Eravamo ancora in pieno centro a Verona quando tirai fuori il cellulare per chiamare Annamaria. Anderlecht mi bloccò afferrandomi il polso.
«Un attimo» disse. «Non ti sembra strano quello che abbiamo appena scoperto?»
«Cosa?» risposi cercando inutilmente di liberarmi.
«Che la nostra amica si fa pagare una barca di soldi da ogni paziente?»
«E quindi?»

«Quindi magari chiederà la stessa somma a noi.»
«Ma no, non ha mai parlato di soldi.»
«Forse perché non ce n’è stata l’occasione.»
«No, me lo avrebbe detto.»
«Tutti i suoi clienti sono molto ricchi.»
Mi sedetti su una panchina e mi massaggiai una tempia.
«L’hai sentito anche tu quello che ha detto Lovato. Prende pazienti solo con raccomandazioni. È normale che abbia un giro di quel genere.»
Anderlecht si sedette di fianco a me e si distese sullo schienale.
«Voglio solo essere sicuro che non ci stiamo illudendo di aver già risolto il problema.»
Mi persi a guardare il viavai di gente davanti a noi. Si stava facendo tardi e per molti era iniziata la corsa all’aperitivo o al ristorante dove passare una piacevole serata.
«Chiamiamo e togliamoci il dubbio» dissi.
Tirai fuori il biglietto che mi aveva dato Lovato, digitai il numero e attesi una risposta respirando lentamente. Ci vollero dieci squilli.
«Pronto?» rispose una voce maschile.
«Salve, vorrei parlare con la dottoressa Garelli.»
«Chi le ha dato questo numero?»
«Il signor Lovato, Arturo Lovato.»
Non ci fu nessuna replica e pensai che fosse caduta la linea.
«Aspetti cinque minuti» disse all’improvviso l’altro prima di mettere giù.
«Allora?» chiese Anderlecht vedendomi bloccato col telefono in mano come se fossi stato colto da una paralisi.
«Gli ho dato il nome, è sparito per qualche secondo, mi ha detto di aspettare cinque minuti e ha interrotto la chiamata.»
«Sta diventando tutto molto più strano di quanto mi aspettassi.»
«Non ricominciare.»
«Sto solo commentando quello che vedo.»
Dopo qualche minuto, il cellulare si mise a vibrare. Numero sconosciuto.
«Ci siamo» commentai. «Pronto? Annamaria?»
«Alberto? Sei tu?» rispose lei.
Non potei fare a meno di sorridere. Anderlecht lo notò e io lo guardai annuendo.
«Sì, sono io. Come stai?»
«Bene! Sono ancora un po’ sconvolta per quello che è successo, ma sto bene.»
«Lo posso immaginare, non è stato piacevole per nessuno.»
«Non mi aspettavo di sentirti in questo modo.»
«È una storia lunga. Ascolta, sei ancora disponibile ad aiutarci come dicevi?»
«Certo, ci mancherebbe. Ti avrei contattato io, se avessi saputo come fare.»
«Perfetto. Puoi venire qua da me?»
«Purtroppo, no. Nei prossimi giorni ho una serie di impegni già programmati da tempo. Perché non mi raggiungete a Roma? Ci mettiamo d’accordo su cosa fare e poi torniamo assieme.»
«Non è l’ideale, ma se per te è più comodo, va bene.»
«Perfetto. Anzi, fai una cosa. Richiama il numero con cui hai raggiunto il mio assistente e dagli un indirizzo e-mail. Ti faccio avere i biglietti per te e il tuo amico per venire qui. Offro io.»
«Davvero? Grazie, ma non ce n’è bisogno.»
«Insisto.»
«Ok, va bene. A presto, allora.»
«A presto.»
«Di cosa non c’è bisogno?» chiese subito Anderlecht appena conclusa la telefonata.
«Ci paga i biglietti per andare a Roma da lei» risposi.
Alzò un sopracciglio e fece una smorfia.
«Perché?»
«Perché è una persona gentile.»
«Perché non le hai chiesto se vuole soldi?»
«Non chiedi una cosa del genere dopo che ti offrono un viaggio.»
«Lo fai se rischi di pagare il valore di una villa sul lago. E poi perché dobbiamo andare noi da lei? Che senso ha?»
«È molto impegnata. Ascolta, la smetti di essere paranoico? Questa è una possibilità concreta di aiutare Elisabetta. Possiamo semplicemente fare quello che va fatto?»
Andy sbuffò e si piegò sulle ginocchia.
«Scusa. Per me essere paranoico è una deformazione professionale.»
Mi alzai e mi sistemai la giacca.
«Lo capisco e so che hai buone intenzioni, chiudiamola qua. Fammi chiamare l’assistente per quei biglietti.»
***
Tornai dal bagno e mi rimisi a letto. Chiusi gli occhi per riaddormentarmi, ma il cervello aveva un’opinione diversa.

