«La cucina» dissi. «Quella è la nostra via d’uscita.»

«Quella è l’unica via d’uscita» mi corresse Anderlecht. «Soprattutto se vogliamo evitare di beccarci una mitragliata in faccia.»

«Come facciamo? Sono troppi.»

«E ci sono troppe persone di cui tenere conto.»

«È un casino.»

«Klara e Mari. Sono la nostra unica chance.»

«Sei riuscito a contattarle?»

«No, è troppo pericoloso.»

«Bene» risposi. «Ho bisogno di andare in bagno» aggiunsi dopo qualche secondo.

Anderlecht spalancò gli occhi.

«Ti piglio sempre in giro, ma di tanto in tanto hai delle buone idee» disse.

«Come?» domandai non capendo a cosa si riferisse.

Alzò lentamente la mano per farsi vedere.

«Cosa vuoi?» chiese il capo dei sequestratori.

«Io e il mio amico avremmo urgentemente bisogno di andare in bagno» rispose.

L’altro sbuffò dalle narici.

«Va bene. Tu, accompagnali e tienili d’occhio» ordinò a uno degli scagnozzi. Questi ci puntò contro il mitra e ci ordinò di non fare scherzi.

Uscimmo dalla sala, attraversammo la hall ed entrammo in bagno. Il sequestratore ci indicò la fila di orinatoi su una delle pareti e ci disse di fare in fretta.

Io e Anderlecht ci mettemmo a un paio di metri di distanza l’uno dall’altro. Lui mi guardò e io annuii.

Decisi di improvvisare. Finii di fare quello che dovevo fare e mi voltai per lavarmi le mani. Il lavandino si trovava proprio dietro di noi.

Vidi il sequestratore nello specchio. Si era avvicinato per controllare cosa stessi facendo.

È il momento, pensai.

Appoggiai un pollice sul rubinetto per deviare il getto dell’acqua. Partì uno schizzo che colpì il tizio alle mie spalle. Non la prese bene.

Mi afferrò per il collo e mi sbatté contro il muro.

«Scusa, scusa, scusa» lo pregai. «Non so cosa sia successo. Deve essere difettoso.»

Vidi i suoi occhi attraverso i buchi del passamontagna. Le pupille erano nere e circondate da venature rosse.

«Ehi, non è successo nulla, stai tranquillo» disse Anderlecht per calmare gli animi mentre si lavava le mani.

Il sequestratore mi lasciò andare, ci puntò di nuovo contro il mitra e ci ordinò di uscire dal bagno. Ci riportò nella sala colazioni e tornammo a sederci con gli altri ostaggi.

Guardai Andy. Fece un sorriso e annuì.

***

Annamaria aveva smesso di tenere la faccia nascosta e non stava più piangendo. Incrociai il suo sguardo e accennò un sorriso, probabilmente solo uno sforzo per rassicurarmi che nonostante tutto stava tenendo duro.

Con una mano indicai fuori e poi feci ok con le dita. Lei alzò un sopracciglio e inclinò la testa.

«Ho sentito un rumore» disse Anderlecht.

«Quando? Dove?» domandai. Non mi ero accorto di nulla.

«Tre secondi fa. Fuori.»

«Dobbiamo preoccuparci?»

Un botto, un’esplosione, una bomba, davvero, non ci capii nulla.

Qualcuno iniziò a sparare e a urlare. La maggior parte dei sequestratori corse a vedere cosa stesse succedendo.

Anderlecht mi afferrò per il colletto e mi tirò su.

«Ora!» urlò.

Il paravento davanti alla porta della cucina cadde per terra e una squadra di agenti in tenuta antisommossa fece irruzione da lì.

«Alberto!» sentii urlare.

Era Annamaria. Era per terra, dietro uno dei sequestratori.

Feci un passo verso di lei senza pensarci. Anderlecht mi afferrò per la camicia e mi lanciò verso la cucina.

«Che cazzo fai?» gli chiesi.

Mi spinse via e mi ordinò di correre. Con la coda dell’occhio, vidi il volto disperato di Annamaria, ma non potei fare nulla.

Attraversammo la cucina, mentre altri poliziotti facevano irruzione. Trovammo una porta che dava sul retro, il punto da cui gli agenti erano entrati e stavano facendo scappare alcuni degli ostaggi.

Io e Anderlecht approfittammo della confusione e corremmo via senza essere visti da nessuno. Ci allontanammo il più possibile, perdendoci tra i vicoli. Ci fermammo solo quando arrivammo in una piazza poco affollata, davanti a un negozio di alimentari.

«Che diavolo ti è saltato in mente?» gridai allargando le braccia.

«Stavi per farti ammazzare» replicò secco Anderlecht.

«Era la nostra chance per scappare con Annamaria!»

«Era troppo pericoloso.»

«Vaffanculo!» lo insultai. «Adesso come facciamo?»

«Non lo so, ma stai calmo.»

