bere, giocare a carte e lamentarsi del tempo e del governo.
Mi avvicinai al bancone. Oltre a me e al barista, c’erano solo un paio di anziani intenti, a turno, in una delle attività descritte sopra. Ordinai una birra e la sorseggiai in silenzio seduto su uno sgabello.
Il barista, probabilmente incuriosito da quella che doveva essere la prima faccia nuova dopo anni, si avvicinò sorridendo.
«Mi sembra di averti già visto da qualche parte…» commentò.
«Dubito» risposi dopo un momento di sorpresa. «Sono qui solo di passaggio.»
«Dove vai di bello?»
«Francia.»
«Lavoro?»
«Non ne ho idea. Di sicuro non è un viaggio di piacere.»
Proprio in quel momento, un uomo con gli occhi a mandorla entrò nel bar e si mise a giocare con un videopoker. Era molto pallido, capelli neri come i vestiti che indossava e sguardo concentrato. Non lo considerai degno di ulteriori attenzioni e ripresi subito la conversazione col barista.
«Posso averne un’altra?» dissi indicando la bottiglia ormai vuota.
«Certo.»
Allungò la mano sotto il bancone e mi piazzò davanti un’altra birra.
L’asiatico si mise a parlare al cellulare. Se lo avesse fatto in italiano non lo avrei nemmeno notato, ma il suono esotico della sua lingua mi incuriosì.
«Sembri un po’ depresso» insistette il barista.
«Si nota?» chiesi.
«Abbastanza. Problemi di donne?»
«Come fai a saperlo?»
«È sempre un problema di donne. Come si chiama?»
Era saggezza da film noir a buon mercato, ma aveva ragione.
«Come si chiamano vorrai dire.»
«Perché? Quante sono?»

«Due.»
«Addirittura?»
«Già…»
«Hai combinato un bel guaio.»
«Decisamente…»
***
«Vieni spesso qua?» chiesi a Gaia dopo qualche preambolo.
Non avevo alcuna intenzione di provarci. Era proprio fuori dalla mia portata. Certo, non nego di essermela immaginata senza quel cavolo di vestito bagnato addosso, ma sarebbe stato anomalo non farlo. In ogni caso, mai avrei fatto qualcosa che potesse offendere o tradire Giulia. Mai. Mai…
«Non molto, a dire il vero. Di solito frequento altri locali. Tu invece?»
«Nemmeno io. Stasera sono qua perché sono rimasto da solo.»
«In che senso?» chiese corrugando la fronte.
«La mia ragazza è uscita per i fatti suoi e mi ha lasciato in balia di quegli idioti dei miei amici.»
Le scappò un sorriso.
«Ah, ok! Stavo già pensando a chissà quale disgrazia!»
«No, tranquilla. Anzi, colpa mia che non mi sono espresso bene.»
«Quindi sei fidanzato?»
«Che io sappia sì.»
«Da come hai attaccato bottone prima non lo avrei detto.»
«Beh, un conto è fare lo scemo, un conto è provarci» replicai.
Sgranò gli occhi. Che, tra parentesi, erano grandi e bellissimi.
«Vuoi dire che adesso non ci stai provando?» chiese simulando scalpore.
«No» risposi. «Anche perché ho come l’impressione che il tuo ragazzo sia molto più grosso di me.»
«Non ho mai detto di essere fidanzata.»
«Guardandoti lo avevo dato per scontato.»
Sorrise.
Stavo per ordinare da bere per entrambi quando mi sentii tirare per un braccio. Era il Biondo. Era sudato e ansimava.
«Ehi, dobbiamo andarcene!» esordì.
«Che è successo?» chiesi.
«Nico si è sentito male. Ha vomitato sulle scarpe di un tipo e la situazione è degenerata.»
Sbuffai.
«Ok, arrivo subito.»
«Ti aspetto all’uscita.»
Mentre il Biondo si dileguava, mi voltai verso Gaia allargando le braccia.
«Mi spiace. Mi sa che non riuscirò a sdebitarmi per il danno che ho fatto.»
«Non preoccuparti» rispose lei passandosi una mano tra i capelli. «Quella dei tuoi amici è una situazione più urgente.»
«Grazie. È stato davvero un piacere. E scusa ancora per il vestito.»
«Ehi, un attimo. Perché non mi dai il tuo numero? Magari puoi sdebitarti pagandomi una birra in un’altra occasione.»
Ci pensai per un secondo.
«Perché no?» dissi alla fine tirando fuori il cellulare.
Se Giulia lo avesse scoperto, mi avrebbe staccato la testa a morsi, ma in quel momento ero convinto fosse una cosa del tutto innocua.
Quante possibilità avrei avuto di rivedere davvero quella ragazza? Nella migliore delle ipotesi ci saremmo scambiati gli auguri ogni Natale e Pasqua. Niente di più.
Ecco, non proprio.
***
Il bar era ormai mezzo vuoto. Ero solo col barista. Lo salutai, lo ringraziai e lasciai il locale.
