«Non la vedo» dissi scrutando tutta la sala che si stava riempiendo per un’altra giornata del convegno.
«Aveva saltato anche il primo giorno» rispose Anderlecht. «Aspettiamo prima di farci prendere dal panico.»
«No, fidati. Non hai visto come ha reagito ieri sera.»
«Beh, che ti aspettavi?»
«Le altre dove sono?»

«Nella hall.»
«Andiamo.»
Uscimmo dalla sala e raggiungemmo le ragazze. Mari stava parlando con la concierge, mentre Klara stava rientrando dopo essere stata fuori.
«Non l’ho vista» ci informò subito.
«Sappiamo il numero della sua stanza?» chiese Anderlecht.
«No» risposi.
«Invece sì» intervenne Mari. «Stanza 406.»
Presi l’ascensore mentre gli altri corsero su per le scale. Arrivammo al quarto piano quasi nello stesso momento.
Bussai alla porta della camera senza avere alcuna risposta. Cercai di aprirla, ma era chiusa a chiave. Provai a buttarla giù con una spallata, ma fu la mia articolazione ad avere la peggio.
Klara mi spinse via e tirò fuori una tessera magnetica che aprì la porta immediatamente.
«Quella da dove salta fuori?» domandai.
«Pensavi davvero che non avessimo fatto proprio nulla in questi giorni?»
La stanza di Annamaria era pulita e in ordine, ma le valigie e i suoi effetti personali erano ancora lì.
«Non ha lasciato l’albergo» dissi. «Questa è una buona notizia.»
«Aspettiamo a dirlo» asserì Anderlecht ammazzando subito il mio ottimismo.
«Se le sue cose sono qua, vuol dire che tornerà.»
«Sì, ma non sappiamo dove sia e cosa abbia intenzione di fare.»
«Dobbiamo trovarla e fermarla prima che sia tardi» suggerì Mari.
Allargai le braccia sconsolato.
«Ok, dividiamoci e proviamo a cercarla in città» proposi.
«Va bene, ma è meglio che uno di noi rimanga in albergo. Non si sa mai.»
«Rimango io, andate pure» si offrì Klara.
«Perfetto, a dopo.»
***
Amsterdam è una grande città, ma sapevo che Annamaria non poteva essere andata troppo distante.

Girai a vuoto per quasi due ore. Ogni tanto provavo a chiamare Anderlecht per sapere se avesse avuto più fortuna, ma la risposta era sempre negativa.
Era una bella giornata, fresca, con il cielo completamente terso. La città era viva, piena di turisti.
Passai vicino a un piccolo parco, un quadrato verde in mezzo a due edifici. Su uno dei muri che lo delimitavano era stato dipinto un murales colorato, con arcobaleni e simboli della pace.
C’erano solo due giostre, uno scivolo e un’altalena. Una donna era seduta su una panchina, a qualche metro di distanza.
Mi avvicinai con le mani in tasca.
«Posso sedermi?» chiesi.
Annamaria alzò lo sguardo e non mostrò alcun segno di sorpresa. Si limitò ad annuire e a indicare il posto vicino a lei.
«Come mi hai trovata?» domandò.
«Non eri in albergo e ho immaginato che non avessi lasciato la città.»
«Cosa hai intenzione di fare con me?»
«Che intendi?»
«Cosa succederebbe se mi rifiutassi di seguirti?»
Appoggiai i gomiti sulle ginocchia e volsi lo sguardo verso una finestra aperta del palazzo di fronte.
«Non ci ho pensato» dissi. «Voglio semplicemente che questa storia si risolva in fretta e che nessuno si faccia male.»
«Come posso fidarmi di te dopo quello che mi hai detto?»
«Non lo so.»
«Dovrei chiamare la polizia, te ne rendi conto?»
Mi voltai verso di lei con le mani giunte.
«Te lo chiedo per favore. Ti prometto che non ti succederà nulla se rifiuti, ma non mettiamo in mezzo la polizia.»
Incrociò le braccia sul petto.
«Chi è la tua amica?» chiese mentre un bambino correva verso lo scivolo seguito dalla madre.
«Quella che sta male?»
«Sì.»
«Si chiama Elisabetta. E non è esattamente una mia amica. È la mia ex ragazza.»
«Stai facendo tutto questo per un’ex ragazza?»
«Sì. E pensa che è stata lei a mollarmi.»
Le comparve il primo sorriso della conversazione.
«Tieni ancora così tanto a lei?»
Il bambino emise un urlo di gioia mentre scivolava verso il terreno. Atterrò col sedere, si rialzò, si pulì i pantaloni e risalì di corsa sulla giostra nonostante la mamma stesse provando a dirgli qualcosa.
«È una situazione complicata» risposi. «Fino a qualche settimana fa, ti avrei detto che non provavo più nulla e che si trattava di un capitolo chiuso. Quando ho saputo della malattia e sono andato a trovarla in ospedale… boh, è stato tutto strano.»
«Credo sia normale.»
«Dici?»
«Mi sembra chiaro che ci sia ancora qualcosa in sospeso.»
«Non posso darti torto.»
Il bambino scivolò di nuovo, ma questa volta l’atterraggio fu più brusco e finì per farsi male a una mano. Scoppiò a piangere e la mamma dovette andare a consolarlo.
«Chi sei in realtà?» mi domandò Annamaria. «Come sei riuscito a infiltrarti al convegno?»
«Ha fatto tutto il mio amico. Libera di non crederci, ma vendevo telefonini in un centro commerciale fino alla settimana scorsa. Ho solo qualche conoscenza particolare per via di una cosa che mi è successa anni fa.»
«Cioè?»
«È una storia lunga e complicata e non sono sicuro che tu voglia davvero sentirla.»
«Ok, come non detto.»
«Posso dirti che anche Elisabetta era coinvolta. Senza di lei non ne sarei mai uscito vivo.»
Annamaria annuì, mi afferrò una mano e la accarezzò con la punta delle dita. Rimasi spiazzato da quella improvvisa dimostrazione di affetto, ma non dissi nulla.
«So che forse non dovrei dire certe cose, ma per me le sensazioni sono molto importanti. Voglio credere alle tue buone intenzioni.»
«Davvero?» balbettai stupito.
«Sì, voglio darti una mano, ma mi dovrai aiutare e ci saranno delle condizioni.»
«Certo, tutto quello che vuoi.»
«Parliamone in albergo, con calma.»
«Va bene. Vuoi tornare subito?»
Ci pensò un secondo e si mise una mano sullo stomaco.
«Non ho fatto colazione. Ti va se prima andiamo a mangiare qualcosa?»
«Dai, offro io.»
***
Aprii la porta della camera di Anderlecht e feci entrare Annamaria. Il mio amico era appoggiato alla scrivania, mentre le ragazze erano sedute sul letto.