«Era la nostra unica possibilità di salvare Elisabetta.»

«Non è ancora detto.»

Arrivarono le ragazze di corsa.

«State bene?» chiese Mari. Klara si gettò al collo di Anderlecht e lo abbracciò forte.

«Stiamo bene» risposi.

«Grazie per l’aiuto» disse Andy.

Le altre si guardarono confuse.

«Non abbiamo fatto nulla» spiegò Mari.

«Non siete state voi ad aiutare la polizia a fare irruzione?»

«No.»

«Stavamo per controllare il perimetro esterno dell’albergo come ci avevi chiesto» spiegò Klara. «Ma quando abbiamo provato a farlo, la polizia stava già preparando l’attacco dalla porta della cucina.»

«Bene, ho rischiato di crepare in un cesso per nulla» commentai.

«Ok, ne parleremo dopo. Ora dobbiamo andarcene. Non possiamo stare qua. Dobbiamo lasciare questa città il prima possibile» disse Anderlecht scegliendo saggiamente di ignorarmi.

«Non possiamo lasciare qua Annamaria» protestai.

«Non c’è nulla che possiamo fare adesso.»

Provai a rispondere, ma non sapevo che diavolo dire. Diedi un calcio a un cestino dell’immondizia per sfogare la rabbia.

«Ok, andiamo» mi arresi.

«Cerchiamo di raggiungere la stazione» suggerì Mari. «Da lì sarà più semplice trovare un modo per tornare a Budapest.»

Nessuno ebbe niente da ridire.

***

Arrivammo a Budapest in tarda serata, dopo un viaggio in treno fino a Rotterdam e un volo con scalo a Barcellona. Alle due di notte eravamo tutti seduti nella piccola cucina dell’appartamento segreto di Anderlecht, stanchi, sfiniti e sfiduciati.

Mari suggerì di controllare se i notiziari stessero parlando di quanto successo in albergo. Una cosa del genere era troppo grossa per non finire su tutti i telegiornali. Ci raggruppammo intorno al tavolo e provammo a cercare delle informazioni usando il suo cellulare. Trovammo alcuni servizi andati in onda da poco.

La polizia era riuscita ad arrestare otto sequestratori. Due erano riusciti a scappare. Le due vittime si chiamavano Frank Dumfries, dottore olandese con uno studio ad Amsterdam, e Montserrat Capel, una dottoressa spagnola che esercitava a Valencia. Un paio di persone erano rimaste ferite, ma nessuno in modo grave. Risultavano ancora dispersi l’italiano Biagio Niccolai e il belga Paul Scifo.

«Rimarranno dispersi per un bel po’» commentò Anderlecht dopo aver ridato il cellulare a Mari.

«Almeno sappiamo che Annamaria sta bene» dissi.

«È l’unica cosa che conta.»

Appoggiai i gomiti sul tavolo e distolsi lo sguardo.

«Scusa se ho reagito in quel modo.»

Anderlecht si limitò ad alzare la mano per farmi capire che per lui era già acqua passata.

«Cosa facciamo ora?» chiese Klara.

«Dobbiamo rimetterci in contatto con Annamaria» risposi.

«Non subito» intervenne Andy. «Bisogna far calmare le acque.»

«Quanto?»

«Vorrei dire un paio di settimane, ma so già quello che stai pensando, per cui facciamo due giorni.»

«Grazie.»

«Avete ancora bisogno di noi?» chiese Mari.

«Per il momento, no» rispose Anderlecht. «Nel caso, vi informiamo.»

Presi il cellulare e uscii dalla cucina senza dire nulla. Era davvero molto tardi, ma provai lo stesso a chiamare Giovanni. Con mia sorpresa, mi rispose dopo un solo squillo.

«Ciao, tutto ok?» chiese subito.

«Scusa se ti chiamo a quest’ora» balbettai.

«Non preoccuparti. Ormai non dormo quasi più.»

«Volevo informarti che c’è stato un piccolo contrattempo.»

«Di che tipo?»

«La pista che stavamo seguendo è diventata più complicata del previsto.»

«Ah…»

«È stata una cosa del tutto imprevista, completamente indipendente dalla nostra volontà, mi spiace.»

«Posso avere qualche informazione in più?»

«Meno sai, meglio è.»

«Non c’entrerà mica quello che è successo oggi in quell’albergo di Amsterdam?»

Sei molto più sveglio di quanto mi aspettassi, pensai.

«Di nuovo: meno sai, meglio è.»

«Ok.»

«Lei come sta?»

«Come l’ultima volta che ci siamo parlati.»

«La prendo come una bella notizia.»

«Sì, forse lo è.»

Mi sentii come quando fui quasi sul punto di abbracciarlo in ospedale. Il fatto che quella conversazione stesse avvenendo al telefono rese il momento meno imbarazzante.

«Ti richiamo appena possibile, ok?»

«Ok.»

«Buona notte.»

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