Annamaria aveva in programma di rimanere a Roma per qualche giorno. Non aveva senso per noi tornare indietro, così decidemmo di affittare una stanza in un piccolo albergo, una camera doppia con un terrazzo da cui si vedeva, molto in lontananza, la cupola di San Pietro.

Passammo due giorni tranquilli in quel posto, anche se io avevo sempre paura di ricevere una telefonata da Giovanni. Durante la terza notte, per qualche motivo, nessuno di noi due riuscì a prendere sonno. Anderlecht si andò a sedere sul terrazzo e io decisi di andare a farmi un giro. Ne approfittai per comprare quattro birre.

Quando tornai in camera, il mio amico era ancora dove lo avevo lasciato. Una nuvola di fumo si stava alzando sopra di lui.

Lo raggiunsi e gli porsi una delle bottiglie.

«Non avevi smesso di fumare?» gli chiesi mentre mi sedevo dalla parte opposta del tavolino.

«Sì, ma ne avevo bisogno» rispose spegnendola in un posacenere. «Dammi qua» aggiunse indicando la birra. Aprì entrambe le bottiglie con un accendino. Brindammo, bevemmo un sorso e rimanemmo in contemplazione del panorama.

«Qual è il piano?» domandai.

Lui sbuffò e scosse la testa.

«Smettila di chiedermi se ho un piano.»

«Pensavo fosse il tuo mestiere avere un piano.»

«So che non sembra, ma per l’ottanta per cento del tempo il mio lavoro è fatto di improvvisazione.»

«E per il restante venti?»

«Pazienza e botte di culo.»

Scoppiai a ridere.

«Cosa ne pensi di tutto questo?» chiesi appena mi ricomposi. «Chi è Jedan? Perché ci vuole morti?»

Anderlecht bevve un sorso e fece scrocchiare il collo.

«Annamaria ha detto che lavora per altri. Non serve a molto capire chi sia lui. Dobbiamo capire chi c’è dietro.»

«Qualcuno che ce l’ha con l’organizzazione?»

«Quello è un insieme di persone estremamente vasto. E anche se fosse, non capisco perché prendersela anche con te ed Elisabetta.»

«E i dottori ad Amsterdam.»

«Giusto.»

«Hai provato a sentire qualcuno dei tuoi colleghi? Li chiami colleghi, giusto?»

«Sì, ho scambiato qualche parola con alcuni di loro, ma non ne sanno molto di più. Non è facile capirci qualcosa per me. Quello che è successo a Padova non mi ha reso una presenza molto gradita.»

«Ah, no?»

«Chi prende iniziative non è ben visto. Questo è uno dei motivi per cui sto pensando di andarmene.»

«Puoi farlo? Voglio dire, te lo lasciano fare?»

«Un modo si trova.»

Allungai le gambe e mi massaggiai le ginocchia.

«Mi togli una curiosità, una volta per tutte?» domandai.

«Dipende.»

«Che rapporto c’è tra te e Klara? State assieme?»

Sorrise.

«Stavamo.»

«Perché vi frequentate ancora, allora?»

«Qualcosa ci lega.»

«Un figlio?»

Si voltò lentamente con un’espressione sorpresa.

«Chi te lo ha detto?»

«Nessuno. AM, giusto?»

«Sei davvero diventato molto più sveglio in questi ultimi sei anni.»

«Ora capisco perché vuoi lasciare.»

«Sì, è anche per quello. Ed è una figlia, per la cronaca.»

«AM per cosa sta?»

«Annamaria.»

Altra risata.

«Davvero?»

«Sì. Un nome di cui mi sono abbastanza pentito in questi giorni.»

Tirò fuori un pacchetto di sigarette. Ne estrasse una, la mise in bocca, ma la tolse subito. La fece battere sul tavolo dalla parte del filtro e la rimise via.

«Dai, pensiamo a cosa fare» dissi.

Si scolò un lungo sorso di birra e annuì.

«Direi di non complicarla troppo. Ho un’idea.»

