Arrivammo a Roma un paio di giorni dopo. A Termini prendemmo un taxi. L’autista non nascose il proprio stupore quando sentì l’indirizzo che ci era stato indicato.

«Ragazzi, se volete io vi porto, ma vi costerà un bel po’. È parecchio fuori mano.»

«Non si preoccupi» rispose Anderlecht.

Il viaggio durò quasi un’ora e ci portò fuori dal Grande Raccordo Anulare. Il taxi si fermò in una zona industriale isolata, davanti a un palazzo a due piani attaccato a un lungo capannone.

«È questo il posto? Siamo sicuri?» chiesi mentre il tassista si stava già allontanando a grande velocità dopo essere stato pagato con una lauta mancia.

«Abbiamo controllato prima di partire» rispose Andy.

«Sì, lo so. Solo che non mi sembra il posto ideale per avere uno studio medico.»

«Con tutti i soldi che si fa pagare, mi sarei aspettato qualcosa di un pochino più elegante, in effetti.»

«Dai, andiamo.»

Suonammo il campanello, attraversammo un piccolo cancello azzurro ed entrammo nel palazzo. L’ufficio era al primo piano.

Annamaria era molto sorridente. Aveva i capelli sciolti e indossava un completo azzurro.

«Alberto, che piacere rivederti» mi salutò abbracciandomi.

La strinsi forte e le accarezzai la schiena.

«Come stai?» le chiesi stringendole le mani.

«Bene. Molto meglio rispetto all’ultima volta che ci siamo visti.»

«L’importante è che tu non ti sia fatta nulla.»

Ci fece entrare nello studio e ci indicò un piccolo divanetto rosso addossato alla parete.

«Prego, sedetevi.»

Era una stanza quadrata, abbastanza spaziosa. I muri erano bianchissimi, quasi immacolati, decorati solo da un calendario. Alla nostra destra c’era una scrivania di acciaio con sopra una pila di cartelle e alcuni oggetti di cancelleria. Davanti a noi c’era un tavolino di vetro molto semplice composto da una lastra sorretta da quattro piedi in metallo. In un angolo erano stati messi due schedari da ufficio. Una finestra molto larga dava sulla campagna dietro l’edificio ed era coperta da una tenda alla veneziana.

Annamaria si appoggiò sulla scrivania e si sistemò gli occhiali sul naso.

«Com’è stato il viaggio?» domandò.

«Comodo» risposi. «Grazie ancora per i biglietti.»

«Non devi ringraziarmi. Volevo e dovevo sdebitarmi.»

«Per cosa?» chiese Anderlecht.

«Per quello che è successo durante il sequestro. Sapervi lì mi ha aiutato a stare più tranquilla e ne avevo estremamente bisogno.»

«C’era poco che potessimo fare, onestamente.»

«Sempre meglio di nulla.»

«Sai se hanno scoperto qualcosa?» intervenni.

«No, mi hanno interrogata e ho detto quello che ho visto, ma poi ho cercato di mettermi la cosa alle spalle e non mi sono più informata» rispose Annamaria incrociando le braccia sul petto.

«Mi è dispiaciuto molto per quei due dottori. Non meritavano di fare quella fine.»

«Già. Erano due brave persone.»

Annuii e rimasi in silenzio per rispetto. Anderlecht però attaccò subito a parlare.

«Come mai hai aperto il tuo studio qua?» domandò.

«Non mi piace molto stare in centro» rispose Annamaria. «Qua è più tranquillo.»

«Non è troppo fuori mano per i tuoi pazienti?»

«Per alcuni, sì.»

«È molto spartano.»

«Sì, lo preferisco così, semplice.»

«Immagino tu ti possa permettere qualcosa di meglio.»

Diedi una gomitata ad Anderlecht.

«Smettila» ringhiai. «Che stai facendo?»

«Semplice curiosità» rispose lui alzando le mani.

«Non ti preoccupare, Alberto» mi tranquillizzò Annamaria. «Non è la prima volta che mi fanno queste domande. Sì, mi faccio pagare molto per curare certi pazienti, immagino lo sappiate già se avete avuto modo di parlare con il signor Lovato. Sono cure costose. È una nuova malattia e servono soldi per la ricerca. Scusami se non li uso per pagarmi uno studio in qualche palazzo del centro.»

«Contento ora?» chiesi al mio amico, convinto che quella risposta lo avesse messo al suo posto.

«Hai intenzione di far pagare anche noi?» chiese ignorandomi completamente.

«No. Nel vostro caso si tratta di un favore personale. Per Alberto.»

«Ok, era quello che volevo sapere.»

«Bene. Possiamo iniziare a parlare della vostra amica?»

«Sì, per piacere» risposi guardando male Andy.

«Posso offrirvi un po’ d’acqua prima di cominciare?»

«Certo, grazie.»

Annamaria andò dietro la scrivania e aprì un cassetto. Tirò fuori due bottigliette e tre bicchieri di plastica. Ne riempì due e poi fu costretta ad aprire l’altra bottiglia.

