Annamaria entrò nel bar poco dopo le otto, come avevamo concordato. Indossava un paio di occhiali da sole e un foulard viola che le copriva la testa e i capelli.

Il padrone del locale la fece entrare, abbassò la saracinesca, spense la luce e la accompagnò nel retro, in un’altra stanza che di solito veniva usata per giocare a carte.

La stavo aspettando seduto a un tavolo ed ero già al secondo succo di frutta.

Annamaria si scoprì il volto e si sedette di fronte a me.

«Bel posto» commentò.

«Lo abbiamo scelto solo perché è sicuro» risposi.

«Conoscete il padrone?»

«No, Andy l’ha pagato per farci questo favore. Vuoi qualcosa da bere?»

«No, non ho sete.»

«Ok, facciamola breve, allora. Abbiamo una mezza pista per arrivare a Jedan.»

«Mezza pista?»

«Non ho il coraggio di chiamarla pista. Potrebbe non portare a nulla, ma è l’unica cosa che abbiamo. Vuoi tutti i dettagli?»

«No, basta che mi garantisci che ci state lavorando.»

«Te lo garantisco.»

«Bene.»

«Hai avuto notizie da Jedan? Si è rifatto vivo?» domandai dopo un momento di silenzio.

«Ho ricevuto una chiamata» rispose Annamaria.

«Davvero?»

«Sì, ma nulla di importante. Mi ha chiamato per scusarsi per l’appuntamento saltato e mi ha informato che riceverò presto nuove informazioni. Non ha detto altro.»

Bevvi un po’ di succo di frutta.

«Tua sorella sta bene?» domandai.

Annamaria annuì.

«Sì, sì. Abbiamo parlato stamattina. Tutto normale.»

«Meglio così.»

Il padrone del locale, un uomo anziano e sovrappeso, fece capolino con una giacca e un cappello in mano.

«Io vado» spiegò. «Quando avete finito, uscite dal retro. La chiave è nel vaso che ti ho mostrato.»

«Grazie» dissi salutandolo con una mano.

Tornai a sorseggiare il mio succo di frutta.

«Notizie dalla tua amica?» chiese Annamaria dopo qualche secondo.

Mi pulii la bocca col dorso della mano e cercai di sorridere pur non avendone voglia.

«È stabile» risposi. «Quasi una bella notizia, vista la situazione.»

Altri venti secondi di silenzio.

«Mi spiace.»

«Guarda, non c’è bisogno.»

«Ho fatto quello che ho fatto perché dovevo. Non c’era nulla di personale.»

«Lo so, lo so.»

«La tua amica starà bene, te lo assicuro.»

Scossi la testa e sospirai.

Il cellulare che avevo in tasca iniziò a suonare. Era Anderlecht.

«Ha chiamato Luca. Vieni qua che andiamo assieme» disse.

«Ok» risposi alzandomi dalla sedia, senza aggiungere altro.

«Che succede?» chiese Annamaria.

«Forse si sta muovendo qualcosa. Devo andare.»

***

Io e Anderlecht arrivammo nel luogo concordato e ci guardammo intorno per capire dove fosse il nostro contatto.

«Ehi!» urlò all’improvviso Luca sbucando da dietro un furgone nero.

Indossava una felpa blu e aveva al collo un binocolo. Ci aprì il vano posteriore del mezzo e ci fece entrare. Ci facemmo spazio tra alcune scatole di plastica e ci sedemmo sopra una coperta.

«Ho passato alcune delle serate più divertenti della mia vita in furgoni così» disse Anderlecht sorridendo.

«Ho una gran voglia di chiederti di più, ma ho paura di sentire la risposta» dissi.

«Tranquillo, sto parlando di cose che ho fatto da solo.»

«Ora ho ancora più paura, grazie.»

Luca chiuse il furgone e ci passò una macchina fotografica. Sullo schermo c’era l’immagine di una coppia ripresa di spalle che entrava in un edificio.

«È un palazzo che si trova nella piazza qua vicino. È un albergo» spiegò.

«Almeno loro si divertono» commentai.

«C’è altro che possa esserci utile?» chiese Anderlecht.

«Non molto» replicò Luca. «Dovrebbero essere al terzo piano. Ho visto una luce accendersi lì.»

Mi passai le mani sul volto e mi massaggiai le tempie.

«Dobbiamo trovare un modo per arrivare in quella camera d’albergo» dissi.

«Come? E per fare cosa?» rispose Anderlecht.

«Non lo so e pensavo che tu avessi qualche idea.»

«Entrare e trovare la stanza esatta dove stanno non sono grossi problemi. Cosa fare una volta arrivati lì è un altro discorso. L’unica cosa che mi viene in mente è che possiamo scattare delle foto e sperare che siano abbastanza compromettenti da avere qualche potere nei confronti della ragazza.»

«Quelle foto devo comunque portarle a chi mi paga. Voglio che questo sia chiaro» intervenne Luca.

«Lo sappiamo, ma non dobbiamo mica dirlo a lei.»

«Non mi piace la piega che sta prendendo questo piano» dissi.

Andy fece roteare gli occhi.

«Ti stai facendo venire scrupoli? Sul serio? Adesso?»

«Ok, ok, va bene. Come non detto.»

«Come avete intenzione di fare?» chiese Luca.

«Lascia fare a noi e non fare casini mentre aspetti.»