***

«Non sarebbe stato meglio chiamare le ragazze?» chiesi guardando l’orologio.

«No, dopo quello che abbiamo scoperto preferisco che Klara stia il più lontano possibile da questa storia» rispose Anderlecht mentre finiva di controllare la sua pistola.

«Da quello che ho visto sarebbe molto più a suo agio di me.»

«Smettila. Ormai sei un esperto.»

Allungai il collo e diedi un’occhiata all’ingresso dell’edificio. Avevamo chiesto ad Annamaria di prendere appuntamento con Jedan nel suo finto ufficio. L’obiettivo era prenderlo di sorpresa e ottenere quante più informazioni possibili. Non molto elaborato, ma non avevamo molto a cui aggrapparci.

«È in ritardo» feci notare.

«Me ne sono accorto» rispose Anderlecht.

«Dobbiamo preoccuparci?»

«Spero di no.»

«Questo posto non ha altre entrate, vero?»

«Non diventare paranoico.»

«Te l’ho detto che non sono così bravo.»

Mi infilai una mano nella giacca e cercai conforto nel contatto con il calcio della mia pistola.

«Smettila di toccarla» mi rimproverò Anderlecht.

«Mi fa stare calmo.»

Suonò il telefono.

«Chi è?»

«È un messaggio di Annamaria. Dice di andare su immediatamente.»

«Non mi piace.»

Salimmo di corsa facendo due gradini alla volta. Trovammo la nostra amica seduta sul divano, con le braccia incrociate sul petto e lo sguardo torvo.

«Cos’è successo?» le domandai subito.

«Non lo so, ma ho paura che abbia capito tutto» rispose.

«Perché?» chiese Anderlecht.

Annamaria si alzò e iniziò a camminare avanti e indietro. Stava stringendo il telefono tra le mani.

«Mi ha chiamata per cancellare l’appuntamento che avevamo preso.»

«Ed è strano?»

«Jedan non cancella mai un appuntamento. Mai.»

Allargai le braccia per invitare tutti alla calma.

«Un attimo. Come può aver capito che lo stavamo aspettando? Non ha senso.»

«Solo noi tre, in questa stanza, lo sapevamo» fece notare Anderlecht.

«Cosa stai insinuando?» chiese Annamaria.

«Ho solo constatato un fatto.»

«Non avevo nessun motivo per far saltare il piano. Se Jedan scoprisse che sto provando a farlo fesso, la prima a pagarne le conseguenze sarebbe mia sorella.»

«Andy, ha ragione. Non può essere stata lei» intervenni.

«Calmatevi tutti e due» rispose lui. «Sto solo dicendo che ci sono due possibilità: o c’è qualcuno che ci spia, o deve essere successo qualcos’altro, qualcosa che non c’entra con quello che stavamo cercando di fare.»

Annamaria scosse la testa.

«Non è mai successo, non ha mai cancellato un appuntamento.»

«Questo lo abbiamo capito.»

«Mia sorella è in pericolo a causa vostra.»

«Elisabetta sta morendo per colpa tua» le dissi con una punta non troppo celata di risentimento.

«C’è la possibilità di avere un altro appuntamento?» chiese Anderlecht prima che la conversazione degenerasse.

«Mi ha detto che mi farà sapere lui, come sempre» rispose Annamaria.

«Ok, allora non ci resta che aspettare.»

«Siamo sicuri sia la scelta giusta?» domandai.

«Non siamo più sicuri di nulla.»

***

Anderlecht mi raggiunse sul balcone con in mano una bottiglietta di succo di frutta.

«Ho visto che eri al telefono prima» esordì.

«Stavo parlando con Annamaria» risposi. «Ha sentito sua sorella stamattina. Sta bene.»

«Sono passati due giorni da quando Jedan ha fatto saltare l’appuntamento.»

«Quindi?»

«Non credo le succederà nulla a questo punto.»

«Allora perché ha fatto saltare l’appuntamento?»

Andy scosse la testa e finì il suo succo di frutta con un lungo sorso.