In strada notai un grosso furgone nero che prima non c’era. Mi diressi verso l’albergo. I fari si accesero dietro di me.
Non sono mai stato bravo a intuire le situazioni di pericolo e quella volta non fece eccezione. Camminai per un po’, con le luci del furgone che mi illuminavano la strada da dietro. Per mia fortuna sono sempre stato anche una persona molto attenta ai dettagli e ce ne fu uno che mi insospettì molto: mi spararono. Non mi colpirono, ma presero un cestino che si trovava a pochi passi. Fu sufficiente per dedurre che la scelta più corretta fosse la fuga. Di nuovo.
Furgone veloce contro gambe lente era una sfida sbilanciata, quindi non era il caso di metterla sulla rapidità. Mi infilai nel primo vicolo e corsi alla cieca. Mi lasciai alle spalle un rumore di sportelli che si aprivano e di gente che correva.
Le piccole vie e le stradine anguste mi davano la possibilità di giocarmela alla pari. Anche se loro probabilmente erano più numerosi, più pronti, più armati e, dopo le birre che mi ero fatto al bar, anche più sobri.
A un certo punto non sentii più alcun rumore e rallentai. Mi guardai intorno e non scorsi niente di sospetto. Ero finito in un piazzale stretto e umido. C’erano almeno tre o quattro bidoni dell’immondizia pieni di cibo. Doveva essere il retro di qualche ristorante.
Un tonfo mi fece sobbalzare.
Uno dei bidoni cadde per terra facendo un fracasso terribile. Temetti il peggio ma scoprii subito che non era altro che un cane randagio. Era grosso, nero e probabilmente affamato. Gli rivolsi uno sguardo benevolo e cercai di allontanarmi.
Cadde un altro bidone.
Sperai in un altro cane, in un gatto, in un facocero o in qualsiasi altro quadrupede. Niente da fare. Un uomo stava tenendo una pistola puntata verso di me. Era l’asiatico del bar.
«Fermo!» urlò con uno spiccato accento che per poco non mi fece scappare una mezza risata del tutto fuori luogo.
«Chi sei? Cosa vuoi?» chiesi nella speranza che saperlo potesse cambiare le cose.
«Non sono affari tuoi» rispose secco.
Certo, pensai, che razza di domande mi vengono in mente.
«Vuoi uccidermi?» chiesi con un groppo in gola.

«Non necessariamente.»
Una pallottola in piena fronte sarebbe stata meglio di quella risposta così ambigua.
«Che vuol dire?» balbettai.
«Senti, non abbiamo tempo per parlare. Vieni con me e basta.»
Una qualsiasi mossa sbagliata poteva costarmi caro. Non avevo né lo spazio né il tempo per inventarmi qualcosa. Non avevo scelta.
Notai però qualcosa vicino al mio piede. Era una busta di plastica bianca, tipo quelle che danno al supermercato. Era piena di ossi e altri avanzi. Il cane che mi aveva spaventato era ancora lì dove lo avevo lasciato. Stava fissando proprio quel sacchetto con la lingua a penzoloni.
Senza dare troppo nell’occhio, cercai di attorcigliare i manici della busta attorno al piede.
«Su, andiamo» mi intimò l’asiatico vedendo che stavo indugiando.
«Avrei una domanda da farti» dissi per prendere tempo.
«Ascolta, non costringermi a farti del male.»
«Manteniamo la calma» replicai alzando le mani. L’aggancio era ormai completato. «Vi seguirò senza opporre resistenza, ma prima devo sapere una cosa.»
«Ok, adesso basta» disse facendo un passo verso di me.
Diedi un’occhiata al cane e, prima che l’asiatico si avvicinasse ancora, con un gesto della gamba molto rapido feci volare il sacchetto e tutto il suo contenuto verso il mio inseguitore. Il cane, vedendo tutta quella roba in aria, si lanciò all’assalto della cena volante. Travolse l’asiatico e lo fece rotolare per terra. Nella caduta la pistola gli scivolò dalle mani. La raccolsi e scappai.
Corsi tra i vicoli, senza una meta precisa, urtando tutto ciò che incontrai per strada. Tra una bestemmia e l’altra, ritornai sulla via principale, in pratica al punto di partenza della mia fuga.
Il furgone era ancora lì, con un altro asiatico a fare da guardia. Quando mi vide cercò subito di fermarmi. Sparò e mi mancò di pochissimo. Riprovò, ma gli si inceppò la pistola.
A questo punto avrei potuto fare qualsiasi cosa, ma ovviamente optai per la più stupida. Impugnai l’arma e provai a rispondere al fuoco.
Non avevo mai sparato con una pistola vera in vita mia e mi accorsi subito che non è così semplice come sembra nei film.
Caddi all’indietro sbattendo il sedere sull’asfalto. Sulla traiettoria del proiettile non vi annoio nemmeno.
Persi tutti gli istanti di vantaggio che avevo. L’asiatico ebbe il tempo di sistemare l’arma e venne verso di me.