***

Anderlecht si presentò alla reception e chiese qualcosa al ragazzo di turno. Gli fece più di una domanda e a un certo punto l’altro dovette controllare qualcosa al computer. Il mio amico, senza neanche voltarsi, mi fece cenno di procedere. Entrai di corsa e mi buttai sul pavimento. Il mio atterraggio fu più rumoroso del previsto. Anderlecht fece finta di tossire molto forte per mascherare la cosa.

Mi trascinai fino all’estremità del bancone e osservai la piccola sala che avevo di fronte. La porta delle scale era distante solo qualche metro, ma non sarei mai riuscito a raggiungerla senza farmi vedere.

Anderlecht mi guardò e io scossi la testa.

«Mi può mostrare dove devo andare, per piacere?» chiese al ragazzo alla reception.

«Certo» rispose l’altro.

Andarono fuori e rimasi solo. Mi alzai di scatto e corsi su per le scale.

Arrivai al terzo piano. Mi trovai di fronte a un corridoio con cinque porte per lato. Mi avvicinai alla prima e appoggiai l’orecchio per capire cosa stesse succedendo all’interno. Sentii un uomo russare.

Mi staccai e feci la stessa cosa sulla porta di fronte. Una televisione stava trasmettendo un telegiornale. Non il tipo di intrattenimento per una coppia in cerca di intimità.

Sentii dei passi dietro di me e il mio cuore ebbe un sobbalzo.

«Stai calmo. Sono io» mi rincuorò Anderlecht sussurrando.

«Come hai fatto ad arrivare fin qui?» gli chiesi.

«Ho creato una distrazione e sono entrato.»

«Non gli hai fatto male, vero?»

«Sì, l’ho colpito in testa, legato, imbavagliato e nascosto tra i boschi vicino al parcheggio.»

«Cosa?» reagii alzando la voce.

Anderlecht mi mollò uno schiaffo in testa.

«Fai silenzio! Ma ti pare?»

«Che ne so, scusa?»

«È la reception di un albergo di periferia, non il servizio di sicurezza del primo ministro lituano.»

«Questo riferimento mi sembra un po’ troppo specifico.»

«Capiresti se avessi passato il Natale del 2014 con me.»

Indicai le porte che avevo già controllato.

«In queste due stanze non c’è niente di interessante» spiegai. «Vediamo le altre.»

Anderlecht annuì e si appoggiò a quella successiva. Io feci lo stesso con quella di fronte. I rumori che sentii erano inequivocabili.

Richiamai l’attenzione del mio amico battendogli una mano sulla schiena e gli feci cenno di controllare. Appoggiò l’orecchio e annuì.

«Sei pronto?» chiese.

«Sono pronto.»

«Io apro la porta, tu vai dentro e fai più foto possibili. Se qualcuno prova a fare il furbo, ci penso io. Intesi?»

«Tutto chiaro.»

«Al mio tre.»

Anderlecht alzò le dita centrali della mano. Ne abbassò due contando senza emettere alcun suono. Prima che l’ultimo andasse giù, sentimmo il rumore di una porta che si apriva.

Ci bloccammo entrambi.

Lui vide il mio viso sbiancare e si voltò. Un uomo era uscito da una delle stanze, l’ultima in fondo a destra. Era il tizio della foto che ci aveva mostrato Luca.

Anderlecht si accarezzò la parte bassa della schiena, sotto la maglietta, per cercare la sua pistola.

Il tizio ci guardò, sorrise e ci fece cenno di avvicinarci.

Che diavolo sta succedendo, pensai.

Anderlecht inclinò la testa e fece una smorfia. Il tizio si spazientì e iniziò a muovere la mano in maniera ancora più energica. Io e il mio amico ci scambiammo uno sguardo, ma nessuno dei due fu in grado di capire qualcosa dall’espressione dell’altro.

Stare in quella situazione di stallo divenne insostenibile e ci muovemmo in avanti, in pratica solo per vedere cosa potesse succedere. Anderlecht accarezzò di nuovo la pistola. Ne avevo una anch’io, ma cercai di non pensarci.

Quando arrivammo a un metro di distanza dal tizio, io e Andy ci irrigidimmo ancora di più. Eravamo nel suo raggio d’azione, dove avrebbe potuto attaccarci senza problemi.

Il tizio si spostò di lato.

No, non fece nulla di strano o avventato. Si fece proprio da parte per farci entrare nella sua stanza.

Ci fu un altro sguardo perplesso tra me e il mio amico e la confusione crebbe ancora di più quando notammo le condizioni della camera.

Il letto era ancora fatto. Sulla coperta erano appoggiati alcuni abiti femminili. Una borsa era stata messa su uno dei due comodini. Una valigia era stata infilata sotto la piccola scrivania incastrata in un angolo. La porta del bagno, alla nostra destra, era socchiusa e lasciava trapelare la luce di una lampadina.

Il tizio chiuse l’ingresso della stanza dietro di noi.

«Sono arrivati» disse.

La porta del bagno si aprì. La prima cosa che vidi fu un paio di gambe femminili molto abbronzate.

Una ragazza comparve di fronte a noi. Si stava asciugando i capelli scuri con un telo giallo. Indossava degli short di jeans e un reggiseno nero.

Aveva la vita sottile, il seno prosperoso, un sorriso perfetto. Anzi, mi correggo. Aveva ancora la vita sottile, il seno prosperoso e un sorriso perfetto.

Gaia.

Quella ragazza era Gaia.

La Gaia che mi aveva messo in mezzo a un accordo tra mafie, che mi aveva fatto lasciare dalla mia vecchia ragazza e che mi aveva usato per evitare di sposarsi con un ciccione russo.

Quella Gaia.

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