«Non ne ho idea» disse.

«Non mi piace quando mi rispondi così» replicai.

La giornata era nuvolosa e grigia, ma si stava bene all’aperto. Faceva quasi caldo e non c’era vento.

«Abbiamo una sola pista da seguire» disse il mio amico dopo un paio di minuti di silenzio.

«Cioè?»

«La villa. Quella fino alla quale ho seguito Jedan. Dobbiamo capire chi abita in quel posto.»

«Ti ricordi come arrivarci?»

«Più o meno.»

«Fammi bere un caffè e andiamo.»

***

Il taxi ci lasciò in una piazzetta e poi proseguimmo a piedi verso la campagna. Anderlecht voleva evitare di dare informazioni precise al tassista ed era comunque meglio non attirare troppo l’attenzione intorno alla villa.

Dalla strada potevamo vedere solo il tetto. Era circondata da una siepe molto alta. Un riflesso in mezzo ai rami mi fece notare una telecamera. Attirai l’attenzione di Anderlecht e la indicai.

Il mio amico mi fece cenno di seguirlo.

«Dove stiamo andando?» chiesi.

«Presentarsi al portone di casa non mi sembra una buona idea.»

Il perimetro di quella villa era molto esteso ed era praticamente impossibile fare il giro. In fondo alla strada c’era un pendio che saliva su una collina. Pensammo che da lì si potesse avere una vista migliore e ci incamminammo per raggiungerlo. Ci mettemmo quasi un quarto d’ora per arrivare. Fu necessario anche attraversare un fosso e scavalcare un muretto di una proprietà privata.

«Spero non ci abbia visto nessuno» dissi massaggiandomi la spalla.

«Non ti preoccupare. Non è la prima volta che faccio una cosa del genere.»

«Non ne dubito, ma lo sai che il mio compito è essere quello pessimista.»

Trovammo un punto di osservazione con una buona visuale della villa, ma la siepe era davvero molto alta. Era praticamente impossibile scorgere cosa ci fosse dall’altro lato.

«Ok, chiunque abiti qui non ha molta voglia di farsi vedere» commentò Anderlecht.

«Grazie, Sherlock» risposi sarcastico.

Il mio amico si voltò verso di me con le mani sui fianchi.

«Sto solo ragionando a voce alta. Non c’è bisogno che commenti tutto quello che dico.»

«Scusa. Cosa facciamo, allora?»

«Non credo sia difficile trovare un modo per scavalcare la recinzione e la siepe, ma dobbiamo prima trovare un modo per capire cosa c’è esattamente dall’altra parte. Abbiamo bisogno di un punto d’osservazione più elevato.»

Attorno a noi c’erano solo sterpaglie, immondizia e alberi.

«Possiamo provare a salire su uno di quelli» dissi indicandone uno.

Anderlecht si grattò il mento e fece una smorfia.

«Io sono troppo pesante, ma tu forse ce la puoi fare.»

«Vuoi farmi rompere l’osso del collo?» protestai.

«Se cadi, ti prendo al volo, non preoccuparti.»

«Non puoi essere serio.»

Ci avvicinammo alla pianta con lo sguardo alto per studiarne i rami.

«Non devi stare lassù a lungo» spiegò Anderlecht. «Giusto il tempo di dare un’occhiata.»

«Senti, io non…»

Crac.

Qualcosa si era spezzato sotto il mio piede. Fu un rumore secco e netto. Capii subito che non poteva essere un pezzo di legno. Sollevai la scarpa e vidi un quadrato di plastica nero spaccato a metà.

«Che hai trovato?» chiese Anderlecht notando che mi ero abbassato per prendere qualcosa.

«Sembra una scheda di memoria di una macchina fotografica» risposi.

«Cazzo!» esclamò una voce.

Non era quella di Andy. Era acuta e nasale. Alzai lo sguardo e vidi qualcuno muoversi alle sue spalle.

«Dietro di te!» esclamai.

Il mio amico si voltò e partì all’inseguimento.

Non durò molto.

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