«Cerca di evitare certe scenate. Devi essere il più lucido possibile da qui in avanti» disse Anderlecht senza distogliere gli occhi dalla strada.

Non lo stavo ascoltando. Stavo guardando fuori dal finestrino. Il paesaggio era diventato urbano.

Erano le sei del mattino di un sabato di fine estate. In giro non c’era nessuno. La nostra meta era la stazione ferroviaria. Trovammo parcheggio molto distante e ci incamminammo a piedi.

L’aria era ancora molto fresca, il cielo grigio. C’era un’atmosfera di pace, quella tipica delle prime ore della giornata, carica di chissà quali aspettative. Avrei voluto che non se ne andasse mai.

Attraversammo le fermate degli autobus e ci fermammo davanti all’ingresso della stazione.

«A che punto è?» chiese Anderlecht a Celtic.

«Mi ha appena detto che è arrivato» rispose lui controllando il cellulare.

«Di chi state parlando?» chiesi io.

«Uno dei buoni. Non allarmarti» mi rispose Anderlecht.

Celtic si allontanò.

Vidi un tassista ancora mezzo addormentato che soffiava dentro un bicchiere di caffè. Domandai se fosse possibile averne uno, ma mi fu negato.

Anderlecht estrasse dalla tasca un pacchetto di gomme da masticare e se ne infilò una in bocca.

«Io e te dobbiamo fare un discorso» disse mentre scrutava l’interno della stazione.

«Riguardo a cosa?»

«Riguardo a quello che è successo questa notte.»

«Vuoi farmi di nuovo la paternale?»

«No, non voglio parlare ancora di quello.»

«E di cosa allora?»

Mi puntò un dito in mezzo agli occhi e assunse un’espressione torva che nelle intenzioni suppongo dovesse essere serissima.

«Se ti dico di fare una cosa, tu la devi fare. Se ti dico di scappare, tu devi scappare.»

Allargai le braccia sorpreso.

«Avrei dovuto lasciarti in balia di quel tizio?»

«Non dovevi tornare. Sei stato uno stupido.»

«Grazie» risposi con ironia.

«Un incosciente…»

«Grazie.»

«Un imbecille…»

«Grazie.»

«Un idiota…»

«Grazie.»

Piccola pausa.

«Però l’ho apprezzato.»

«Graz… come hai detto, scusa?»

«Se non fosse stato per te adesso sarei ferito, morto o, peggio ancora, sfregiato» disse guardando da un’altra parte.

«Lo avrebbe fatto chiunque» dissi cercando di minimizzare.

«Non saprei. Beh, non farlo più» mi sgridò alla fine.

«Stai tranquillo. Se ti troverai di nuovo in pericolo, sarò il primo a non fare niente.»

Gli scappò un mezzo ghigno.

«Idiota» commentò.

Ritornò Celtic accompagnato da un altro uomo.

«Mi sono perso qualcosa di divertente?» chiese.

«No, niente di importante» rispose Anderlecht mentre gettava la carta della gomma in un cestino.

Mi concentrai sul nuovo personaggio. Era un uomo di circa trent’anni. I capelli erano corti, neri, con la riga a sinistra. Indossava un paio di occhiali da vista dalla montatura molto fina. Aveva con sé una borsa a tracolla blu.

«È lui?» domandò indicando me.

Gli altri annuirono. L’occhialuto a quel punto mi allungò la mano e si presentò.

«Piacere di conoscerti. Sono tra coloro che ti daranno una mano nella missione. Mi chiamo Everton.»

«Piacere mio. Io sono Werder Brema» dissi ricambiando la stretta.

Celtic mi mollò un ceffone dietro la nuca.

«Potete averli solo voi i soprannomi delle squadre di calcio?» domandai arrabbiato per la botta imprevista.

Nessuno si degnò di rispondermi, ma le loro occhiate furono più che esaustive.

«Everton si occuperà di tutti gli aspetti burocratici, amministrativi e informatici» intervenne Anderlecht.

«Delle cose noiose, insomma» commentai.

«Più o meno» disse lui sorridendo.

Si sfilò la borsa e me la porse. Dentro c’era tutto quello di cui avrei avuto bisogno: una busta piena di soldi, un po’ di materiale di cancelleria, un telefono cellulare, un quintale scarso di altri documenti vari. E una pistola di piccolo calibro.

