Per nostra fortuna, la furia dei nostri sequestratori andò scemando col passare dei minuti. Non successe nulla per più di mezz’ora, nessuno parlò, nessuno venne preso a pugni, nessuno si fece vivo dall’esterno.
A poco a poco, alcuni dei dottori presero coraggio e iniziarono a scambiarsi qualche parola, sottovoce e controllando sempre con la coda dell’occhio quelle figure nere e minacciose che camminavano avanti e indietro per la sala.
«Sei riuscito a capire cosa vogliono?» mi chiese Anderlecht sussurrando.
«Sì» risposi coprendomi la bocca con la mano. «Una barca di soldi e la liberazione di un tizio.»
«Chi?»

«Un certo Matusiak.»
«Lukasz Matusiak?»
«Quello lì, esatto. Sai chi è?»
Andy si grattò la testa riflettendo su quel nome.
«Sì, ma non capisco.»
«Spiegati.»
«È un criminale polacco. È stato per anni una delle persone più ricercate d’Europa.»
«Cosa non ti torna, allora?»
«Ha quasi ottant’anni, è malato e non conta più nulla da quando lo hanno arrestato circa dieci anni fa.»
«Ah…»
«Che senso ha fare tutto questo per lui adesso?»
«Beh, hanno anche chiesto un sacco di soldi. Credo che il loro obiettivo principale sia quello.»
Uno dei sequestratori si fermò davanti a noi, ma ci diede le spalle. Un altro gli si avvicinò e gli indicò un angolo della sala.
«Hai controllato?» gli chiese in inglese.
L’altro lo prese per un braccio e lo allontanò di qualche metro.
Mi voltai per vedere a cosa si riferisse e vidi un paravento di legno che copriva l’ingresso della cucina.
«Hai visto anche tu?» chiesi ad Anderlecht.
Annuì.
«Dobbiamo trovare un modo per metterci in contatto con Klara e Mari.»
«Giusto, mi ero quasi dimenticato di loro.»
La mia attenzione cadde ancora su Annamaria. Era seduta sul pavimento e si stava abbracciando le ginocchia. In quella posa dava l’impressione di essere molto più giovane della sua età. Avrei voluto andare da lei e abbracciarla fortissimo.
«Ehi, abbiamo delle novità» disse una voce con un megafono fuori dall’edificio.
Il capo dei sequestratori aprì uno spiraglio in una delle finestre e si mise a urlare da lì.
«Diteci. Vi ascoltiamo.»
«Abbiamo iniziato le procedure per la liberazione di Matusiak» disse la voce fuori. Era il poliziotto stempiato.
«Bene. A che punto siamo coi soldi?»
«Ci stiamo lavorando.»
«Bravi. Voglio darvi un premio per questo.»
«Dimmi.»
«Libereremo alcuni degli ostaggi.»
«Va bene. Possiamo…»
Il capo dei sequestratori chiuse la finestra senza permetterci di ascoltare la fine della frase.
Studiò il gruppo per qualche secondo.
«Tu, tu, tu e tu» disse puntando ogni volta l’indice verso un dottore diverso. Io, Andy e Annamaria non eravamo tra questi.
***
Dopo la liberazione di quei quattro, tornò a regnare la calma. Alcuni degli ostaggi erano come pietrificati, immobili in attesa che gli succedesse qualcosa. Altri tremavano e sudavano. C’erano anche due coppie. Una era rimasta abbracciata tutto il tempo, l’altra si era limitata a tenersi per mano.

