Io e Anderlecht attraversammo un ponte e prendemmo la prima traversa alla nostra destra. Ci ritrovammo in una strada molto affollata dove si alternavano bar, ristoranti e ostelli.

«Pensavo che Edwin’s fosse un posto più discreto» dissi mentre passavamo di fronte a un negozio di ciambelle.

«No, te l’ho detto che è vicino al quartiere a luci rosse» rispose Andy poco prima di infilarsi una chewing-gum in bocca.

«Cosa ti aspetti?»

«Non lo so. Intanto vediamo se è aperto. Non vorrei aver fatto un altro giro a vuoto.»

«Hai idea di cosa fare una volta lì?»

«No, ma inizio a pensare di aver preso un abbaglio con questa storia del biglietto da visita.»

«Klara non si sta insospettendo?»

«Perché dovrebbe?»

«È normale per lei che tu sparisca senza dirle niente?»

«Beh, sì. E poi le ho spiegato che andavo nel quartiere a luci rosse.»

«A lei va bene?»

«Hai visto che lavoro fa.»

«Ho visto uno dei suoi lavori. Che di sicuro non è quello che l’ha portata a Tashkent o Kigali.»

«In parte sì.»

«Sul serio, che rapporto avete voi due?»

«Vuoi davvero saperlo?»

«Non mi spiacerebbe.»

«Non è una storia interessante» rispose alzando le spalle.

Prima che potessi insistere, notai un’insegna col nome del nostro bar di fronte a noi.

«Ah, eccolo!» esclamai indicandola.

«Sembra aperto.»

Si trattava di un pub normalissimo, con mobili in legno, vecchie foto alle pareti e un menù di birre lungo così.

Prendemmo posto al bancone e ordinammo due Pepsi. Avevano aperto da poco. Il locale era mezzo vuoto.

«Forse saremmo dovuti venire di sera» ipotizzai.

Anderlecht studiò l’ambiente circostante in silenzio, sorseggiando la sua bibita e battendo le dita sul bancone.

«Non vedo davvero nulla di strano» concluse alla fine.

«Forse non è il posto in sé a essere importante» risposi.

«Forse sono le persone che lo frequentano.»

«Esatto.»

«È un’ipotesi.»

Notai Anderlecht lanciare diverse occhiate furtive fuori dalla vetrata.

«C’è qualcosa che non va?» domandai a bassa voce.

Scosse la testa e sorrise, ma le sue parole non erano coerenti con la sua gestualità.

«Non ti allarmare, ma temo che qualcuno ci stia seguendo.»

«Cosa? Da quando?»

«Da quando abbiamo attraversato il ponte.»

«Chi è?»

«Non ne ho idea.»

Chiusi gli occhi e feci un lungo respiro.

«Che cosa vuoi fare?»

«Finiamo le nostre bibite e facciamo finta di niente. Non è il caso di provocare trambusto in questa parte della città.»

«Ok.»

«Ti ricordi tutto quello che ti ho insegnato sei anni fa, vero?»

«Sì, ma non è che abbia avuto tutte queste opportunità di rimettere in pratica quella roba da allora.»

«Qualsiasi cosa succeda, non fare cazzate.»

Annuii e bevvi un sorso.

Si udì un forte rumore per strada. Sovrastò il vociare dei turisti e la musica all’interno del bar. La cameriera venne colta di sorpresa e fece cadere un bicchiere.

Anderlecht saltò giù dallo sgabello e corse fuori dal pub. Io lo seguii immediatamente. Alla nostra destra c’era un tizio a terra coperto da una bici. Alzammo lo sguardo e notammo un uomo che correva via.

Partimmo entrambi all’inseguimento, anche se il tizio sembrò subito molto veloce. Svoltò in una traversa. Gli andammo dietro e finimmo in una piccola piazza dove lo perdemmo di vista per qualche secondo. Lo individuai mentre si dirigeva verso la parte centrale del quartiere a luci rosse e lo indicai ad Anderlecht.

Lo seguimmo fino al canale. Ancora una volta ci diede qualche metro, ma per nostra fortuna si scontrò con un uomo e cadde per terra. Ci avvicinammo, ma non abbastanza per fermarlo. Si infilò in un vicolo, ma si ritrovò davanti a un portone di metallo e non ebbe il tempo di tornare indietro prima del nostro arrivo.

Era in tuta e giacca sportiva. Indossava un cappello di lana e degli occhiali da ciclista. Il viso era circondato da una folta barba scura.

Non ci diede il tempo di aprire bocca. Partì subito all’attacco e mi prese di mira. Anderlecht lo fece indietreggiare sferrandogli un pugno che venne parato a fatica. L’altro rispose con una pedata; il mio amico spostò la gamba di lato e caricò una gomitata. Il tizio riuscì in qualche modo a bloccarlo afferrandogli la testa sotto il braccio. Anderlecht reagì prendendolo a pugni sui fianchi.

Notai un’asse di legno per terra, la raccolsi e colpii il nostro avversario in pieno volto riuscendo a liberare Andy. Quest’ultimo partì subito all’attacco caricando come se fosse un giocatore di football. Volarono entrambi per terra. Anderlecht provò a immobilizzarlo, ma venne scaraventato con forza verso il portone. Il botto fu fortissimo.

Il tizio venne verso di me con uno slancio disperato. Andy saltò verso di lui e gli afferrò la caviglia facendolo ruzzolare di nuovo al suolo. Provai a colpirlo di nuovo con l’asse, ma mi schivò facilmente. Cercai di assestare un altro colpo e lo presi sulla gamba, con una parte del legno dalla quale spuntava un chiodo di cui non mi ero neanche accorto. Il pezzo di metallo si infilò nel polpaccio e gli provocò un taglio.

Cacciò un urlo, si liberò dell’asse, si rialzò e scappò via dal vicolo prima che potessimo fare altro.

Anderlecht venne verso di me massaggiandosi un braccio.

«Maledetto» sussurrò a denti stretti.

«Ti sei fatto male?» chiesi.

«Niente di grave» minimizzò lui. «Era più bravo di quanto mi aspettassi» aggiunse subito dopo.

«Ho notato.»

«Perché quel tizio è scappato quando ci ha visti?»

«Bella domanda.»

«Non mi piace.»

«Neanche a me, ma cerchiamo di non farci condizionare, ok? Tanto domani siamo di nuovo in Italia.»

«Sì, adesso torniamo in albergo e non ne usciamo fino a quando non ce ne andiamo davvero, intesi?»

«Tranquillo, tanto mi è passata la voglia di fare il turista.»

Anderlecht si mise le mani sui fianchi e rifletté per qualche secondo.

«Quello che è appena successo deve rimanere una cosa tra me e te, intesi?» disse.

«Io e te che facciamo cose segrete nel quartiere a luci rosse di Amsterdam. Sono sicuro che ci sia una battuta da fare qua» commentai.

«Cammina e stai zitto.»

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