Bevve un sorso e ci porse i bicchieri. Appoggiai il mio sul tavolino e diedi l’altro ad Anderlecht.

«Quando riesci a liberarti?» chiesi. «Mi dispiace essere insistente, ma non so quanto tempo rimanga a Elisabetta.»

«Posso spostare alcuni impegni» rispose Annamaria, «ma non prima di un paio di giorni.»

«Ok, se non si può fare prima, va bene tra un paio di giorni.»

«La vedo molto difficile, ma se riesco a liberarmi, ti faccio sapere.»

«Grazie, lo apprezzo molto.»

«Dimmi della tua amica. Come hai detto che si chiama?»

«Elisabetta.»

«In che condizioni si trova?»

«Ho sentito il suo ragazzo l’altro giorno…» iniziai a dire piegandomi per recuperare il mio bicchiere d’acqua sul tavolino. Lo portai alla bocca, ma prima che le mie labbra potessero venire a contatto con la plastica, mi arrivò una botta sulla mano che fece cadere tutto per terra.

«Non bere quella roba» disse Anderlecht.

«Che cazzo ti prende?» urlai.

«Mi puoi ringraziare dopo.»

«La vuoi smettere? Di che diavolo stai parlando?»

«Chiedilo alla tua amica.»

Annamaria fece una smorfia.

«Non capisco…» farfugliò.

«Cosa hai messo nell’acqua?»

«Nulla. L’ho bevuta anch’io!»

«Andy, smettila!» gridai. «Ti stai comportando in modo ridicolo.»

Come al solito, mi ignorò.

«No, hai bevuto dalla seconda bottiglietta che era chiusa e sigillata. La nostra acqua veniva da quella che era già stata aperta.»

«Era finita. Cosa avrei dovuto fare?» si difese Annamaria.

«Scusami, davvero. Non so che cosa gli sia preso» provai a intervenire.

«Questa è un’altra cosa che mi dovresti spiegare» continuò Anderlecht. «Quando avresti iniziato a bere quell’acqua? Voglio dire, hai messo piede in questo ufficio per la prima volta solo oggi.»

«Come?»

«Puoi prendere in giro lui, ma non me.»

«Nessuno qua sta…» provai a dire.

«Alberto, per amor del cielo, svegliati e guardati intorno» mi interruppe gridando. «Siamo nel bel mezzo del nulla e questo è chiaramente uno studio finto. Ci sono quattro mobili in croce e sono tutti nuovi e immacolati come se fossero appena stati tirati fuori dalla scatola.»

«Non so di cosa tu stia parlando» rispose Annamaria. Aveva fatto un passo indietro e si era stretta le braccia attorno al corpo, come un istintivo meccanismo di difesa.

Anderlecht si alzò e fece un passo verso la scrivania.

«Fammi vedere quei fascicoli» ordinò. «Vediamo cosa ci hai messo dentro.»

Saltai in piedi e cercai di fermarlo.

«Andy, ascolta…»

Mi ributtò sul divano spingendomi con una mano e con l’altra estrasse una pistola.

«Fammi vedere quei fascicoli» ripeté puntando l’arma contro Annamaria.

Un botto.

La porta venne sfondata e quattro uomini armati fecero irruzione nello studio. Tre di loro stavano impugnando dei mitra, mentre il quarto aveva in mano una pistola.

«Fermi tutti» disse quest’ultimo. «Facciamola finita con questa pagliacciata.»

«Che cazzo sta succedendo?» domandai spaventato.

Anderlecht si rese subito conto che non era il caso di fare stupidaggini e alzò le mani in segno di resa.

Ci afferrarono, ci sbatterono contro il muro e ci legarono i polsi con delle fascette di plastica. Ci puntarono le canne dei mitra sulla schiena e ci ordinarono di uscire dallo studio.

«Dove li state portando?» chiese Annamaria.

Nessuno le rispose.

***

Fummo caricati in un furgone e portati via. Il tizio con la pistola salì nel vano dietro con noi.

«Chi siete?» gli chiese Anderlecht.

«Non sono tenuto a dirtelo» gli rispose l’altro.

La sua voce aveva qualcosa di familiare, ma non riuscii a capire cosa.

Non potevamo vedere fuori, ma capimmo che stavamo procedendo per strade sconnesse. Ci fermammo dopo una ventina di minuti. Eravamo in un cantiere deserto. Davanti a noi si alzava lo scheletro di cemento armato di un palazzo in via di costruzione.

«Che cosa avete intenzione di fare?» chiesi ingenuamente.

Nessuno rispose, ma purtroppo capii tutto quando vidi una scavatrice e un enorme buco nel terreno.

Guardai Andy, ma era stranamente molto calmo. Sperai che quella serenità nascondesse un piano, un’idea, qualcosa che ci avrebbe tirato fuori da quella situazione.

Cercai di rallentare il passo per ritardare l’inevitabile, ma uno dei tizi mi premette il mitra dietro la schiena e mi ordinò di camminare normalmente.

Fecero lo stesso con Anderlecht, che perse l’equilibrio e cadde per terra come un peso morto. Si rotolò con una smorfia di dolore sul volto.