«Naturalmente non è tutto lì dentro» disse Everton. «Il resto lo troverai nell’appartamento che abbiamo preso per te. Sarebbe stato pericoloso tenere lì il contenuto della borsa.»

Tirai fuori una penna e un quaderno.

«Hai ragione. Questi nelle mani sbagliate potrebbero fare dei danni irreparabili.»

Celtic mi mollò un altro ceffone. Non cercai nemmeno di protestare e mi limitai a guardarlo male.

«Quella roba è stata un acquisto dell’ultimo minuto. Ho pensato che avrebbe potuto servirti.»

«Non sono così stupido da non riuscire a entrare in una cartoleria.»

«La prudenza non è mai troppa.»

«Immagino che ora mi accompagnerete alla mia nuova casa» dissi cambiando discorso.

«No» rispose Anderlecht porgendomi un foglio scritto a penna. C’erano segnati un indirizzo e un nome. «Ci andrai da solo. Qua c’è scritto dove devi andare e chi devi contattare. Noi non ci metteremo mai piede lì dentro.»

«Vuol dire che non potrò più rivedere le vostre brutte facce?»

«No» rispose Everton. «Ogni settimana vedrai qualcuno di noi, per aggiornarci e per permetterci di darti quello di cui avrai bisogno di volta in volta. Non a casa tua, però. Non è sicuro. Quando sarà necessario, decideremo dove fare i nostri incontri.»

Mi vennero in mente una decina di battute inopportune, ma lasciai perdere. Con la coda dell’occhio notai una punta di delusione sul volto di Celtic.

Continuarono a indottrinarmi su inutili particolari riguardanti la casa per altri venti minuti. Dopo i saluti, mi inoltrai finalmente per le vie della città.

Il mio appartamento si trovava in Via Dante. Ero in centro, non molto distante dalla facoltà. Una posizione ideale. Trovai con rapidità anche il numero civico. Si trovava sotto il portico a un paio di decine di metri dall’incrocio con Corso Milano.

Era un grosso portone verde scuro con dei pomelli dorati. Di fianco, una serie di quattro campanelli luccicanti. Soltanto uno aveva un nome: Till Kruspe. Per scrupolo controllai sul foglio che mi aveva dato Anderlecht. Era la persona che stavo cercando. Suonai e rimasi in attesa.

Per oltre un minuto non vi furono segnali di risposta. Temetti di aver sbagliato casa. Stavo per premere di nuovo, quando sentii un rumore provenire dall’interno. Il portone si spalancò.

Davanti a me apparve una specie di orso, un uomo enorme, alto quasi due metri e largo circa la metà. Indossava un paio di pantaloni beige e una camicia blu a maniche corte, dalle quali spuntavano dei grossi avambracci pelosi. I capelli erano rossi, a spazzola, e la faccia liscia, rasata da poco.

«Sei il ragazzo dell’appartamento?» mi chiese saltando i convenevoli con una voce molto bassa, da baritono. Aveva un forte accento tedesco.

«Sì, sono io» risposi un po’ intimorito dalla sua stazza.

Mi diede una pacca sulla spalla che per poco non mi ruppe in due e mi fece entrare nel portone. Mi indicò una rampa di scale.

«Prego, prego. Da questa parte.»

Lo seguii lungo gli scalini. Da dietro sembrava ancora più grosso.

«Sei arrivato da poco?» mi chiese mentre trafficava nelle sue tasche in cerca di qualcosa.

«Sì, qualche ora fa.»

Mi mantenni sul vago di proposito. Non sapevo fino a che punto avrei potuto confidarmi con lui e, visto che gli altri non mi avevano istruito al riguardo, decisi di essere prudente.

Si fermò davanti a una porta senza aggiungere altro.

«Ecco qua. È questa.»

Tirò fuori dalla tasca un mazzo di chiavi e aprì.

Fui molto sorpreso nel constatare che avrei dovuto abitare in un buco. L’appartamento era di dimensioni ridicole. E non era nemmeno arredato bene.

L’entrata, il salotto e la cucina erano una cosa sola. Il bagno era talmente angusto che a momenti avrei potuto lavarmi i denti stando seduto sul water. La stanza da letto fu difficile da trovare per il semplice motivo che non c’era nessun letto. C’era solo un materasso e una serie di pezzi di legno da assemblare.