Feci le presentazioni e invitai la dottoressa ad accomodarsi su una sedia.
«Posso avere un bicchiere d’acqua?» chiese.
«Certo» risposi.
Recuperai una bottiglietta dal minibar e gliela porsi. Ne bevve un sorso e la appoggiò per terra.
«Per prima cosa, grazie per aver accettato di aiutarci» attaccò Anderlecht.
Annamaria deglutì e annuì.
«Prima mi hai parlato di condizioni. A cosa ti riferivi di preciso?» le chiesi.
«Voglio finire il convegno. Ho bisogno di parlare con alcuni dei miei colleghi e non so se avrò un’altra occasione in tempi brevi per farlo di persona» rispose.
«Ok, questo non è un problema.»
«Poi vorrei avere un quadro più chiaro delle condizioni della vostra amica. Da quello che mi hai raccontato, sembra che abbia la stessa malattia del figlio di Williams e degli altri pazienti che ho in cura, ma avrei bisogno di maggiori informazioni.»
Anderlecht mi guardò come a chiedermi se fossi in grado di fare qualcosa.
«Posso chiamare Giovanni e vedere cosa mi dice» risposi. «Non so se sia in grado di aiutarci, però.»
«Ok, non ti preoccupare. Male che vada, posso parlare coi suoi dottori quando la visiterò.»
«Altro?»
«Sì, vorrei che cercaste di mantenere il più stretto riserbo riguardo al mio coinvolgimento. Uno dei miei pazienti è una personalità molto in vista e in questo momento non si può permettere alcuna fuga di notizie.»
«Questo non è un problema, puoi stare tranquilla.»
Anderlecht alzò un sopracciglio, ma restò zitto.
«Chi altro stai curando, oltre al figlio di Williams?» domandò Mari.
«Non ci interessa» la rimproverai.
«Scusa, volevo solo capire a chi si riferisse.»
«Non ti preoccupare» mi disse Annamaria. «Non credo lo conosciate. È un imprenditore greco. Fuori dal suo paese è praticamente sconosciuto» spiegò poi alla mia amica.
«Bene, allora è tutto deciso» annunciò Anderlecht battendo le mani. «Stiamo qua fino alla fine del convegno e poi ti portiamo dalla nostra amica.»
«Va bene.»
Mi avvicinai ad Annamaria, mi inginocchiai davanti a lei e le strinsi una mano.
«Grazie, davvero» sussurrai.
Sorrise.