«Alzati» gridò l’uomo con la pistola e l’accento strano.

«Avrei bisogno di una mano» gli rispose il mio amico.

«Rimettetelo in piedi. Dai, sbrighiamoci.»

Ebbi un flash. Quel tizio aveva la stessa voce del capo dei sequestratori di Amsterdam. Anche l’altezza e il fisico combaciavano. Non può essere, pensai. Cosa sta succedendo?

Anderlecht venne tirato su e fummo spinti fino al grande buco vicino alla scavatrice. Guardai il mio amico sperando che improvvisamente mi mostrasse un sorriso.

Serio. Immobile. Impassibile.

Ok, è la fine.

Andy fece un rapido, impercettibile cenno con la testa. Mi stava indicando il buco. Non capii, ma l’istinto mi venne in aiuto.

Anderlecht si girò di colpo e attaccò. Con una mano afferrò il braccio del tizio che gli stava alle spalle e con l’altra lo colpì all’altezza dell’omero. Il rumore delle ossa rotte mi fece venire i brividi.

Ruotò quell’arto in modo innaturale e sparò col mitra a due degli altri. Appena partirono le raffiche, mi gettai nel buco, rotolando per metri.

Sentii una serie di colpi e vidi dei proiettili volare sopra la mia testa. Dopo una serie di rumori per nulla piacevoli, una sagoma decollò dal bordo del buco e precipitò non lontano da me. Era il capo dei sequestratori.

Anderlecht saltò giù e lo raggiunse. Aveva perso la giacca e un rigolo di sangue gli scendeva dalla spalla destra.

Bloccò il tizio mentre stava cercando di gattonare via. Gli diede un pugno sul naso, lo gettò di nuovo per terra e gli mise un piede sulla gola.

«Ehi, potrei avere una mano?» chiesi in ginocchio.

Anderlecht tirò fuori una piccola lastra di metallo lunga circa cinque centimetri.

«Vieni qua» disse.

«Dove l’hai trovata?»

«Prima, quando sono caduto.»

Usò quel pezzo di acciaio per liberarmi. Scossi le braccia per svegliarle dal torpore e diedi un calcio fortissimo sul fianco del tizio che stava soffrendo sotto la scarpa di Andy.

«Stai calmo!» protestò lui.

«Scusa, era da Amsterdam che sognavo di dargli una pedata.»

«Amsterdam?»

«È il capo dei sequestratori.»

Anderlecht lo osservò e sorrise.

«Mi sembrava di averti già visto.»

«Fottetevi» rispose l’altro cercando inutilmente di togliersi di dosso il peso del mio amico.

«Chi siete?» domandai. «Perché ce l’avete con Annamaria?»

«Alberto, santo dio, non hai capito nulla» rispose Anderlecht.

«Che intendi?»

«Loro lavorano con Annamaria.»

«Non dire cazzate.»

«Ragiona e pensa a quello che è appena successo.»

«È così?» chiesi al tizio.

«Fottiti» rispose.

Mi feci dare la lastra di metallo, mi inginocchiai e gliela conficcai nella coscia facendolo urlare come un orso ferito.

«È così?» domandai di nuovo.

«Ammazzati.» Estrassi il pezzo di ferro e lo sollevai sopra la testa. «Sì, sì, stiamo lavorando per lei» si affrettò a spiegare l’altro prima che affondassi di nuovo il colpo.

«Per lei?» chiese Anderlecht.

«Sì, ci hanno assunto per aiutarla ad Amsterdam e hanno richiesto di nuovo il nostro aiuto per farvi fuori oggi.»

«Aiutare a fare cosa ad Amsterdam?»

«Ammazzare i due dottori. A dire il vero, ammazzare i due dottori e fare fuori anche voi due.»

«Eh?»

«Il sequestro era una copertura. Il vero obiettivo era quello.»

«Cosa c’entra Annamaria?» chiesi. «Lei non ha fatto nulla.»

Il tizio si fece una mezza risata.

«Questo è quello che pensi tu.»

Mi passai una mano in testa, incapace di elaborare le informazioni che avevo appena ricevuto. Anderlecht non sembrava capirci molto di più.

«Chi vi ha assunti?» domandò.

«Posso anche dirvi il nome, ma non vi aiuterà.»

«Diccelo e basta.»

«Jedan.»

«Ci aiuta?» chiesi.

«No» rispose Andy. «Non so chi sia.»

«Dobbiamo tornare da Annamaria. Ci deve una spiegazione.»

«Ok, stammi a sentire. Abbiamo bisogno del tuo aiuto» disse Anderlecht al nostro prigioniero.

«Fottetevi.» Il mio amico fece pressione sulla sua gola e io seguii il suo esempio iniziando a premere la lastra d’acciaio su un fianco. «Ok, ok, che cosa volete?» reagì.

«Adesso chiami la dottoressa e la informi che hai fatto quello che dovevi fare e che sarai di ritorno in un’ora. Intesi?»

«Ok, datemi un telefono.»

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