«Questa roba l’ha portata tuo fratello la settimana scorsa» mi spiegò Till.

«Mio fratello?» chiesi sorpreso.

«Sì, il tizio magrolino, con gli occhiali, quello che mi ha contattato. Ha detto di essere tuo fratello. Non è così?»

Riconobbi Everton in quella descrizione e capii subito.

«Ah, certo! Mio fratello! Sì, sì, è lui!» dissi. «Mi deve scusare. Il viaggio è stato faticoso e sono un po’ imbambolato.»

Mi diede un’altra vigorosa pacca sulla spalla. Per poco non caddi a terra.

«Ragazzo, dammi pure del tu! Chiamami Till. Cosa sono questi formalismi?»

«Ma certo…» balbettai sperando che non arrivasse un’altra pacca.

Controllò l’orologio e si diede una botta sulla fronte.

«Caspita, è tardissimo!» esclamò. «Mi spiace, ragazzo, ma devo scappare. Ho un appuntamento con un amico.»

Mi diede una copia delle chiavi e mi spiegò di fretta un paio di stupidaggini riguardanti la caldaia e il riscaldamento.

«Ci sarebbe un altro po’ di cose che dovresti sapere, ma per ora va bene così» disse alla fine andando verso la porta. «Stasera ti trovo qua, giusto?» chiese.

«Penso di sì.»

«Benissimo. Allora stasera torno.»

«Va bene. La aspetto.» Mi guardò male. «Ti aspetto» mi corressi.

Si mise a ridere.

«Sei simpatico, ragazzo. Vado. Ci vediamo.» Un attimo prima di chiudere la porta, infilò di nuovo la testa all’interno. «Ah, cerca di mantenerti sobrio fino a stasera» aggiunse.

«Perché?»

«È mia usanza omaggiare i nuovi inquilini offrendo loro qualche bicchiere di grappa fatta in casa. Ma non spaventarti. Giusto una sciocchezza per sciacquarsi la bocca.»

Detto questo chiuse la porta e mi lasciò solo.

Sono capitato nelle grinfie del più strambo padrone di casa di tutta Padova, pensai maledicendo tutte le persone che mi avevano fatto finire lì. Io in primis.

Sistemai la borsa sul tavolo e mi misi a guardare fuori dalla finestra. Mi chiesi se in quel momento fossi sotto controllo come mi avevano detto. Avrebbero saputo qualsiasi cosa facessi, per ventiquattro ore al giorno. Beh, non che li invidiassi…

Suonò uno dei cellulari. Lo andai a cercare nella borsa e risposi. Sul display era comparso solo un numero anonimo, ma non ci misi molto a capire chi fosse.

«Buongiorno» esordì la voce dall’altra parte.

«Andy» risposi freddo.

«Ti pare il modo di salutarmi?»

«Sì.»

«Beh, ti piace la tua nuova casa?»

«Bella. Non avevo mai visto un ripostiglio per le scope con il cesso.»

Scoppiò a ridere.

«Non fare il polemico. Va più che bene. È il meglio che siamo riusciti a trovare col budget che ci ha messo a disposizione la Zoratti.»

«Ah, ringraziala da parte mia, allora.»

«Hai parlato col signor Kruspe?»

«Sì, mio malgrado.»

«Hai da ridire anche su di lui?»

«Un paio di appunti ce li avrei, in effetti…»

«Cerca di essere buono con lui. È un brav’uomo. Non ti darà problemi.»

«Ci mancherebbe altro.»

«Cerca solo di fare attenzione nel caso ti offrisse da bere. Everton mi ha raccontato che per festeggiare la firma del contratto lo ha portato in giro per bar. Ci ha messo due giorni per riprendersi.»

«Farò attenzione, anche perché ha già minacciato di volermi offrire qualcosa.»

«So che puoi farcela.»

«La tua fiducia mi riempie di gioia.»

«Stai tranquillo, andrà tutto bene. Ora devo scappare. Ci sentiremo al più presto. Ciao.»

Interruppe la telefonata senza darmi il tempo di rispondere.

La missione era iniziata.

E già non ne potevo più.

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