Mi tremavano le mani. Non riuscivo nemmeno a impugnare la pistola per abbozzare una difesa. Stavo sudando. Ero per terra e lo guardavo dal basso verso l’alto con la speranza di suscitare in lui qualche sentimento di pietà.
Quando mirò alla mia testa non potei fare altro che rassegnarmi. Chiusi gli occhi e aspettai il momento. Pochi secondi e poi un rumore sordo avrebbe fatto cessare tutto. Per sempre.
E quel rumore arrivò. Improvviso, violento, sinistro, inaspettato, metallico, confuso, preceduto dallo stridio degli pneumatici sull’asfalto.
Pneumatici? Asfalto? Intuii che qualcosa non quadrava. Riaprii gli occhi. Davanti a me non c’era più l’asiatico. O meglio, c’era ancora, ma stava urlando sotto le ruote di un’auto. Una station wagon a me nota, così come il suo conducente.
«Sbrigati! Salta su!» mi urlò Anderlecht aprendo lo sportello.
«Non credevo di poter essere così felice di vederti» dissi salendo a bordo al volo.
«Sei un idiota!» gridò mentre dava gas.
«Grazie.»
«Ti pare il caso di andare in giro, da solo, di notte, con certa gente che ti dà la caccia?»
«Non erano loro.»
«Ah, sì? E come fai a saperlo?»
«Questi sono asiatici.»
Si voltò verso di me con gli occhi sbarrati, incurante del fatto che il tachimetro stesse segnando una velocità tre volte superiore al limite.
«Asiatici? Ma quelli che ti danno la caccia non sono asiatici…»
«Appunto.»
«Ma quanta gente hai fatto incazzare?»
«Non ci sto capendo più niente. Piuttosto, come hai fatto a capire dove ero?»
Prima di rispondermi, si infilò in una rotonda senza preoccuparsi delle precedenze, schivò un gatto di pochi centimetri e buttò giù un cartello stradale. Controllò gli specchietti più volte e, quando ritenne di essere al sicuro, riprese a parlare.

«Mi sono svegliato e non ti ho visto. Dato che non hai mangiato un cazzo ho dedotto che potessi essere in giro a cercare del cibo. E a quest’ora in questo paese non è che ci siano molte alternative.»
«Più che di cibo, avevo bisogno di bere, ma va…»
All’improvviso un camion ci tagliò la strada e fummo a un niente dal finirgli addosso. La frenata fu secca e brusca.
Tirammo entrambi un lungo sospiro. Mi misi le mani nei capelli.
«Tutto bene?» chiese Anderlecht appoggiandomi una mano sulla spalla.
Annuii con poca decisione. Il cuore batteva forte.
«C’è mancato poco…» dissi.
«Sì. In tutti i sensi» commentò facendo ripartire l’auto. Capii subito cosa volesse dire.
«Scusa. Non avrei dovuto andarmene in giro da solo.»
Tenne l’attenzione rivolta alla strada.
«Esatto, non avresti dovuto. Ti rendi conto della scemenza che hai fatto? Se non mi fossi svegliato in tempo, saresti già morto. Non stanno giocando. Devi fare attenzione, cazzo!»
Le sue braccia e il busto erano quasi immobili e compivano solo i movimenti necessari alla guida. Una vena del collo si era ingrossata e pulsava.
Mi scusai di nuovo e promisi che non avrei più fatto una sciocchezza simile.
«Grazie, comunque» aggiunsi.
Si voltò e mi fissò senza dire niente. Aveva gli occhi stretti dalla fronte aggrottata e le labbra storte in una smorfia che poteva essere confusa con un sorriso.
«Per avermi salvato la vita, intendo» spiegai.
«È il mio cazzo di lavoro» rispose riprendendo a guardare la strada.
Le sue braccia si rilassarono e i muscoli facciali tornarono a distendersi.
«Beh, ora dove andiamo?» chiesi incuriosito e allo stesso tempo spaventato dalla risposta.
«Proseguiamo nella direzione in cui eravamo diretti. Faresti meglio a dormire.»
«Non ce la posso fare con tutta l’adrenalina che ho in corpo.»
«Nel cruscotto c’è un flacone di tranquillanti. Prendili.»
Aprii il vano e cercai. C’erano fogli, cartoni, agende e documenti vari buttati a caso. Cercando di farmi strada in mezzo a quella confusione, feci cadere una busta gialla. C’era scritto sopra un indirizzo e un nome. La raccolsi e la studiai. Entrambe le informazioni erano completamente nuove per me.
«Stiamo andando da questa Carolina Zoratti?» chiesi mostrando il plico.
Anderlecht alzò un braccio come per rimproverarmi. Mi strappò la busta dalle mani e la ripose sotto il suo sedile.
«Sì, dobbiamo andare da lei. Ora però fammi un piacere. Prendi quei cazzo di tranquillanti e mettiti a dormire. Per stasera hai già fatto troppi danni.»