Annamaria, Elisabetta, il sequestro, i dottori morti davanti ai miei occhi, Giovanni, i dubbi di Andy.
Mi alzai, mi misi seduto e mi strofinai le mani sul volto. Accesi il cellulare e vidi che erano le tre di notte.
Andai in cucina e trovai la luce accesa. Mi spaventai, ma poi mi ricordai subito che avevo un ospite. Anderlecht si accorse della mia presenza solo quando chiuse il frigorifero. Lo sorpresi con una bottiglia di birra in mano.
«Cosa stai facendo?» gli chiesi.
«Non riesco a dormire» spiegò.
«Non hai risposto alla domanda.»
«Ne vuoi una anche tu?»
«Secondo te?»
Riaprì il frigo, recuperò un’altra bottiglia e me la porse. Le aprii entrambe con un accendino, ci sedemmo uno di fronte all’altro e brindammo in silenzio.
«Neanche tu riesci a dormire?» domandò.
«No ed è anche colpa tua.»
«Ti ho detto di lasciar perdere quello che ho detto.»
«Lo so, ma mi sei entrato in testa.»
«Andrà tutto bene.»
«Tu, invece? Perché non riesci a dormire?»
Iniziò a grattare l’etichetta della birra, ne strappò un pezzo, bevve un sorso e riappoggiò la bottiglia sul tavolo tenendo gli occhi fissi sulle bollicine.
«Ho ricevuto una telefonata» disse.
«Da chi? Klara?»
«No. Un amico dell’organizzazione. C’è stato un incidente.»
«Di che tipo?» chiesi.
«Sono morti due capi. Gente abbastanza importante» rispose Andy.
«Qualcuno che conosco?»
«Fenerbahçe.»
«Fenerbahçe è morto?»
«A quanto pare.»
Il ronzio del frigorifero si fermò.
«Mi spiace» dissi.

«Ah, era uno stronzo, non è questo che mi turba.»
«Qual è il problema, allora?»
Bevve un sorso molto più lungo del solito.
«Non è l’unico incidente accaduto di recente. Voglio dire, chi fa questo mestiere sa benissimo a cosa va incontro. Sai che può sempre succedere qualcosa. Lo dai per assodato e non ci pensi più. Non puoi pensarci.»
«Stai dicendo che hai iniziato a farlo?»
Sorrise.
«Più di quanto facessi prima.»
«Forse è arrivato il momento di ritirarsi, no?» provai a stuzzicarlo per alleggerire il tono di quella conversazione. Mi aspettavo una sua classica risposta piccata, ma rimase impassibile.
«È una cosa a cui sto pensando da un po’» disse serio.
«Mi prendi in giro? Stavo scherzando» reagii.
«No. Non credo di voler fare ancora a lungo questa vita.»
«Ma smettila!» esclamai. «Se ti ritiri, cosa farai?»
Aggrottò la fronte, ma alla fine sorrise.
«Non lo so, mi cercherò un altro lavoro.»
«Cosa? Vuoi provare a vendere cellulari come facevo io?»
«Come hai fatto a farlo per tutto quel tempo? Ne parli sempre come se fosse stata una cosa orribile.»
«Perché per colpa di quello che è successo a Padova non sono mai riuscito a laurearmi e le bollette le dovevo pur pagare in qualche modo.»
«Questo non me lo avevi mai detto.»
«Avevo ricominciato l’università tempo fa, ma non avevo più la testa giusta per farlo. Avevo perso troppo tempo e avevo troppi brutti ricordi. Fortunatamente c’era Elisabetta in quel periodo…» Quella frase fu seguita da un momento di silenzio che sfruttammo per finire le nostre birre. «Comunque non è che ci tenessi poi così tanto» aggiunsi per riempire il vuoto.
«Un’altra?» chiese lui indicando la bottiglia.
Scossi la testa. Mi alzai, recuperai due bicchieri puliti e una bottiglia di whisky e misi tutto sul tavolo.
«Vuoi del ghiaccio?» domandai stappando.
«Ghiaccio? Sei serio?»
«No, era una domanda trabocchetto.»
«Ah, ecco.»