«Posso chiedere una cosa?» disse Annamaria.
Tutti si voltarono verso di lei.
Fa’ che non le succeda nulla, pensai.
«Che c’è?» domandò seccato il capo dei sequestratori.
«È possibile avere dell’acqua? Molti di noi stanno iniziando a sentirsi male e alcune di queste persone hanno una certa età.»
L’altro schioccò le dita verso uno dei suoi scagnozzi.
«Portala in cucina» ordinò.
«Che gentili» commentò Anderlecht sottovoce, mentre Annamaria veniva trascinata dietro il paravento.
«Spero non le facciano nulla» dissi. «Se decidono di liberare altra gente, dobbiamo cercare di approfittarne e fare in modo che scelgano lei.»
La dottoressa e il sequestratore tornarono dalla cucina dopo qualche minuto con delle bottigliette. Vennero sistemate al centro della sala.
«Posso aiutarla?» chiesi alzando una mano.
«Sì, ma fate in fretta» rispose il capo.
Mi sollevai da terra e andai a prendere un paio di bottiglie.
«Come stai?» chiesi subito ad Annamaria.
«Non bene» rispose.
«Nessuno si farà male. Faremo il possibile per evitarlo, te lo prometto.»
«Grazie.»
Partì un colpo di pistola. Qualcuno urlò per lo spavento; la coppia che si stava abbracciando si strinse ancora più forte.
Era stato il capo dei sequestratori a sparare, ma fortunatamente aveva mirato ancora una volta al soffitto.
«Volete un divano per stare più comodi?» urlò. «Ho detto che puoi aiutarla, non che potete fare conversazione.»
Annamaria e io annuimmo e andammo a distribuire le bottigliette. Quando tornammo verso le casse per recuperarne altre, lei mi prese una mano.
«Se dovessero liberare altri ostaggi, fai in modo che lascino andare i più anziani» sussurrò.
«No» replicai d’istinto. «La nostra priorità è portare te fuori di qua.»
«Ascolta, capisco come ti senti, ma…»
«Il mio inglese non è abbastanza chiaro?» gridò il capo dei sequestratori.
«No, no, ci scusi» gli dissi nel tono più dimesso possibile.
«Vi faccio una dimostrazione, così capite.»
Indicò uno dei suoi scagnozzi che stava in piedi vicino a uno dei dottori più giovani. Questi afferrò il mitra e colpì l’ostaggio sulla mascella facendolo crollare sul pavimento. Uno schizzo di sangue sporcò le mattonelle.
«Abbiamo capito, abbiamo capito» ripetei allargando le braccia.
«Bene, datevi una mossa.»
***
«Avrei bisogno di una distrazione» disse Anderlecht.
«Di che tipo?» chiesi.
«Una che mi dia il tempo per mettermi in contatto con Mari e Klara.»
«Come?»
Si indicò l’orologio che aveva al polso.
«Mi basta solo un minuto» aggiunse con un filo di rabbia nella voce.
«Ti prego, non fare nulla di avventato. Non voglio avere nessuno sulla coscienza.»
Anderlecht non rispose. La sua attenzione era stata catturata da uno degli altri ostaggi. Era un uomo, pelato, ancora relativamente giovane, ma sovrappeso. Si era sbottonato la camicia ormai madida di sudore e stava respirando a fatica.
«Che gli prende a quello?» domandò il mio amico.
«Non sta bene» notai.
All’improvviso il dottore cacciò un urlo che fece voltare tutti. Nonostante la mole dell’uomo, sembrò lo strillo acuto di un rapace. Si alzò, allargò il petto e si piantò davanti a uno dei sequestratori mostrando una faccia cattiva.
Si beccò un pugno sul naso, ma non indietreggiò di un centimetro. Si lanciò al collo del tizio armato che aveva di fronte. Altri due sequestratori corsero ad aiutare il collega e gli tolsero il dottore di dosso sollevandolo di peso. Questi strinse i pugni, urlò ancora più forte e provò a colpire uno dei due. Venne respinto con il calcio del mitra. L’altro lo prese per la camicia, lo buttò per terra, estrasse la pistola e gli sparò cinque colpi nel petto, uno dietro l’altro.
Il dottore non si mosse più.
La sala divenne improvvisamente gelida. Persino Anderlecht rimase turbato.
Il rumore di quegli spari allarmò la polizia all’esterno dell’edificio.
«Cosa sta succedendo?» chiese il poliziotto col megafono.
Il capo dei sequestratori tornò alla finestra.
«Uno degli ostaggi ha provato a fare l’eroe. Vi faremo avere il corpo. Se fate una mossa sbagliata, non sarà il solo. Sbrigatevi con quello che vi abbiamo chiesto.»
***
I sequestratori ebbero la decenza di spostare il cadavere in un angolo e di coprirlo con una tovaglia.

Annamaria si era piegata su sé stessa nascondendo la faccia, come se stesse piangendo. Anderlecht si era seduto, con le braccia conserte. I muscoli del collo erano tesi e il pollice della mano destra stava scorrendo sulle altre dita.
Il rumore degli stivali dei sequestratori sembrava il ticchettio di un orologio. Quelle suole nere si muovevano in maniera coordinata. Nessuno di noi veniva lasciato senza sorveglianza. Sentivo sempre il loro sguardo addosso.
Scelsi un punto del pavimento di fronte a me e mi concentrai su quello. Mi infilai un dito nel colletto della camicia e provai ad allargarlo.
Uno dei sequestratori venne verso di me e mi fece ombra. Fece perno su un tallone, si voltò e tossì. Un piccolo rettangolo nero scese lungo i suoi pantaloni e scivolò sul pavimento, fermandosi a pochi centimetri dalla mia scarpa.
Il sequestratore si allontanò e io coprii subito l’oggetto col piede. Neanche Anderlecht si era accorto di nulla.
Mi massaggiai una coscia e scesi a poco a poco fino alla caviglia. Feci una smorfia come se avessi male. Mi toccai il piede e inserii due dita sotto la suola afferrando il rettangolo. Lo chiusi nel pugno e mi ricomposi.
«Cosa sta succedendo?» urlò il capo.
La mia schiena si irrigidì di colpo, il respiro si bloccò e mi sentii come se stessi precipitando in un buco.
«Dottoressa, sta bene?» chiese Annamaria correndo verso una delle sue colleghe più anziane.
Ebbi un secondo di sollievo, ma la scena che mi trovai di fronte non era per nulla piacevole.
La donna che Annamaria era corsa ad aiutare aveva provato a rialzarsi, ma si era accasciata in ginocchio stringendosi forte il petto.
«Torna a sederti» ordinò il capo dei sequestratori mentre camminava lentamente verso Annamaria.
«No» rispose lei a muso duro. «Ha bisogno di aiuto.»
L’altro si fermò e rimase impassibile.
«Torna a sederti» ripeté.
La dottoressa che si stava sentendo male allungò una mano, afferrò il braccio del sequestratore e si tirò su di qualche centimetro. Non riuscì a fare altro. La testa cadde sul petto, le gambe divennero molli. L’uomo in nero si liberò dalla presa e la povera donna finì sul pavimento senza vita.
«Non ci credo» sussurrai.
Anderlecht scosse la testa. Le vene del suo braccio erano in rilievo.
«Ok, adesso basta» disse. «Dobbiamo trovare un modo per scappare da questo posto.»